Carlo Goldoni
Ircana in Ispaan

ATTO TERZO

Scena Dodicesima. Tamas ed Ircana

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Scena Dodicesima. Tamas ed Ircana

 

TAMAS: (Eccoci soli alfine).

IRCANA: Tamas, da me t'invola.

Segui il tuo fido amico; la sposa sua consola.

TAMAS: So che vuoi dirmi, Ircana, ma tu m'insulti a torto.

IRCANA: Perfido, in quelle soglie, no, il piede mio non porto.

Va da te solo; Alì, saggio, costante amico,

Di Fatima ti ponga nel suo possesso antico.

TAMAS: Cara, se per te meno provassi in cuore affetto,

Esposto io non avrei alle ferite il petto.

Per sostenere il nodo che a te mi lega e unisce,

Mi cimentai fra l'armi.

IRCANA: No, il labbro tuo mentisce.

Spinto da' miei rimproveri (che tollerasti a stento)

Fingesti, anima vile, discendere al cimento.

Se non veniva io stessa, testimon di tua fede

D'Osman la tua incostanza ti avria gettato al piede.

Dir non ardivi ad esso, per ambizione insana:

«Fatima è d'Alì sposa, è la mia sposa Ircana».

E se un momento solo tardava il venir mio,

«Sposo» le avresti detto «di Fatima son io».

Io provocai la pugna il tuo rossor destando,

Io fui la prima allora ad impugnare il brando;

E fu quel che or mi vanti insolito valore,

Timor della tua vita, non della sposa amore.

TAMAS: Ma se in mio danno ogni opra dell'amor mio converti,

Come scordare i segni puoi di mia più certi?

L'abbandonar la sposa fino con atto indegno,

Scarso sarà d'amore, scarso di fede un segno?

IRCANA: Segno sarà, se dritto esaminar si deve,

Che nel tuo seno il corso della costanza è breve.

Segno che, qual tu fosti con Fatima spergiuro,

L'amor, che per me vanti, meco e ancor malsicuro.

TAMAS: Falso argomento indegno d'anima vacillante

Prendi tu, che mi festi per amor tuo incostante.

Ecco la mia mercede; ecco qual via si tenta

Da una consorte ingrata, perché il mio cuor si penta.

Ma no, troppo ha profonde le sue radici in petto

L'amor che a te mi lega; ti amerò a tuo dispetto.

IRCANA: Prova maggior io chiedo di quell'amor che vanti.

Più della mia nemica non comparire innanti.

O fa che il padre tuo più non la tenga appresso,

O lascia di vedere perfino il padre istesso.

S'egli di te più l'ama, amami più di lui;

Se mi soddisfi in questo, teco sarò qual fui.

Ti crederò mio caro, più non darotti un duolo;

Tutto soffrir m'impegno, contentami in ciò solo.

Non ti smarrir temendo di mendicar tua sorte,

Non ti avvilisca il peso di docile consorte;

Evvi per tutti un Nume che provveder non cessa,

Ti aiuterò il tuo pane a procacciarti io stessa.

O servirem fra l'armi, lasciando io pur la gonna,

O adatterò la mano a ciò che lice a donna.

Teco vivrò contenta in ogni stato e loco,

Pur che turbar non vegga da gelosia il mio foco.

Quel che ti chiedo è molto, ma contrastar nol dei,

Se mi vorrai felice, se l'amor mio tu sei.

TAMAS: Sì, il tuo voler si faccia; andiam pel mondo erranti,

Pria di vederti in pene, pria di vederti in pianti.

Tutto per soddisfarti, tutto tentar mi è in grado,

Dal genitor io stesso a congedarmi or vado.

IRCANA: Fermati; in quelle soglie la mia rival dimora.

S'ella t'incontra, e parla, puoi ripentirti ancora:

Fuggi, s'è ver che mi ami, fuggi il fatal periglio.

TAMAS: E il genitor pietoso?

IRCANA: Più non rivegga il figlio.

TAMAS: Ah non volermi, o cara, sì perfido e malvaggio;

Padre da me non abbia questo secondo oltraggio.

Ho tal rossor che basta, se gli error miei rammento;

Dell'onte a lui commesse nell'alma ho il pentimento;

Né sarà mai che torni col genitor placato

Ad onta di natura a comparire ingrato.

IRCANA: Vanne, e il padre consola.

TAMAS: Meco tu pur deh vieni.

Udirai come parlo, di me ti fida.

IRCANA: Tieni.(gli vuol dare uno stilo)

Questo ferro conosci?

TAMAS: Con ciò, che dir mi vuoi?

IRCANA: Questo è quel che doveva finire i giorni tuoi:

Con questo di mia mano saresti al suol caduto,

Se Fatima opportuno non ti recava aiuto.

Ella di me più merta, poiché poteo salvarti;

Io merto i sdegni tuoi, se fin tentai svenarti.

Pur, di ragione ad onta, pretendo esser amata,

Pretendo dal tuo cuore fin la rivale odiata.

E vanto nel mio seno la pretensionforte

Che sol può sradicarla o la tua, o la mia morte.

Ecco, a te mi presento, no a domandar perdono;

Che, vile qual tu sei, anima vil non sono:

Ma per troncare i nodi di un infelice amore,

Chiedo che tu mi passi con questo ferro il cuore.

TAMAS: Sì, tal da me pretendi sforzo d'amore ingrato,(prende lo stilo)

Che sol può dalla morte venir ricompensato.

Sia che ti accenda il seno amor, sdegno o dispetto,

Vo' soddisfarti, Ircana, vo' trapassarmi il petto.(in atto di ferirsi)

IRCANA: Ferma; ver me rivolta il braccio feritore.

TAMAS: Barbara, s'egli è vero che in me viva il tuo core,

Questo tuo cor spietato ferir non mi è concesso

Senza passarmi il seno, senza morire io stesso.

IRCANA: Ah, l'amor tuo mi cale; il tuo morir non bramo.

TAMAS: Credimi.

IRCANA: Sì, ti credo

TAMAS: Seguimi, o cara.

IRCANA: Andiamo (partono tutti e due ed entrano in casa di Machmut).

 


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