Carlo Goldoni
Il Moliere

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

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ATTO SECONDO

 

 

 

SCENA PRIMA

 

Pirlone, poi Foresta.

 

PIRL.

Chi è qui? Non c’è nessuno?

FOR.

Serva, signor Pirlone.

Chi cerca? Che comanda?

PIRL.

Dov’è il vostro padrone?

FOR.

Uscito è fuor di casa.

PIRL.

Ah, povero sgraziato!

FOR.

Oimè! Che gli è accaduto?

PIRL.

Moliere è rovinato.

FOR.

Oimè! Qualche disgrazia?

PIRL.

Veduto ho quel cartello,

Per cui sul di lui capo cadrà qualche flagello.

La carità mi sprona venirlo ad avvertire

Del mal, se non rimedia, che gli potria avvenire.

FOR.

Ma se la sua commedia è contro gl’impostori,

Anche la gente trista avrà i suoi difensori?

PIRL.

Ah Foresta, Foresta, voi non sapete nulla;

Son l’arti del maligno ignote a una fanciulla

Finge prender di mira soltanto l’impostura,

Ma gli uomini dabbene discreditar procura.

Tutte sospette ei rende le azion di gente buona,

E ai più casti e ai più saggi Molier non la perdona.

Se d’una verginella uom saggio è precettore,

Chi sente quel ribaldo, le insegna a far l’amore.

Chi va di casa in casa con utili consigli,

Va per tentar le mogli, va per sedurre i figli.

Chi i miseri soccorre, e presta il suo denaro,

Lo fa per la mercede, lo fa perch’è un avaro.

Confonde i tristi e i buoni, scema a ciascun la fede,

E il popolo ignorante l’ascolta, e tutto crede.

Basta, non so che dire, io parlo sol per zelo.

L’illumini ragione; lo benedica il cielo.

FOR.

Ma che mai giudicate possa accader di male,

Se dell’avviso a tempo quest’uom non si prevale?

PIRL.

Ei vanta una licenza, o falsa, o almen carpita,

E il suo soverchio ardire gli costerà la vita.

E i miseri innocenti, che hanno che far con lui,

Saranno castigati per i delitti sui.

FOR.

Io patirei, signore? Son serva, ma innocente.

PIRL.

È sempre in gran periglio, chi serve un delinquente.

FOR.

Voi mi mettete in corpo timor non ordinario.

Spiacemi che il padrone mi dava un buon salario.

PIRL.

Non temete, che il cielo ama le genti buone;

Io, se di qua partite, vi troverò il padrone.

FOR.

Mi sei scudi il mese.

PIRL.

E ben, sei scudi avrete.

FOR.

E mi regala.

.

È giusto; regalata sarete.

FOR.

Ma chi sarà il padrone? Conoscerlo desìo.

PIRL.

Sentite, in confidenza, il padron sarò io.

Son solo, solo in casa, nessun colà mi osserva,

Col tempo diverrete padrona, anzi che serva.

A voi darò le chiavi del pan, del vin, dell’oro,

E viverete meco almen con più decoro.

Che bell’onore è il vostro, servir gente da scena,

Gente dell’ozio amica, e di miserie piena!

Meco direte almeno: son serva d’un mercante,

Ricco d’onor di fede, e ricco di contante.

FOR.

(Quest’ultima mi piace).

PIRL.

E ben, che risolvete?

FOR.

Signore, ho già risolto; verrò, se mi volete.

Stanca son di servire due femmine sguaiate,

Che taroccar principiano, tosto che sono alzate;

Ed un padron che monta in collera per nulla;

Che fa tremare i servi, quando il cervel gli frulla.

PIRL.

Ecco quell’uom dabbene che fa da saccentone,

Frenar non sa in se stesso collerica passione.

Ehi! dite, in segretezza: con queste donne sue

Molier come la passa?

FOR.

Fa il bello a tutte due.

PIRL.

Oh comico scorretto! Con voi, la mia fanciulla,

Ha mai quell’uomo audace tentato di far nulla?

FOR.

M’ha fatto certi scherzi.

PIRL.

Presto, presto, fuggite.

In casa mia l’onore a ricovrar venite.

Ma, ditemi, potrei parlar, per lor salute,

A queste sventurate due femmine perdute?

FOR.

La madre collo specchio si adula e si consiglia.

PIRL.

Misera abbandonata! Parlerò colla figlia.

FOR.

Or ora ve la mando. Domani son da voi.

PIRL.

Vivrem, se il ciel lo vuole, in pace fra di noi.

FOR.

(Servir un uomo solo, un uomo ricco e vecchio?

A far la mia fortuna in breve m’apparecchio). (parte)

 

 

 


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