Carlo Goldoni
Il Moliere

ATTO QUARTO

SCENA QUINTA

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SCENA QUINTA

 

La Béjart, poi Moliere.

 

BÉJ.

Vo’ al perfido Moliere parlar da solo a sola.

Di non amar mia figlia vo’ che mi dia parola,

O in altra compagnia verrà Isabella meco:

Vedrà Molier chi sono, se più non m’avrà seco.

Faccia commedie buone, tutte riusciran male;

Se manca la Béjart, la compagnia che vale?

Io son che il maggior lustro alle commedie ho dato,

Ed ora con gli scherni mi corrisponde ingrato?

Ah! benché ingrato, io l’amo: amica ancor gli sono,

E se perdon mi chiede, ogn’onta io gli perdono.

Eccolo.

MOL.

O piacer sommo de’ fortunati autori!

Ben sofferte fatiche! O ben sparsi sudori!

Deh, lasciatemi in pace goder per un momento,

Questo che m’empie l’alma insolito contento. (alla Béjart)

Perdono a tutti quelli che m’han tenuto in pena;

Parmi perciò più dolce la gioia, e più serena.

Tutti mi sono intorno amici ed inimici,

Con fortunati auguri, con generosi auspici,

E quei che l’Impostore avean spregiato in prima,

Per l’applauso comune, or l’hanno in alta stima;

Tanto è ver che si piega il popol dall’evento,

Come la bionda messe cede al soffiar del vento.

BÉJ.

Molier, del piacer vostro sento piacere anch’io,

Che quale è il vostro cuore, crudo non è il cuor mio.

Non per turbar la gioia, ch’ora v’inonda il seno,

Ma per sfogar mie pene, posso parlare almeno?

MOL.

Ah! già che avvelenarmi volete un po’ di bene,

È forza ch’io lo soffra, e favellar conviene.

Vissi con voi tre lustri in amicizia unito,

Né mai vi cadde in mente d’avermi per marito.

E or che per la figlia arder mi sento il petto,

Vi accende, non so bene, se amore o se dispetto.

Voi non parlaste allora, quando fioria l’aprile,

Vi dichiarate adesso nella stagion...

BÉJ.

La bile

Voi suscitar tentate di donna sofferente.

MOL.

(Femmina tal campana mai con piacer non sente).

BÉJ.

Su via, che concludete?

MOL.

Dirò, senza riguardi,

Che avete il desir vostro svelato un poco tardi.

BÉJ.

Per me se tardi fia, per Isabella è presto.

In vostra compagnia, sappiatelo, non resto.

MOL.

A noi non mancan donne. Il perdervi mi spiace.

Pur, se così v’aggrada, dovrò soffrirlo in pace.

Ma prima la figliuola datemi per consorte.

BÉJ.

Anzi che darla a voi, a lei darò la morte.

MOL.

Che morte? Che minacce? Che dir fastoso e baldo?

Più non ho sofferenza per trattener il caldo.

Qual vi credete impero aver sopra la figlia?

Chi ad essere tiranna con essa vi consiglia?

È ver, la generaste, ma a voi non è assegnata

L’autorità suprema dal ciel che ve l’ha data.

Deve obbedire ai cenni figlia di madre umana,

Madre non dee alla figlia impor legge inumana.

Questo bel dono ai figli viene dal ciel concesso:

Chi elegge il proprio stato, può consigliar se stesso.

Ponno impedir le madri della lor prole il danno,

Ma un bene, una fortuna, toglierle non potranno.

Che morte? Che minacce? Rispetterete in lei

La serva d’un monarca, che sa punire i rei.

Volere, o non volere, fa in voi lo stesso effetto:

Mia sposa vostra figlia sarà a vostro dispetto.

BÉJ.

No, no; colle mie mani prima l’ucciderei.

Son madre, e a mio talento disporrò di colei. (parte)

 

 

 


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