Carlo Goldoni
Pamela maritata

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA   Miledi Pamela e milord Artur

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ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA

 

Miledi Pamela e milord Artur

 

ART. No, miledi, non apprendete con tanto senso un leggiero ostacolo alla vostra piena felicità. Lo sapete che le grandi fortune non vanno mai scompagnate da qualche amarezza, e la vostra virtù può consigliarvi meglio assai di qualunque labbro eloquente.

PAM. Se si trattasse di me, saprei soffrire costantemente qualunque disastro, ma trattasi di mio padre, trattasi di una persona che amo più di me stessa, ed il pericolo in cui lo vedo, mi fa tremare.

ART. Milord vostro sposo non lascierà cosa alcuna intentata per rendervi sollecitamente contenta.

PAM. Ma come mai si è perduta ad un tratto la bella speranza di veder mio padre graziato? Diceste pure voi stesso, che la grazia erasi di già ottenuta, e il Re medesimo accordato aveva il rescritto.

ART. Tutto quello ch'io dissi, non è da mettere in dubbio. Ma nota vi è la disgrazia del Segretario di stato. Deposto quello sfortunato ministro, passò la carica in un altro più rigoroso. Si per combinazione fatale, che in Irlanda e in Iscozia nacque recentemente un'altra picciola sollevazione. Si pensa in Londra a reprimerla nel suo principio, e il ministero non acconsente in simile congiontura spedir la grazia in favore di un reo dello stesso delitto.

PAM. Dunque non è più sperabile la remissione del povero mio genitore?

ART. Non è sì facile, ma non è disperata. Il vostro degno consorte ha dei buoni amici. Io pure mi maneggierò seco lui per ottenere la grazia, e con un poco di tempo noi l'otterremo.

PAM. Voglia il cielo che segua presto. Mio padre è impaziente, ed io lo sono al pari di lui. Il soggiorno in Londra presentemente mi annoia. Milord mio sposo mi ha promesso condurmi alla contea di Lincoln, ma se questo affare non è concluso, si differirà la partenza, e mi converrà soffrire di restar qui.

ART. Perché mai vi dispiace tanto il soggiorno della città?

PAM. Nei pochi giorni ch'io sono sposa, cento motivi ho avuti per annoiarmi.

ART. Il vostro caro consorte non vi tratta forse con quell'amore con cui ha mostrato tanto desiderarvi?

PAM. Anzi l'amor suo di giorno in giorno si aumenta. Pena, quando da me si parte, ed io lo vorrei sempre vicino. Ma una folla di visite, di complimenti, m'inquieta. Un'ora prima ch'io m'alzi, s'empie l'anticamera di gente oziosa, che col pretesto di volermi dare il buon giorno, viene ad infastidirmi. Vuole la convenienza ch'io li riceva, e per riceverli, ho da staccarmi con pena dal fianco di mio marito. Mi convien perdere delle ore in una conversazione che non mi diletta, e se mi mostro sollecita di ritirarmi, anche la serietà degl'Inglesi trova facilmente su quest'articolo i motteggi e la derisione. Più al tardi compariscono le signore. Vengono accompagnate dai cavalieri, ma non ne ho veduta pur una venire con suo marito. Pare che si vergognino di comparire in pubblico uniti. Il mio caro milord, che mi ama tanto, teme anch'egli di essere posto in ridicolo, se viene meco fuori di casa, o se meco in conversazion si trattiene. Mi conviene andare al passeggio senza di lui; due volte ho dovuto andare al teatro senza l'amabile sua compagnia. Questa vita non mi piace, e non mi conviene. Non ho inteso di maritarmi per godere la libertà, ma per gioire nella soavissima mia catena; e se in una grande città non si può vivere a suo talento, bramo la felicità del ritiro, e preferisco a tutti i beni di questa vita la compagnia del mio caro sposo.

ART. Ah, se tutte le donne pensassero come voi pensate, che lieta cosa sarebbe l'accompagnarsi! Ma vedesi pur troppo comunemente il contrario.

 

 


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