Carlo Goldoni
Il padre per amore

ATTO SECONDO

SCENA SECONDA   Donna Marianna e Paolina

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SCENA SECONDA

 

Donna Marianna e Paolina.

 

PAO.

Ecco il costume solito di questi uomini ingrati:

Di noi presto si scordano, due passi allontanati.

E poi quando ritornano i perfidi bricconi,

Pretendono che tutto si scordi, e si perdoni.

E voi siete sì buona d'amar quell'animale,

Che fa dell'amor vostro sì poco capitale?

MARI.

Chetati, Paolina, se compiacer mi brami.

A te non dissi ancora, s'io l'ami o s'io non l'ami.

Io stessa non intendo se mi consigli amore,

Ma a rintracciar l'ingrato mi stimola l'onore.

Cedute le ragioni, per forza altrui soggetta,

Vengo a chieder giustizia, o a procurar vendetta.

PAO.

Da chi sperar potete ragione ai torti vostri?

Gli uomini in certi incontri son tutti amici nostri;

Ma quando che si tratta d'usarci un'ingiustizia,

Per farci disperare han l'arte e la malizia.

Se comandasser donne, son certa e son sicura,

Che saria condannato il Duca a dirittura.

Ma nelle man degli uomini il comandar ridotto,

Vogliono che sian sempre le femmine al di sotto.

MARI.

Io mi lusingo ancora, nell'appressarmi ad esso,

Fatta mi sia giustizia da don Luigi istesso.

Docile ed amoroso lo riconobbi allora:

Tal, se mi vede, io spero di ritrovarlo ancora.

Sarà da' suoi congiunti forzato abbandonarmi,

Lettera ei non mi scrisse, che vaglia a disperarmi;

Onde, qual io forzata finsi troncar l'impegno,

Forse è costretto anch'egli a tollerar con sdegno.

Vede la mia rinunzia, ed il mio cuor non vede;

Può perciò condannarmi anch'ei di poca fede.

Vengo a disingannarlo. Vengo, s'egli ama e teme,

Le sue, le mie ragioni a sostenere insieme.

PAO.

E se lo ritrovaste d'altra beltà invaghito?

MARI.

Del tradimento indegno lo ridurrei pentito.

PAO.

Come?

MARI.

Come, mi chiedi? Tu sai qual esser soglio,

Allor che sostenere le mie ragioni io voglio.

Se abbandonai la patria, se ardii fuggir di mano

Agli avidi congiunti, non l'avrò fatto invano.

Or che il più ho cimentato, il meno che mi resta

È una misera vita, e arrischierò ancor questa.

Favola son del mondo, e di vedere aspetta

L'una e l'altra Sicilia da me la mia vendetta.

PAO.

Una cosa vuò dire, poi ed ho finito:

Dubitate in Messina trovare altro marito?

MARI.

Non sai che al sangue illustre, da cui son derivata,

Troppo mal corrisponde la mia fortuna ingrata?

Che l'avolo paterno in Corte ha consumato

Il ricco patrimonio, ministro sfortunato?

E che a servir costretto il padre mio fra l'armi,

Morì senz'aver modo nemmen di collocarmi?

Lo zio, povero anch'egli, di me soffrì lo scherno,

Per ottener la grazia d'un misero governo.

Ed io che la mia sorte sperai veder cangiata,

Or sono all'interesse dal zio sacrificata.

Dove trovar potrei, in questo o in altro regno,

Del duca don Luigi sposo di me più degno?

Nato di sangue illustre, adorno di ricchezza,

Giovine che il talento accoppia alla bellezza,

Congiunto in parentela ai principi maggiori,

Che avrà dal suo sovrano le cariche migliori.

Ed io che per fortuna l'avvinsi ai lacci miei,

Cederlovilmente, e perderlo dovrei?

Morir, morir, più tosto che ritornar meschina

Senza l'illustre sposo a riveder Messina.

PAO.

Non so che dir, signora, vi do ragion davvero.

Voglia il ciel ch'ei vi sposi.

MARI.

Sì, conseguirlo io spero.

PAO.

Ecco qui il marinaro.

 

 

 


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