Carlo Goldoni
Pamela maritata

L'AUTORE A CHI LEGGE

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L'AUTORE A CHI LEGGE

 

Trovandomi in Roma nell'anno 1758, sperimentai in me medesimo una peripezia non indegna di essere riportata, perché può servire d'esempio a chi si espone al pubblico, ed è soggetto alle varie vicende della Fortuna. Fui chiamato colà in quell'illustre Metropoli per assistere io stesso alla rappresentazione delle opere mie, che da molti anni, senza di me, si rappresentavano con fortuna. Fu scelto il Teatro di Tordinona, il più grande fra i molti destinati alle azioni Comiche. Il Cavaliere che avea preso sopra di se medesimo tutto l'impegno per tale impresa, non mancò di contribuire alla buona riuscita con attenzione e generoso dispendio, ma con tutto ciò, andò la cosa pessimamente; niuna delle opere ebbe l'onor di piacere, e mi convenne soffirire vederle precipitate sugli occhi miei. Pure (non avend'io il carico di crear cose nuove) scelsi quelle che avevano altrove felicemente incontrato, e faticai per ridurle migliori. Nulla valse per far del bene. Il Teatro vastissimo più adattato ai grandiosi spettacoli, che alle famigliari Commedie, facea sperdere tutte le azioni più delicate e più semplici. La situazione medesima, lontana troppo dal Mondo colto, ed a portata soltanto di barcaiuoli, di carbonai e di birri faceva si ch'ei s'empiesse di spettatori amanti del Pulcinella, e per conseguenza ignari della costumata Commedia. Gli Attori stessi, soliti a recitare o all'improvviso, o alla romanzesca, non aveano l'uso dei caratteri umani, sostenuti con verità e con natura. Le genti colte mi facean grazia di compatirmi, ma io contuttociò non avea ragione di contentarmi. Volle la buona ventura che nel Teatro Capranica si rappresentassero nel tempo stesso delle Commedie mie già stampate, e che venissero colà a tal segno applaudite, che al fin delle recite sentivasi risuonare il nome del povero Autore per altra parte mortificato. Ciò era per me un giubbilo, un'esultanza, e guai se la Providenza non mi muniva di tal ristoro! Non avrei avuto in Roma gli onori che mi sono stati benignamente accordati, e sarei partito pieno di quel rossore cui gli uomini onorati non possono dissimulare. Fra le Commedie che furono nel suddetto Teatro rappresentate, fu estremamente felice la mia Pamela. In fatti fu egregiamente eseguita, sopra tutti un valoroso Giovane, che facea la parte di Milord Bonfil, né io so d'avere veduto in Italia miglior Attore di lui. S'invogliò l'Impresario d'avere per l'anno appresso una Commedia, in seguito dell'argomento medesimo. Credo gli sia venuta la voglia, sapendo che da due altri Scrittori, dietro la traccia della mia Pamela Fanciulla, era stata fatta la Maritata. Bellissime tutte due, ma sempre d'un'altra mano. Desiderò d'averla di mano mia. Mi parve difficile; resistetti un pezzo, e finalmente la feci. Fatta ch'io l'ebbi, partii di Roma; fu rappresentata poi l'anno dopo; mi hanno detto che riuscì fortunata quanto la prima, ma io non l'ho veduta rappresentare. Non ho avuto campo adunque di far sopra di essa quelle osservazioni ch'io soglio fare dalla Platea sopra le cose mie, per correggerle pria di stamparle. Ho fatto al tavolino, tre anni dopo, quel che ho potuto, e qualche cosa ho cambiato, e mi pare che sia passabile fra tante altre peggiori; giacché buona non posso dirla, perché il buono non nasce nel mio giardino. Grande è stato al mio scarso talento l'impegno di continuare un'azione intieramente finita; grandissimo il labirinto, in cui mi sono posto da me medesimo di far divenire Milord geloso, ma con ragione, e mantenere Pamela onesta, e non coprire verun Attore di scelleraggini, o d'imposture, ma far sì che da una semplice combinazione di fatterelli nascessero i sospetti e le ragionevoli congietture, conducendo il fin dell'azione con una lieta catastrofe, senza niente di sorprendente. Io non lodo la mia Commedia; svelo il mio assunto, e confesso la mia fatica.

Tutto quello che ha di buono la presente mia opera è la dedica a Monsieur Voltaire, il di cui nome è maggiore di qualunque elogio. Nell'epistola precedente ho parlato di lui, e ho parlato di versi, di lettere, e di cose attinenti all'onorifica menzione ch'ei si compiace di fare di me e delle mie produzioni. Credo non sarà discaro al Lettore di aver sotto gli occhi i monumenti allegati di sì grand'Uomo, sempre preziosi, quantunque per me solo impiegati.

La prima volta adunque, che a me giunsero inaspettate le di lui grazie, fu allora quando il Signor Senatore Albergati m'inviò con sua lettera da Bologna i seguenti versi stampati, a lui trasmessi dall'Autore medesimo.

 

Vers de M. Voltaire sur les talens Comiques de M. Goldoni.

 

En tout pays on se pique

De molester les talens.

De Goldoni les Critiques

Combattent ses Partisans.

 

On ne savait à quel titre

On doit juger ses écrits;

Dans ce procès on a pris

La nature pour arbitre.

 

Aux Critiques, aux Rivaux,

La nature a dit sans feinte:

Tout auteur a ses défauts,

Mais ce Goldoni m'a peinte.

 

Penetrato da sì gentile e cortese modo di esprimersi in mio vantaggio, scrissi allora una lettera a M. Voltaire, ringraziandolo della buona opinione che mostrava aver di me e del compatimento alle opere mie ed alle mie vessazioni, ed ecco la preziosa risposta ch'ei si è compiacciuto mandarmi, scritta per la maggior parte in lingua nostra Italiana, di cui ha egli dato altri saggi, possedendola perfettamente.

 

Au chateau de Ferney en Bourgogne 24 Sept. 1760.

 

Signor mio, Pittore e Figlio della Natura; vi amo dal tempo che io vi leggo. Ho veduta la vostra anima nelle vostre opere. Ho detto: Ecco un uomo onesto e buono, che ha purificato la Scena Italiana, che inventa colla fantasia, e scrive col senno. Oh che fecondità! Mio Signore, che purità! E come lo stile mi pare naturale, faceto, ed amabile! Avete riscattato la vostra Patria dalle mani degli Arlecchini. Vorrei intitolare le vostre Commedie: L'Italia liberata da' Goti. La vostra amicizia m'onora, m'incanta. Ne sono obbligato al Signor Senatore Albergati, e Voi dovete tutti i miei sentimenti a Voi solo.

Vi auguro, mio Signore, la vita la più lunga, e la più felice, giacché non potete essere immortale come il vostro nome. Intendete di farmi un grand'onore, e già mi avete fatto il più gran piacere.

J'use, mon cher Monsieur, de la liberté françoise en vous protestant sans cérémonie que vous avez en moy le partisan le plus déclaré, l'admirateur le plus sincère, et déjà le meilleur ami que vous puissiez avoir en France. Cela vaut mieux que d'être votre très humble et très obéissant serviteur.

Voltaire.

 

Ecco la lettera, che hanno tanto desiderato e goduto i miei buoni amici, ed ecco in appresso due paragrafi di egual valore, estratti l'uno dalla lettera sopraddetta di M. Voltaire al Signor Senatore Albergati, e l'altro dalla risposta al medesimo di questo eruditissimo e benignissimo Cavaliere, di cui per gloria mia godo da molti anni la protezione, l'amore, e la frequente corrispondenza.

 

Estratto della lettera di M. Voltaire al Signor Marchese Albergati Capacelli Senator di Bologna de' 23 Decembre 1760.

 

Vous êtes, Monsieur, un de ceux qui ont rendu le plus de service à l'esprit humain dans votre ville de Bologne, cette mère des sciences; vous avez représenté à la campagne, sur le théâtre de votre palais, plus d'une de nos pièces Françoises, élégamment traduites en vers Italiens; vous daignez traduire actuellement la Tragédie de Tancrède, et moi qui vous imite de loin, j'aurai bientôt le plaisir de voir représenter chez moi la traduction d'une pièce de votre célèbre Goldoni, que j'ai nommé, et que je nommerai toujours le Peintre de la Nature; digne réformateur de la Comédie Italienne, il en a banni les farces insipides, les sottises grossières, lorsque nous les avions adoptées sur quelques théâtres de Paris. Une chose m'a frappé surtout dans les pièces de ce génie fécond, c'est qu'elles finissent toutes par une moralité, qui rappelle le sujet et l'intrigue de la pièce, et qui prouve que ce sujet et cette intrigue sont faits pour rendre les hommes plus sages et plus gens de bien.

 

Estratto della lettera responsiva del Signor Senatore suddetto a Monsieur Voltaire.

 

Le célèbre Goldoni, qui a mérité vos éloges, a fait connaître que l'on peut rire sans honte, s'instruire sans s'ennuyer, et s'amuser avec profit. Mais quel essaim de babillards et de censeurs indiscrets s'éleva contre lui! Pour ceux que je connais personnellement, je les divise en deux classes: la première comprend une espèce de savans vétilleux que nous appellons Parolai, juges et connaisseurs de mots, qui prétendent que tout est gâté, dès qu'une phrase n'est pas tout-à-fait cruscante, dès qu'une parole est tant soit peu déplacée, ou l'expression n'est pas assez noble et sublime. Je crois qu'il y aurait à contester pour long tems sur ces imputations; mais laissons à part tout débat. La réponse est facile; c'est Horace qui la donne.

 

... Ubi plura nitent in carmine non ego paucis

Offendar maculis, quas aut incuria fudit,

Aut humana parum cavit natura.

 

Et Dryden a ajouté fort sensément,

 

Errors, like straws, upon the surface flow;

He, who would search for pearl, must dive below.

 

L'autre classe, qui est la plus fière, est un Corps respectable de plusieurs Nobles des deux sexes, qui crient vengeance contre M. Goldoni, parcequ'il ose exposer sur la Scène le Comte, le Marquis, et la Dame avec des caractères ridicules et vicieux, qui ne sont pas parmi nous, ou qui ne doivent pas être corrigés. Le crime vraiment est énorme, et le criminel mérite un rigoureux châtiment. Il a eu tort de s'en tenir au sentiment de Despréaux.

 

La Noblesse, Dangeau, n'est pas une chimère,

Quand sous l'étroite loi d'une vertu sévère,

Un homme, issu d'un sang fécond en demi-Dieux,

Suit, comme toi, la trace ou marchaient tes Ayeux.

Mais je ne puis souffrir qu'un fat, dont la mollesse

N'a rien pour s'appuyer, qu'une vaine Noblesse,

Se pare insolemment du mérite l'autrui,

Et me vante un honneur, qui ne vient pas de lui.

 

Goldoni devait respecter même les travers des gens de condition, et se borner à un rang obscur et indifférent, qui lui aurait fourni d'insipide matière pour ses comédies.

Les Athéniens punissaient rigoureusement tout Auteur comique, dont la raillerie était générale et indirecte. Ils voulaient qu'on nommât les personnes, quelque fût leur rang; et jugeaient inutile la correction, que la Comédie a pour but, dès qu'elle ne décélait la personne ridicule ou vicieuse par son propre nom. Quel embarras ne serait-ce pour Aristophane, pour Ménandre, la delicatesse de nos jours!

 

... ridendo dicere verum

Quid vetat?

 

M. Goldoni a répété tout cela plusieurs fois pour obtenir son pardon: maison ne l'en a pas jugé digne. Je me trouvai à la représentation del Cavaliere e la Dama, qui est une de ses meilleures Pièces. Vous en connaissez le prix, nous en connaissons tous la vérité; et ce fut justement la vérité de l'action et des caractères qui souleva contre l'Auteur ses premiers ennemis dans notre ville. On lui reprocha de s'être faufilé trop librement dans le sanctuaire de la Galanterie, et d'en avoir dévoilé les mystères aux yeux profanes de la populace. Les Chevaliers errants se piquèrent de défendre leurs Belles: celles-ci les excitèrent à la vengeance par certaine rougeur de commande, fille apparente de la modestie, mais qui l'est réellement de la rage et du dépit.

Enfin, Monsieur, on pourra jouer sur la Scène l'amour d'un Roi dans Pyrrhus, qui manque à sa parole; l'impiété d'une Reine dans Sémiramis, qui se porte à verser le sang de son époux pour régner à sa place; les amoureux transports d'une Princesse dans Chimène pour le meurtrier de son Père; et tant d'autres Monarques empoisonneurs, traîtres, tyrans, sans qu'il soit permis d'y exposer nos faiblesses.

Voilà le procès que l'on fait à Goldoni: imaginez-vous quels en peuvent être les accusateurs. Il a fait le sourd, il a continué son train, et par-là il a obtenu la réputation d'Auteur admirable, et de Peintre de la nature; titres que vous-même lui avez confirmés. Mais revenons etc.


 

 


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