Carlo Goldoni
Le morbinose

ATTO SECONDO

SCENA TERZA

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SCENA TERZA

 

Ferdinando e Nicolò, poi Lucietta e Bettina.

 

NICOLÒ:

Lo comandela ella?

FERDINANDO:

Va al diavolo anche tu.

NICOLÒ:

(Co sta sorte de matti no me n'intrigo più). (Da sé, si ritira in bottega.)

FERDINANDO:

Sì, voglio, per conoscerle, seguirle a suo dispetto.

Ecco dell'altre maschere con il galano al petto.

Chi sa che una di queste?... che diavol d'imbarazzo!

Voglion le Veneziane farmi diventar pazzo.

LUCIETTA:

(Le amighe no se vede. Aspettemo un pochetto). (Piano a Bettina.)

BETTINA:

(La varda, siora mare, quello dall'aneletto). (Piano.)

LUCIETTA:

(Sì, per diana. Sta zitta, fémolo zavariar).

BETTINA:

(No vorave che Bortolo...)

LUCIETTA:

Màndelo a far squartar.

Xe do anni debotto, che el vien in casa mia

Noi t'ha mai donà gnente. Bortolo xe un'arpia).

BETTINA:

(In verità dasseno, che no la dise mal).

LUCIETTA:

(Devertimose un poco semo de carneval).

FERDINANDO:

(Sto a véder della scena qual sia la conclusione.

Quei nastri maledetti mi han posto in confusione). (Da sé.)

LUCIETTA:

Patron.

FERDINANDO:

Servo divoto.

BETTINA:

Serva.

FERDINANDO:

Padrona mia.

LUCIETTA:

La fa delle so grazie una gran carestia.

FERDINANDO:

Non capisco, signora.

LUCIETTA:

Me capisso ben mi.

Ma delle amighe vecchie no se se degna pi.

FERDINANDO:

In Venezia, signora, non ho amicizia alcuna.

Se acquistar ne potessi, sarebbe una fortuna.

LUCIETTA:

S'avemo cognossù in paese lontan.

FERDINANDO:

Dove?

LUCIETTA:

Se no m'inganno, o a Torcello, o a Buran.

FERDINANDO:

Non so questi paesi dove siano nemmeno.

Fatemi la finezza dirmi chi siete almeno.

LUCIETTA:

Mi gh'ho nome Pandora.

FERDINANDO:

Pandora? e voi? (A Bettina.)

BETTINA:

Marfisa.

FERDINANDO:

Due nomi veramente da muovere alle risa.

Brave, signore mie veggo che volentieri

Si usa da voi talvolta burlar coi forastieri.

Piacemi estremamente nel vostro sesso il brio,

Ma però vi avvertisco che so burlare anch'io.

LUCIETTA:

La falla, mio patron no se usa in sta città

Burlar i forestieri. Xelo mai stà burlà?

FERDINANDO:

E come! e in che maniera! Volete voi sentire

Se mi han ben corbellato? or ve lo fo capire.

Vi leggerò un viglietto, che affé vale un tesoro.

(Scoprirò se per sorte l'ha scritto una di loro).

Ferdinando adorabile. A me?

LUCIETTA:

No xe ben ditto?

FERDINANDO:

Vi ch'io sia adorabile?

LUCIETTA:

Se sa chi ghe l'ha scritto?

FERDINANDO:

Io non lo so finora. Ferdinando adorabile.

LUCIETTA:

Fin qua no ghe xe mal.

BETTINA:

Nol xe gnanca sprezzabile.

FERDINANDO:

Grazie dell'opinione che formano di me.

(Se lodano il viglietto, qualche sospetto c'è).

Un'incognita amante vi ha consacrato il core,

Costretta notte e giorno a sospirar d'amore.

Per me. Sentite come l'incognita beffeggia?

LUCIETTA:

Nol lo merita fursi?

BETTINA:

Xela una maraveggia?

FERDINANDO:

(Quella che ha scritto il foglio, par che in esse vi sia). (Da sé.)

LUCIETTA:

La fenizza de lezer.

BETTINA:

(Chi diàstolo è custia?). (Da sé.)

FERDINANDO:

Appena vi ha veduto, coi rai del vostro viso

Si è sentita colpire da un fulmine improvviso.

Questo ha del romanzesco.

LUCIETTA:

Perché? no se ne

De sti amori improvvisi?

BETTINA:

Co i lo scrive, sarà.

FERDINANDO:

(Se una di queste due vergato ha questo foglio,

Chi sia di lor l'autrice, assicurarmi io voglio). (Da sé.)

Sentite, or viene il buono. La vostra innamorata

Per un riguardo onesto si tiene ancor celata.

Oggi voi la vedrete con mascherato aspetto

E avrà un galan per segno, color di rosa, in petto.

LUCIETTA:

(Diavolo!)

BETTINA:

(Cossa séntio?)

FERDINANDO:

Ditemi, quel galano

L'hanno tutte le donne del popol veneziano?

LUCIETTA:

Perché?

FERDINANDO:

Perché poc'anzi due maschere civili

Avevano dinanzi due nastri a quei simili.

LUCIETTA:

Dasseno?

FERDINANDO:

Certamente.

LUCIETTA:

(Cossa distu, Bettina

Anca sì che sta lettera xe scritta da Marina?) (Piano a Bettina.)

BETTINA:

(La xe anca capace). (Piano a Lucietta.)

LUCIETTA:

(No scoverzimo gnente).

FERDINANDO:

(Vien da loro il viglietto. Si vede apertamente).

LUCIETTA:

Gh'ala nissun sospetto, chi possa averghe scritto?

FERDINANDO:

Direi, se non temessi d'essere troppo ardito.

LUCIETTA:

Via, la diga.

FERDINANDO:

Mi pare che sia la Veneziana,

Che mi ha scritto il viglietto, poco da me lontana.

LUCIETTA:

A vu, maschera. (A Bettina.)

BETTINA:

A mi?

FERDINANDO:

Se è ver quello che dite,

Se il viglietto è sincero, perché non vi scoprite?

BETTINA:

Mi non ho scritto certo.

LUCIETTA:

Mi no so de biglietto.

Sala chi averà scritto? quella dall'aneletto.

FERDINANDO:

Come sapete voi, ch'io ho donato un anello?

LUCIETTA:

Sior sì, savemo tutto.

BETTINA:

L'ho anca visto; el xe bello.

FERDINANDO:

Dite, sareste mai una di voi Bettina?

BETTINA:

Mi Bettina? sior no.

LUCIETTA:

Sala chi son? Marina.

FERDINANDO:

La signora Marina? Quella giovine bella,

Che sul festin ier sera brillò come una stella?

BETTINA:

(Malignazo!)

FERDINANDO:

Signora, vi giuro in verità,

Mi ha incontrato la vostra amabile beltà.

Di quante che ho veduto, siete la più brillante,

L'unica che può rendere questo mio core amante.

LUCIETTA:

De rider e burlar lo so che el se diletta.

Quella dell'aneletto xe bella e zovenetta.

FERDINANDO:

Bettina avrà il suo merito, ma francamente il dico

In paragon di voi, io non la stimo un fico.

BETTINA:

Maschera, andemo via. (A Lucietta.)

LUCIETTA:

Vegno; aspettè un pochetto.

Donca no la ghe piase quella dell'aneletto.

FERDINANDO:

È bella, se vogliamo ma non saprei amarla.

E poi quella sua madre non posso tollerarla.

LUCIETTA:

Andemo, che xe tardi. (A Bettina.)

FERDINANDO:

Vonno andar via? perché?

Non mi fanno l'onore di bevere un caffè?

LUCIETTA:

Grazie, grazie. (Asenazzo). (Andemo a travestirse.

No vôi che el ne cognossa, se el gh'ha idea de chiarirse). (A Bettina.)

BETTINA:

La diga, sior foresto, ghe piase Marinetta?

FERDINANDO:

La signora Marina mi piace e mi diletta.

La venero, la stimo, e lusingarmi io voglio,

Ch'ella sinceramente mi parli in questo foglio.

LUCIETTA:

Quel foggio no xe mio; ghel digo e ghel mantegno.

Ste lettere no scrive chi ha un pochetto d'inzegno.

Marina lo ringrazia della so gran bontà,

E in premio la lo manda tre mia de da Stra. (Parte.)

FERDINANDO:

Questo cosa vuol dire? (A Bettina.)

BETTINA:

Vol dir liberamente

Che delle so finezze no ghe pensemo gnente.

Che se Marina el manda tre mia de da Stra,

Lo manderà Bettina sedese mia più in .

 

 


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