Carlo Goldoni
Pamela nubile

ATTO TERZO

SCENA XIV   Milord Artur, Pamela, e detti

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SCENA XIV

 

Milord Artur, Pamela, e detti.

 

ART. Eccola; non vuole che io la serva di braccio.

BON. Cara Pamela, ciò disconvenire non sembra ad una onestissima sposa.

PAM. Tale ancora non sono.

MIL. Come! Che sento! La vostra sposa è Pamela?

BON. Sì, riverite in lei la contessa d'Auspingh.

MIL. Chi l'ha fatta contessa? Voi?

BON. Tal è per ragione di sangue. Milord Artur ve ne faccia fede.

ART. Miledi, credetelo sull'onor mio. Il conte suo padre ha vissuto trent'anni incognito, in uno stato povero ma onorato.

MIL. Contessa, vi chiedo scusa delle ingiurie, che, non conoscendovi, ho contro di voi proferite. Siccome il mio sdegno era prodotto dallo zelo d'onore, spero saprete ben compatirlo voi, che dell'onore avete formato il maggior idolo del vostro cuore.

PAM. Sì, Miledi, compatisco, approvo e do lode alla vostra delicatezza. Pamela rustica poteva formare un ostacolo alla purezza del vostro sangue. Pamela, che ha migliorato di condizione, può lusingarsi della vostra bontà.

MIL. Vi chiamo col vero nome d'amica, vi stringo al seno col dolce titolo di cognata.

PAM. Questo generoso titolo che voi mi accordate, a me non ancora si aspetta.

MIL. E che vi resta per istabilirlo?

PAM. Oh Dio! Che il vostro caro fratello me ne assicuri.

BON. Adorata Pamela, eccovi la mia mano.

PAM. Ah, non mi basta.

BON. Che volete di più?

PAM. Il vostro cuore.

BON. È da gran tempo, che a voi lo diedi.

PAM. Voi mi avete donato un cuore che non è il vostro; io mi contento di quello. Sì, voi mi avete donato un cuore che pensava di rovinarmi, se il cielo non mi assisteva. Datemi il cuore di sposo fedele, di amante onesto; bellissimo cuore, adorabile cuore, dono singolare e prezioso, dovuto da un cavalier generoso ad una povera sventurata, ma che in dote porta il tesoro d'una esperimentata onestà.

BON. Sì, adorata mia sposa, quest'è il cuore ch'io vi dono. L'altro me l'ho strappato dal seno, dopo che l'eroiche vostre ripulse mi hanno fatto arrossire di avervelo una fiata offerto. Miledi, udite i sentimenti di quest'anima singolare. Ecco la virtuosa femmina sconosciuta, che avete ardito insultare. Ecco l'onesta giovine, a cui il temerario vostro nipote ha proferite esecrabili ingiurie. Voi da questo giorno non vi lascerete più vedere da me. Il cavaliere pagherà il suo ardire altrimenti.

MIL. Deh! placate lo sdegno. Se mio nipote vi ha offeso, egli non è lontano, disposto a chiedervi scusa.

ART. Caro amico, non funestatelieto giorno con immagini di vendetta. Ricevete le scuse del cavaliere.

BON. No, compatitemi.

PAM. Milord.

BON. Questo non è il titolo con cui mi dovete chiamare.

PAM. Caro sposo, permettetemi che in questo giorno, in cui a pro di una femmina fortunata siete liberale di grazie, una ve ne chieda di più.

BON. Ah! voi mi volete chiedere ch'io perdoni al cavaliere.

PAM. Sì; vi chiedo forse una cosa che vi avvilisca? Il perdonare è atto magnanimo e generoso, che rende gli uomini superiori all'umanità.

BON. Il cavaliere ha offesa voi, che mi siete più cara di me medesimo.

PAM. Se riguardate l'offesa mia, con più coraggio vi pregherò di scordarvene.

BON. Generosa Pamela, in grazia vostra perdono al cavaliere le offese.

PAM. Non basta; rimettete nel vostro amore anche la vostra cara sorella.

BON. Sì, lo farò, per far conoscere quanto vi stimi e quanto vi ami. Miledi, tutto pongo in oblio per cagione di Pamela. Ammiratela, imitatela, se potete.

MIL. Caro fratello, potrei imitarla in tutto, fuorchè nel tollerare con tanta bontà gl'impeti della vostra collera.

BON. Perchè i vostri sono peggiori dei miei.

 

 


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