Carlo Goldoni
I morbinosi

ATTO TERZO

SCENA PRIMA   Sala con tavola dei 120.

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ATTO TERZO

 

 

SCENA PRIMA

 

Sala con tavola dei 120.

 

La tavola formerà un T, cioè in fondo alla scena, vicino al prospetto di camerone, sarà lunga da un capo all'altro, entrando di qua e di nelle quinte, per fingere che sia di 120 persone. A mezzo della tavola ne sarà attaccata un'altra che forma la gamba del T, e questa verrà innanzi verso i lumini, cioè fin dove si potrà mettere fra un tendone e l'altro; se la camera avanti fosse stata indietro, si potrà calare un tendone fra l'atto, per preparare la tavola. In faccia saranno i personaggi muti, parte colla faccia e parte colla schiena al popolo. In quella che viene avanti, si metteranno i personaggi che parlano di qua e di . Alla prima scena ai lumini, di qua e di , vi saranno due porte di camera con portiere. Si avverte che la tavola sia un poco in declivio, acciò sia goduta, e di mettere otto candele, benchè sia di giorno, potendosi tollerare questa improprietà per non perdere affatto la scena per l'oscurità. Sopra la tavola vi vorranno vari piatti, e si può fingere che siano ai frutti. Vi saranno delle bottiglie, dei rosoli, e poi a suo tempo il caffè.

 

AND.

Amici da levante, a la vostra salute. (beve)

GIA.

Amici da ponente, viva le bele pute. (beve. Tutti gridano evviva)

OTT.

Lelio, evviva. (col bicchiere in mano)

LEL.

Chi viva?

OTT.

Evviva la Contessa.

LEL.

Viva, viva di core. Oh se ci fosse anch'essa!

FEL.

Senza le done in boca, no i sa star un momento.

Viva chi ha procurà sto bel divertimento.

GIA.

Evviva sior Lunardo, che n'ha tratai da re.

AND.

Viva quel bon amigo.

FEL.

Sonadori, soné.

(L'orchestra suona una patrte di sinfonia allegra, con i corni da caccia e colle trombe)

AND.

Mi ho magnà ben, compare. (a Giacometto)

GIA.

Semo stai ben tratai.

LEL.

Gran sfarzi nella tavola per me non ci trovai.

FEL.

Per mi son contentissimo, e la rason xe questa:

Cossa voleu de meggio per un ducato a testa?

I primi cinque piati i è stai sontuosonazzi;

Certo che in ti segondi no ghe xe stà gran sguazzi.

Ma ben la spesa co l'intrada,

Me par che abiemo fato una bona zornada.

GIA.

Gran risi!

AND.

E quela sopa?

OTT.

La carne era squesita.

FEL.

Che castrà! che fritura! Mi ghe andava de vita.

GIA.

Quele quatro moleche no gièrele perfete?

AND.

I s'ha desmentegà de taggiarghe le ongiete.

FEL.

Boni quei colombini.

AND.

Boni per la stagion.

GIA.

E quel salà co l'aggio mo no gierelo bon?

FEL.

La torta veramente giera assae delicata.

GIA.

No cavàvela el cuor quela bela salata?

FEL.

E sto desèr? dasseno, no se pol far de più.

LEL.

Lo chiamate desèr?

FEL.

Tasè , caro vu.

Se sa che in cento e vinti qualcun s'ha da doler.

Ma sta cossa, per dirla, la me despiaser.

Dei disnari in diversi anca mi ghe n'ho fato;

Ma no son mai stà meggio a spender un ducato.

OTT.

Conviene compatirlo. A Lelio non dispiace

La tavola che ha avuta, anzi se ne compiace.

Ma il desinar gli sembra che meriti assai manco,

Perché non gli si è data una signora al fianco.

FEL.

Sior sì, per oto lire, co sta bela grazieta,

L'averave volesto anca la so doneta.

AND.

Amici, gh'aveu gnente che ve avanza de bon?

Mandè qua, mandè qua, che gh'ho el tirabusson.

Porto sempre con mi le mie arme in scarsela.

qua quela botiglia. Rosolin de canela.

GIA.

Xelo del calzeniga?

AND.

Adesso el sentiremo.

FEL.

Anca mi un gotesin.

AND.

Sì, se lo spartiremo.

OTT.

Lasciate che lo senta.

LEL.

Ed io sono bastardo?

AND.

Evviva i cento e vinti!

GIA.

Evviva sior Lunardo! (tutti bevono il rosolino)

 

 

 


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