Carlo Goldoni
Il padre per amore

ATTO PRIMO

SCENA QUINTA   Donna Isabella, donna Placida e detti

Precedente

Successivo

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

SCENA QUINTA

 

Donna Isabella, donna Placida e detti.

 

FER.

Venite alle mie braccia, figlia diletta e cara;

Non vuò vedervi in volto segni di doglia amara.

Chi più di me dovrebbe lagnarsi del destino?

Ma se natura ascolto, me alle sue leggi inchino.

E voi, dopo aver tanto pianta l'estinta madre,

Ora pensar dovete a consolare il padre.

ISA.

Lo farei se potessi, ma son dolente ancora.

PLA.

È di cuor tenerissimo la povera signora.

Tento ogni strada invano di serenar quel ciglio.

FER.

Della governatrice seguite il buon consiglio;

So pur che voi l'amate quanto la madre istessa.

ISA.

Qual per la madre or piango, io piangerei per essa.

LUI.

Dolce amabile cuore non sa frenare il duolo.

FER.

Isabella, appressatevi, che sì che io vi consolo?

So che nel vostro petto, oltre l'amor materno,

Arde segretamente un dolce foco interno.

Cara, non arrossite, non vi coprite il volto:

L'ardor non disapprovo, che avete in seno accolto.

Anzi amar don Luigi vi esorto e vi consiglio:

Amatelo qual sposo; l'amo anch'io come figlio.

LUI.

Deh, gradite i sinceri teneri affetti miei. (a donna Isabella)

FER.

Via, parlar vi concedo. (a donna Isabella)

PLA.

Parlerò io per lei.

ISA.

No, di tacer vi prego. (a donna Placida)

PLA.

Non può spiacervi, io spero, (a donna Isabella)

Malgrado a un bel rossore, che si confessi il vero.

Signor, la giovinetta dal che al mondo è uscita (a don Fernando)

Finor per bontà vostra da me fu custodita.

Ella serbò mai sempre la candida innocenza,

Facendo suo diletto la pace e l'obbedienza.

Gli occhi di don Luigi ebbero tal valore,

Che penetraro a forza della fanciulla il cuore.

ISA.

O Placida indiscreta!

PLA.

A me così parlate?

Indiscreta a chi v'ama?

ISA.

Per pietà, perdonate.

FER.

Se il genitor l'accorda, vada il rossore in bando.

ISA.

Permettete ch'io parta.

FER.

Restate, io vel comando.

ISA.

Madre mia, soccorretemi. (a donna Placida)

PLA.

Figlia diletta, usate

Nell'obbedire al padre quella virtù che amate.

È la modestia un dono, che in pochi oggi si vede;

Ma perde anch'essa il merto, quando i confini eccede.

Dir che amate ad ogn'altro troppo sareste ardita;

Ma confessarlo al padre ogni ragion v'invita.

Egli sul vostro cuore ha un dritto di natura,

E nascondendo il cuore, tal dritto a lui si fura.

Son due virtù gemelle rispetto ed obbedienza.

Ora parlar dovete del padre alla presenza.

ISA.

Ma non è solo il padre. (a donna Placida)

PLA.

Ah sì. Ha ragion, signore;

Non può, il Duca presente, parlar senza rossore.

FER.

Bella innocenza amabile!

LUI.

Signor, quella virtù

Che a tacer la consiglia, favella ancora più.

A parlar non si sforzi la giovane innocente;

L'occhio è assai più del labbro sincero ed eloquente.

Prova maggior d'affetto dai labbri suoi non bramo,

Se cento volte e cento l'occhio mi disse: io t'amo.

PLA.

Signore, è in piacer vostro che andiamo a ritirarci? (a don Fernando)

LUI.

Perché partir sì presto? perché di voi privarci?

PLA.

Perdonate, di grazia, non è la mia signora

Avvezza a trattenersi in pubblico a quest'ora.

Qui vien di molta gente, e vuol la convenienza

Ch'ella non sia veduta. Andiam. (a donna Isabella)

ISA.

Con sua licenza. (alli due, inchinandosi)

FER.

Dove la condurrete? (a donna Placida)

PLA.

A lavorar, signore;

Andrà co' suoi ricami contenta a passar l'ore.

A trapuntare è intenta candida tela e fina,

Che presentare in dono al genitor destina.

FER.

Grato mi è l'amor vostro, ma un sì gentil ricamo

Veder più giustamente a collocare io bramo.

Offrite il bel lavoro, con animo amoroso,

Al duca don Luigi, ch'è giovane e ch'è sposo.

Siete di ciò contenta? (a donna Isabella)

LUI.

Volete voi ch'io speri? (a donna Isabella)

PLA.

Ma su via, rispondete. (a donna Isabella)

ISA.

signor, volentieri. (parte)

PLA.

Con licenza, signore. (inchinandosi per partire)

FER.

Di quel piacer ch'io godo

Nell'ammirar la figlia, la sua tutrice io lodo. (a donna Placida)

PLA.

Quella bontà di cuore grazia è del ciel soltanto.

Se buona è per natura, signor, non è mio vanto.

Ho fatto il dover mio, quanto ho potuto almeno;

E se ne abbiamo il frutto, il merto è del terreno. (parte)

 

 

 


Precedente

Successivo

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA1) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License