Carlo Goldoni
Il Moliere

ATTO QUINTO

SCENA TERZA

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SCENA TERZA

 

Il signor Pirlone dalla camera, e detti.

 

PIRL.

Eccomi a voi prostrato. Così vuol la mia sorte;

Schernitemi voi pure, datemi pur la morte.

Non è che a’ vostri piedi mi getti un vil timore;

Mi guida il pentimento, il rimorso, il rossore.

In quel recinto oscuro1 il ciel m’aperse un lume,

Mi fece il mio periglio pensare al mio costume;

E il popolo commosso contro Pirlone a sdegno,

Essere m’assicura dell’altrui fede indegno.

Temei de’ carmi vostri l’aspre punture acute,

Qual s’odia dall’infermo chi porge a lui salute;

E feci ogni mia possa per occultare al mondo

L’immagine d’un tristo, che mi somiglia a fondo.

Pentito d’ogni errore, l’usure mie detesto,

Rinunzio all’impostura, al vivere inonesto;

A voi, al mondo tutto mi scopro qual io sono,

E delle trame indegne, Molier, chiedo perdono.

MOL.

Ed io perdon vi chiedo, se a voi feci l’oltraggio

D’usar le spoglie vostre nel noto personaggio.

Oh scene mie felici! oh fortunato inganno,

Se val d’un uom perduto a riparare il danno!

Diasi la gloria al vero: il ciel con mezzi tali

Sovente il cuor rischiara dei miseri mortali.

ISAB.

Pirlone, a voi non deggio rimproveri, ma lode:

Fu di quel ben ch’io godo, cagion la vostra frode.

Più presto si scoperse di me la fiamma ascosa,

Più presto di Moliere fatta son io la sposa.

PIRL.

Lasciate ch’io men vada scevro da insulti e scorni,

Sin che la plebe dorme, piangente ai miei contorni.

MOL.

Da’ servi miei scortato... Chi picchia a quella porta? (si sente picchiare all’uscio)

ISAB.

Oimè! la genitrice s’è di mia fuga accorta.

(Ma più di lei non temo, Moliere è mio marito.

La farò disperare con quest’anello in dito).

(Moliere va ad aprire la porta)

 

 

 





p. -
1 Accenna lo stanzino dov'era stato la prima volta



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