Carlo Goldoni
Ircana in Julfa

ATTO QUINTO

Scena Settima. Demetrio, Alì, Zaguro seguito d’Armeni e detti

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Scena Settima. Demetrio, Alì, Zaguro seguito d’Armeni e detti

 

TAMAS Vedo Alì coll'Armeno. (ad Ircana)

IRCANA Ah mi palpita il core

TAMAS Vedrem che fe' per noi dell'amico l'amore

DEMETRIO Tamas qui con Ircana?

TAMAS Signor, chiedo perdono.

IRCANA Io la rea dell'ardire, la colpevole i' sono.

DEMETRIO Soffrir ne' tetti miei non vo' profani ardori;

Dell'onestà le leggi vietan fra noi gli amori.

Se liberi voi siete, siano le destre unite;

Sian le amorose frodi, sian le follie finite.

Tua servitude, Ircana, a me recasti in dono;

Questa in dono ti rendo, più tuo signor non sono

ZAGURO Se più non è tua schiava, se va da te lontana,

Vogl'io la preferenza nell'acquisto d'Ircana.

IRCANA Perfido, se il destino volesse i lacci miei,

A ognun fuor che a te solo, crudel, mi venderei.

Tu, preso da vendetta il barbaro consiglio,

Tu mi svelasti a donna, facesti il mio periglio. (a Zaguro)

Signor, grazie vi rendo di vostra alma bontà;

Padre mi foste in lacci, tal siate in libertà.

Ma di tal don qual frutto, se peno ancor così? (a Demetrio)

TAMAS Parla, Alì. Che ci rechi?

IRCANA Quali speranze, Alì?

ALÌ Or che parlar mi è dato, sciolgo per voi gli accenti;

Nunzio sono agli afflitti di fortunati eventi.

Tamas non ha più sposa. La strinse altro desio

A uno sposo novello.

TAMAS E chi sarà?

ALÌ Son io.

TAMAS Oh amico!

IRCANA Oh caro Alì!

TAMAS Deh tu mi narra il modo.

ALÌ Fatima non discese involontaria al nodo.

Scossa dall'abbandono da te sofferto ingrato,

Ti ha per virtude almeno dal di lei cor scacciato.

E nel timor del duro ripudio vergognoso,

Parvele sua ventura ch'io m'offerissi in sposo.

Quel che vincer tentai a stento e con sudore,

Fu dall'ira infiammato di Machmut il core;

Ma cesse alla lusinga di riacquistare il figlio,

Cesse di vero amico alle voci, al consiglio.

Meco, e a Fatima unito, egli al Cadì sen venne;

Sciolte fur le tue nozze, ed il firman si ottenne.

Resta vincere Osmano, ch'esser potriami inciampo.

Andrò senza riguardi a rinvenirlo al campo.

Ei sa chi sono; alfine ho anch'io ricchezze e onori

Non che il mio sangue la figlia disonori.

E avrà di voi narrata in guisa tal la storia,

Che si vedrà il gran fatto a terminar con gloria.

Eccovi in libertade; giuro quant'io vi dico. (toccandosi la fronte)

Ecco la pace vostra. (ad Ircana)

Ecco il tuo fido amico. (a Tamas)

TAMAS Oh d'amicizia esempio!

IRCANA Oh cuor di virtù pieno!

TAMAS Eccomi tuo, mio bene. (ad Ircana)

IRCANA Ora ti stringo al seno.(l’abbraccia)

TAMAS Ama Fatima, Alì, che degna è del tuo affetto.

IRCANA Dimmi, è Fatima ancora di Machmut nel tetto? (ad Alì)

ALÌ Sì, qual padre amoroso ancor l'ama e l'onora.

IRCANA La sposa tua non guidi alle tue soglie ancora? ? (ad Alì)

Vanne, precedi, Alì; per tuo, per mio riposo,

Sgombra dal tetto nostro l'oggetto periglioso.

Tanto per sua cagione sono a soffrire avvezza,

Che superar non voglio del cuor la debolezza.

DEMETRIO Ite, sposi felici, or che la sera imbruna.

IRCANA Signor, deggio gran parte a voi di mia fortuna

Grata vi sarò sempre, cor di virtù ripieno.

DEMETRIO Fu la pietà mai sempre grata ad un core armeno.

Le leggi nostre, il sangue, che in noi serbasi antico,

Fa che il costume nostro sia di pietade amico.

Noti noi rese un tempo ai popoli la guerra;

Or la pietà ci rende grati per ogni terra.

 


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