Carlo Goldoni
Le morbinose

ATTO SECONDO

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ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

 

Bottega di caffè.

Ferdinando e Nicolò caffettiere.

Ferdinando colla lettera aperta in mano.

 

 

FERDINANDO:

Ehi Nicolò.

NICOLÒ:

Lustrissimo.

FERDINANDO:

Dimmi, questo viglietto

Da chi ti fu lasciato?

NICOLÒ:

Nol so, da poveretto.

Mi no giera a bottega, quando che i l'ha portà.

Ho domandà ai mi zoveni, ma gnanca lori el sa.

FERDINANDO:

È una cosa curiosa. Tu che sei Veneziano.

Dimmi nel tuo linguaggio cosa vuol dir galano?

NICOLÒ:

Galano? no capisso.

FERDINANDO:

Qui non dice così? (Gli fa vedere la parola nella lettera.)

NICOLÒ:

Sta parola galano no l'ho sentia ai mi .

Galan color de rosa, adesso capirò.

Galan, e no galano.

FERDINANDO:

Non è tutt'un?

NICOLÒ:

Sior no.

Vuol dir una cordella bianca, celeste o sguarda

Ligada, per esempio, in modo de coccarda.

FERDINANDO:

Ora, ora ho capito. (Chi mi mandò il viglietto

Avrà per segno un nastro color di rosa in petto).

NICOLÒ:

Me comàndela gnente?

FERDINANDO:

Sia il caffè preparato.

NICOLÒ:

Lo vorla qua?

FERDINANDO:

Preparami un camerin serrato.

Se verran delle maschere, vogliam la libertà.

NICOLÒ:

La perdona, lustrissimo, no posso in verità.

Le botteghe onorate no serra i camerini.

FERDINANDO:

Non posso a modo mio spendere i miei quattrini?

NICOLÒ:

Lustrissimo patron, mi ghe domando scusa:

In sto nostro paese ste cosse no se usa.

In pubblico se vien a bever el caffè.

E col se beve in pubblico, da sospettar no gh'è.

Femene d'ogni rango da nu la vederà,

In tempo delle maschere vegnir con libertà.

Ma co la libertà xe resa universal,

In fazza del gran mondo se schiva el mazor mal.

FERDINANDO:

Di rendermi sospetto non era il pensier mio.

Quel che gli altri accostumano, vo' costumare anch'io.

Preparate il caffè.

NICOLÒ:

Per quanti?

FERDINANDO:

Io non lo so.

NICOLÒ:

Co saverò per quanti, subito ghel farò.

L'acqua calda xe pronta, el caffè xe brusà

Subito che i me l'ordena, lo màseno in t'un fià.

El xe più bon assae, quando el xe fatto a posta.

Al caffè de Venezia, la el sa, no ghrisposta.

In materia de questo, l'ha da vegnir da nu:

Per caffè de Levante, Venezia e po no più. (Si ritira in bottega.)

FERDINANDO:

Questa incognita amante chi diamine sarà?

Mi ha posto questa lettera in gran curiosità.

Pratica di Venezia non ho formato ancora

Stretta non ho amicizia con veruna signora.

Senz'altro, chi mi scrive, esser dee una di quelle

Che ho veduto al festino. Ve n'eran delle belle.

Che fosse la ragazza, cui l'anello ho donato?

Non crederei sarebbe l'ardir troppo avanzato.

Parvemi onesta. È vero che l'anellino ha preso,

Ma vidi il di lei volto di bel rossore acceso.

Quella certa signora che Marinetta ha nome,

Che aveva più d'ogn'altra begli occhi e belle chiome,

Mi fe' qualche finezza ma la conosco in ciera:

È furba come il diavolo, non pensa in tal maniera.

Chi scrisse in questo foglio, mostra di spasimare;

Ma scrivermi potrebbe ancor per corbellare.

Ecco una mascheretta. Quella del nastro aspetto.

Oh cospetto di bacco! ha la coccarda in petto.

 

 


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