Carlo Goldoni
Pamela nubile

ATTO TERZO

SCENA VI   Lord Bonfil, Andreuve, poi Isacco

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SCENA VI

 

Lord Bonfil, Andreuve, poi Isacco.

 

BON. Ehi. (chiama Isacco, il quale subito comparisce) Da sedere. (Isacco porta una sedia) Un'altra sedia. (ne porta un'altra, poi parte) Voi siete assai vecchio; sarete stanco. Sedete.

AND. Il cielo vi rimuneri della vostra pietà. (siedono)

BON. Siete voi un uomo sincero?

AND. Perchè son sincero, son povero.

BON. Ditemi, qual è la vera ragione, che vi sprona a domandarmi Pamela?

AND. Signore, ve lo dirò francamente. Il zelo della di lei onestà.

BON. Non è ella sicura nelle mie mani?

AND. Tutto il mondo non sarà persuaso della vostra virtù.

BON. Che pretendete ch'ella abbia a fare presso di voi?

AND. Assistere alla vecchierella sua madre; preparare il cibo alla piccola famigliuola; tessere, lavorare, e vivere in pace, e consolarci negli ultimi periodi di nostra vita.

BON. Sventurata Pamela! Avrà ella imparato tante belle virtù per tutte nell'obblio seppellirle? Per confinarsi in un bosco?

AND. Signore, la vera virtù si contenta di medesima.

BON. Pamela non è nata per tessere, non è nata per il vile esercizio della cucina.

AND. Tutti quegli esercizi che non offendono l'onestà sono adattabili alle persone onorate.

BON. Ella ha una mano di neve.

AND. Il fumo della città può renderla nera più del sol di campagna.

BON. È debole, è delicata.

AND. Coi cibi innocenti farà miglior digestione.

BON. Buon vecchio, venite voi colla vostra moglie ad abitare in città.

AND. L'entrate mie non mi basterebbero per quattro giorni.

BON. Avrete il vostro bisogno.

AND. Con qual merito?

BON. Con quello di vostra figlia.

AND. Tristo quel padre che vive sul merito della figlia.

BON. Mia madre mi ha raccomandata Pamela.

AND. Era una dama piena di carità.

BON. Io non la deggio abbandonare.

AND. Siete un cavalier generoso.

BON. Dunque resterà meco.

AND. Signore, potete dare a me quello che avete intenzione di dare a lei.

BON. Sì, lo farò. Ma voi me la volete far sparire dagli occhi.

AND. Perchè farla sparire? Io intendo condurla meco con tutta la possibile convenienza.

BON. Trattenetevi qualche giorno.

AND. La mia vecchierella mi aspetta.

BON. Andrete, quando ve lo dirò.

AND. Son due giorni, ch'io manco; se due ne impiego al ritorno, sarà anche troppo per me.

BON. Io non merito che mi trattiatemale.

AND. Signore...

BON. Non replicate. Partirete quando vorrò.

AND. Questi peli canuti possono da voi ottenere la grazia di potervi liberamente parlare?

BON. Sì, io amo la sincerità.

AND. Ah Milord! Temo sia vero quello che per la via mi fu detto, e che il mio cuore anche di lontano mi presagiva.

BON. Spiegatevi.

AND. Che voi siate invaghito della mia povera figlia.

BON. Pamela ha negli occhi due stelle.

AND. Se queste stelle minacciano tristi influssi alla di lei onestà, sono pronto a strappargliele colle mie mani.

BON. Ella è una virtuosa fanciulla.

AND. Se così è, voi non potrete lusingarvi di nulla.

BON. Son certo che morirebbe, pria di macchiare la sua innocenza.

AND. Cara Pamela! Unica consolazione di questo misero antico padre! Deh! signore, levatevi dagli occhi un pericolo; ponete in sicuro la di lei onestà, datemi la mia figlia, come l'ebbe da noi la vostra defunta madre.

BON. Ah! troppo ingrata è la sorte col merito di Pamela.

AND. S'ella merita qualche cosa, il cielo non la lascerà in abbandono.

BON. Quanto cambierei volentieri questo gran palazzo con una delle vostre capanne!

AND. Per qual ragione?

BON. Unicamente per isposare Pamela.

AND. Siete innamorato a tal segno?

BON. Sì, non posso vivere senza di lei.

AND. Il cielo mi ha mandato in tempo per riparare ai disordini della vostra passione.

BON. Ma se non mi lice sposar Pamela, giuro al cielo, altra donna non prenderò.

AND. Lascerete estinguer la vostra casa?

BON. Sì, per accrescere a mio dispetto il trionfo degl'indiscreti congiunti.

AND. E se fosse nobile Pamela non esitereste a sposarla?

BON. Lo farei prima della notte vicina.

AND. Eh Milord! ve ne pentireste. Una povera, ancorchè fosse nobile, non la riputereste degna di voi.

BON. La mia famiglia non ha bisogno di dote.

AND. Siete ricco, ma chi più ha, più desidera.

BON. Voi non mi conoscete.

AND. Dunque la povertà in Pamela non vi dispiace?

BON. Anzi le accresce il merito dell'umiltà.

AND. (Cielo, che mi consigli di fare?)

BON. Che dite fra di voi?

AND. Per carità, lasciatemi pensare un momento.

BON. Sì, pensate.

AND. (Se la sovrana pietà del cielo offre a Pamela una gran fortuna, sarò io così barbaro per impedirla?)

BON. (Combatte in lui la pietà, come in me combatte l'amore.)

AND. (Orsù, si parli, e sia di me e sia di Pamela ciò che destinano i numi.) (si alza da sedere, e con istento s'inginocchia) Signore, eccomi a' vostri piedi.

BON. Che fate voi?

AND. Mi prostro per domandarvi soccorso.

BON. Sedete.

AND. (si alza, e torna a sedere) Vorrei svelarvi un arcano, ma può costarmi la vita.

BON. Fidatevi della mia parola.

AND. A voi mi abbandono, a voi mi affido. Andreuve non è il nome della mia casa. Io sono un ribelle della corona Britanna; sono il conte d'Auspingh, non ultimo fra le famiglie di Scozia.

BON. Come! Voi il conte d'Auspingh?

AND. Sì, Milord, trent'anni or sono che nell'ultime rivoluzioni d'Inghilterra sono stato uno de' primi sollevatori del regno. Altri de' miei compagni furono presi e decapitati; altri fuggirono in paesi stranieri. Io mi rifugiai nelle più deserte montagne, ove, con quell'oro che potei portar meco, vissi sconosciuto e sicuro. Sedati dopo dieci anni i tumulti, e cessate le persecuzioni, calai dall'altezza de' monti, e scesi al colle men aspro e men disastroso, ove, cogli avanzi di alcune poche monete, comprai un pezzo di terra da cui coll'aiuto delle mie braccia raccolgo il vitto per la mia famiglia. Mandai sino in Iscozia ad offerire alla mia cara moglie la metà del mio pane, ed ella ha preferito un marito povero a' suoi doviziosi parenti ed è venuta a farmi sembrare assai bella la pace del mio ritiro. Ella dopo due anni diede alla luce una figlia, e questa è la mia adorata Pamela. Miledi vostra madre, che villeggiava sovente co' suoi congiunti poco lungi da noi, me la chiese in età di dieci anni. Figuratevi con qual ripugnanza mi lasciai staccare dal seno l'unica cosa che di prezioso abbia al mondo; ma il rimorso di dover allevare una figlia nobile, villanamente nel bosco, m'indusse a farlo; ed ora lo stesso amore che ho per essa, e le belle speranze suggeritemi dalla vostra pietà, m'obbligano a svelare un arcano sinora con tanta gelosia custodito, e che se penetrato fosse anche in oggi dal partito del Re, non mi costerebbe nulla men della vita. Un unico amico io aveva in Londra, il quale tre mesi sono morì. Ora in voi unicamente confido; in voi, Milord, che siete cavaliere, e che spero avrete quella pietà per il padre, che mostrate aver per la figlia.

BON. (chiama) Ehi! (viene Isacco) Di' a Pamela, che venga subito. Va poscia da miledi Daure, e dille che, se può, mi favorisca di venir qui. (Isacco parte)

AND. Signore, voi non mi dite nulla?

BON. Vi risponderò brevemente. Il vostro ragionamento mi ha consolato. Prendo l'impegno di rimettervi in grazia del Re; e la vostra Pamela, e la mia cara Pamela, sarà mia sposa.

AND. Ah! signore. Voi mi fate piangere dall'allegrezza.

BON. Ma quali prove mi darete dell'esser vostro?

AND. Questa canuta barba dovrebbe meritar qualche fede. L'esser io vicino a terminare la vita, non dovrebbe far dubitare ch'io volessi morir da impostore. Ma grazie al cielo ho conservato meco un tesoro, la cui vista mi consolava sovente nella mia povertà. Ecco in questi fogli di pergamena registrati i miei veri titoli, i miei perduti feudi, le parentele della mia casa, che sempre è stata una delle temute di Scozia; e pur troppo per mia sventura, mentre l'uomo superbo si val talvolta della nobiltà e della fortuna per rovinar se medesimo. Eccovi oltre ciò due lettere del mio defunto amico Guglielmo Artur, le quali mi lusingavano del perdono, se morte intempestiva non troncava con la sua vita le mie speranze.

BON. Conoscete voi milord Artur, figlio del fu Guglielmo?

AND. Lo vidi in età giovanile; bramerei con esso lui favellare. Chi sa che il di lui padre non m'abbia ad esso raccomandato?

BON. Milord è cavalier virtuoso; è il mio più fedele amico. Ma oh Dio! quanto tarda Pamela! Andiamola a ritrovare. (si alzano)

AND. Signore, vi raccomando a non espor la mia vita. Son vecchio, è vero, poco ancor posso vivere, ma non vorrei morire sotto la spada d'un manigoldo.

BON. In casa mia potete vivere in quiete. Qui niuno vi conosce, e niuno saprà chi voi siate.

AND. Ma dovrò vivere sempre rinchiuso? Son avvezzo a godere l'aria spaziosa della campagna.

BON. Giuro sull'onor mio, tutto farò perchè siate rimesso nella primiera libertà.

AND. Avete voi tanta forza presso di Sua Maestà?

BON. So quanto comprometter mi possa della clemenza del Re e dell'amore de' ministri. Milord Artur s'unirà meco a proteggere la vostra causa.

AND. Voglia il cielo ch'egli abbia per me quell'amore, con cui il padre suo mi trattava.

BON. Ma tarda molto Pamela. Corriamo ad incontrarla.

AND. Io non posso correre.

BON. Datemi la mano.

AND. Oh benedetta la provvidenza del cielo!

BON. Cara Pamela, ora non fuggirai vergognosetta dalle mie mani. (parte con Andreuve)

 

 


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