Carlo Goldoni
Il Moliere

ATTO QUARTO

SCENA OTTAVA

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SCENA OTTAVA

 

Moliere, Valerio poi Lesbino.

 

MOL.

Or più contento i’ sono: la figlia è coricata;

Non turba il suo riposo la genitrice irata.

VAL.

Possibile ch’uom tale, in cui ragion impera,

Abbattere si lasci da una passionfiera?

MOL.

Amico, il dolce affetto, che ha l’un per altro sesso,

È in noi tenacemente dalla natura impresso.

Com’opra la natura nei bruti e nelle piante,

Per propagar se stessa, opra nell’uomo amante.

E si ama quel che piace, e si ama quel che giova,

E fuor dell’amor proprio altro amor non si trova.

Lo provo: ama colui l’amica, ovver la moglie,

Ma sol per render paghe sue triste o caste voglie.

S’amano i propri figli, perché troviamo in essi

L’immagine, la specie, la gloria di noi stessi.

E s’amano i congiunti, e s’amano gli amici,

Perché l’aiuto loro può renderci felici.

Tutto l’amor terreno, tutt’è amor proprio, amico.

Filosofia l’insegna, per esperienza il dico.

LESB.

(entra con due candellieri colle candele accese, li pone sul tavolino, e poi s’accosta a Moliere)

Evvi il signor Leandro e il conte Lasca uniti,

Che bramano vedervi.

MOL.

Che restino serviti. (Lesbino parte)

VAL.

Verranno a criticare.

MOL.

Chi lo vuol far, lo faccia.

Mi giova, e non m’insulta, chi mi riprende in faccia.

 

 

 


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