Carlo Goldoni
Ircana in Ispaan

ATTO SECONDO

Scena Nona. Ircana, poi Tamas

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Scena Nona. Ircana, poi Tamas

 

IRCANA: E soffrirò vedermi sempre orgogliosa in faccia,

Donna che a mio rossore si vanta e mi rinfaccia?

E soffrirò il periglio che alla rivale appresso

M'insulti e mi rimproveri anche lo sposo istesso?

No, vo' partire; e meco Tamas da queste porte

Tragga veloce il piede, o mi condanni a morte.

Eccolo. Oh Dei! con Fatima parla l'ingrato. Ah indegno!

Sugli occhi miei? sì poco a lui cal del mio sdegno?

Ah saprò la rivale ferir fra le sue braccia,

La svenerò ben anche di Machmut in faccia.

(movendosi furiosamente verso la scena)

TAMAS: Dove così furente?

IRCANA: A vendicar quei torti

Che fin sugli occhi miei, per mio rossor, mi porti.

TAMAS: Fermati.

IRCANA: O andiam per sempre lungi da questo tetto,

O mi vedrai quel seno ferire a tuo dispetto.

TAMAS: Modera quello sdegno che in te soverchio abbonda.

Qui d'amor non si parla. Noi Osmano circonda.

Vien cogli armati suoi, e delle guardie ad onta

Stragi minaccia e morte, e chi si oppone affronta.

Fatima vidi, e seco non favellai d'amore,

Ma del furor che guida per essa il genitore.

Ella che disarmato l'ha con i pianti suoi,

Ella col pianto istesso lo può placar per noi.

IRCANA: Sì, può placare il padre seco furente invano,

Basta che tu le renda l'onor della tua mano.

Osmano entrar vedrassi amico in queste porte,

Al suon di mie catene, o a quel della mia morte.

Salvisi Machmut, Tamas si salvi, e pera

Quest'infelice sposa che ti possiede altera.

Va, compra la tua pace col sagrifizio indegno,

E plachi il sangue mio del Tartaro lo sdegno.

TAMAS: No, cara, non temere ch'io ti abbandoni a Osmano.

Morrò pria di lasciarti.

IRCANA: Qui tu lo speri invano.

Comanda in queste soglie sdegnato il genitore,

Consigliavi e promove di Fatima l'amore.

Alì col fido amico troppo è cortese e umano,

È nell'onore offeso per mia cagione Osmano.

Tutti nemici miei, tutto al mio mal congiura:

Altro non vi è rimedio che uscir da queste mura.

TAMAS: Ah che il furor ti accieca. Qual scampo al rio perielio

Trovar, se ci esponiamo primi di Osmano al ciglio?

Allor la sua vendetta noi fuggiremmo invano,

Caduti per sventura all'inimico in mano.

IRCANA: Vile che sei! quel ferro a che ti cingi al fianco?

Va, l'inimico affronta; va risoluto e franco.

E se valor ti manca per assalir quell'empio,

Coraggio in te risvegli di femmina l'esempio.

Dammi una spada. Io stessa, di cento spade a fronte,

T'insegnerò la via di vendicar nostr'onte.

E se il valor non basta, e se perir bisogna,

La morte è minor male che il torto e la vergogna.

Tamas, o vieni meco ad assalire Osmano,

O attenderlo vilmente meco tu speri invano.

Sì, esporrommi al campo, sola d'Osmano al piede;

Cadrò vittima ardita del mio amor, di mia fede.

O disarmar l'audace saprò donna orgogliosa.

O morirò fra l'armi, ma morirò tua sposa.

TAMAS: Non cimentarti, Ircana, non incontrar ruine.

Sei coraggiosa e forte; ma sei femmina alfine.

IRCANA: Femmina sono, è vero, mancar mi può il valore,

Ma tal son io che in petto più di te forte ha il cuore

Se non vedermi esposta vuoi sola al furor cieco,

Vieni col ferro in mano, vieni a pugnar tu meco.

Fa che gli amici armati, a trepidar non usi,

Restar fra queste soglie non veggansi rinchiusi.

Esci di loro a fronte; io sarò teco al lato.

Tremi di noi quell'empio barbaramente armato.

Spada a spada si opponga, destra si opponga a destra:

Esser suol nei perigli disperazion maestra.

Attenderlo qua dentro è di viltade un segno:

Le leggi, chi non opra, attenda dal suo sdegno.

O vincere o morire mi alletta e mi consola:

O vieni a pugnar meco, o vado a morir sola.(parte)

TAMAS: No, non morrai tu sola, donna sublime e forte:

A vincer verrò teco, o teco incontro a morte.

Fammi arrossir quel labbro, fammi arrossir quel core.

Mi anima il suo coraggio. Forza darammi amore.(parte)

 


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