Carlo Goldoni
L'adulatore

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

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ATTO PRIMO

 

 

 

SCENA PRIMA

 

Don Sancio a sedere, don Sigismondo in piedi.

 

SIG. Eccellenza, ho formato il dispaccio per la Corte. Comanda di sentirlo?

SANC. È lungo questo dispaccio?

SIG. Mi sono ristretto più che ho potuto. Ecco qui, due facciate di lettera.

SANC. Per ora ho poca volontà di sentirlo.

SIG. Compatisco infinitamente Vostra Eccellenza: un cavaliere nato fra le ricchezze, allevato fra gli agi, pieno di magnifiche idee, soffre mal volentieri gl’incomodi. (Tutto ciò vuol dire ch’egli è poltrone). (da sé)

SANC. Scrivete al Segretario di Stato, che mi duole il capo; e con un complimento disimpegnatemi dallo scrivere di proprio pugno.

SIG. A me preme l’onore di Vostra Eccellenza quanto la mia propria vita. Se mi fa l’onore di riportarsi alla mia insufficienza nel formare i dispacci, ho piacere che di quel poco ch’io so, si faccia ella merito.

SANC. Se vi ordino i dispacci non è perché non abbia io la facilità di dettarli, ma per sollevarmi da questo peso. Per altro so il mio mestiere, e la Corte fa stima delle mie lettere.

SIG. (Appena sa scrivere). (da sé) Eccellenza sì: so quanto si esalti alla Corte, e per tutto il mondo, lo stile bellissimo, terso e conciso de’ di lei fogli. Io, dacché ho l’onore di servirla in qualità di segretario, confesso aver appreso quello che per l’avanti non era a mia cognizione.

SANC. Lasciatemi sentire il dispaccio.

SIG. Obbedisco. (legge)

 

Sacra Real Maestà.

Da che la clemenza della M.V. mi ha destinato al governo di questa Città, si è sempre aumentato in me lo zelo ardentissimo di secondare le magnanime idee del mio adorato Sovrano, nell’esaudire le preci de’ suoi fedelissimi sudditi. Bramano questi instituire una Fiera in questa Città, da farsi due volte l’anno, ed hanno già disegnato il luogo spazioso e comodo per le botteghe e per li magazzini, facendo essi constare, che da ciò ne risulterà un profitto riguardevole alla Città, e un utile grandioso alle regie finanze. Mi hanno presentato l’ingiunto Memoriale, ch’io fedelmente trasmetto al trono della M.V., dalla di cui clemenza attendesi il favorevol rescritto, per consolar questi popoli intenti a migliorar la condizione del loro paese, e il real patrimonio...

SANC. Fermatevi un poco. Io di questo affare non ne sono informato.

SIG. Quest’è l’affare, per cui, giorni sono, vennero i Deputati della città per informare V. E., ed ella, che in cose più gravi e serie impiegava il suo tempo, ha comandato a me di sentirli, e raccogliere le istanze loro.

SANC. Mi pare ch’essi venissero una mattina, in cui col mio credenziere stava disegnando un deser.

SIG. Gran delicatezza ha V. E. nel disegno! In verità tutti restano maravigliati.

SANC. In ogni pranzo che io do, sempre vedono un deser nuovo. I pezzi sono i medesimi, ma disponendoli diversamente, formano ogni volta una cosa nuova.

SIG. Ingegni grandi, talenti felici!

SANC. Ditemi, quant’è che non avete veduto donna Aspasia?

SIG. Ieri sera andai alla conversazione in sua casa.

SANC. V’ha detto nulla di me?

SIG. Poverina! Non faceva che sospirare.

SANC. Sospirare? Perché?

SIG. V. E. se lo può immaginare.

SANC. Sospirava forse per me?

SIG. E chi è quella donna, che dopo aver trattato una volta o due con V. E., non abbia da sospirare?

SANC. Voi mi adulate.

SIG. Perdoni, aborrisco l’adulazione come il peccato più orribile sulla terra. Il marito di donna Aspasia è ancora presso la Corte, per impetrare da S.M. di poter venire colla sua compagnia a quartiere d’inverno a Gaeta.

SANC. Come lo sapete?

SIG. Evvi la lettera del Segretario di Stato.

SANC. Io non l’ho letta. Che cosa dice?

SIG. Egli ne parte a V. E., e siccome si sa alla Corte che don Ormondo, marito di donna Aspasia, aveva un’inimicizia crudele col duca Anselmo, chiede per informazione se siano reconciliati, e se può temersi che il ritorno di don Ormondo alla patria possa riprodurre de’ nuovi scandali.

SANC. Mi pare che queste due famiglie sieno da qualche tempo pacificate.

SIG. È verissimo.

SANC. Dunque don Ormondo verrà a Gaeta.

SIG. Piace a lei ch’egli venga?

SANC. Se ho da dire il vero, non lo desidero molto.

SIG. Ebbene, si vaglia della sua autorità. Risponda al Segretario di Stato, che la quiete di questa città esige che don Ormondo ne stia lontano. Con due righe d’informazione contraria al memoriale di don Ormondo, è fatto tutto.

SANC. Fatele, ed io le sottoscriverò.

SIG. Sarà ubbidita. (Giovami tenerlo occupato negli amori di donna Aspasia, per maneggiarlo a mio modo). (da sé)

SANC. Ditemi, e voi come ve la passate con donna Elvira?

SIG. Qualche momento che mi avanza, l’impiego volentieri nell’onesta conversazione di quella onoratissima dama.

SANC. Mi dicono che suo marito sia molto geloso.

SIG. Lodo infinitamente don Filiberto. Egli è un cavaliere onorato, e tutto fa ombra alla delicatezza del suo decoro.

SANC. Mi pare però ch’egli non abbia gran piacere che voi serviate la di lui moglie.

SIG. Oh! la mi perdoni. Siamo amicissimi. Anzi vorrei pregare V. E. di una grazia in favor del mio caro amico.

SANC. Dite pure, per voi farò tutto.

SIG. L’affare contenuto in questo dispaccio preme sommamente alla città di Gaeta. Vi vuole a Napoli una persona che agisca e informi con del calore; onde bramerei ch’ella appoggiasse un tal carico a don Filiberto, e gli ordinasse portarsi immediatamente alla Corte, e dimorasse sino alla consumazione di un tal affare.

SANC. Bene, stendete il decreto, ch’io lo sottoscriverò.

SIG. V. E. è sempre facile, è sempre clemente, quando si tratta di beneficare.

SANC. Ditemi sinceramente, è tutta amicizia quella che vi sprona ad allontanare da Gaeta don Filiberto, o vi è un poco di speranza di migliorar la vostra sorte con donna Elvira?

SIG. Oh! signore, le mie mire non sono di tal carattere.

SANC. Parliamoci schietto. Né meno io vedrei volentieri il ritorno di don Ormondo.

SIG. V. E. non è capace di preferire il proprio piacere al pubblico bene.

SANC. Ma la lontananza di don Ormondo mi giova.

SIG. Che giovi a lei, è un accidente che non decide, ma giova moltissimo alla quiete della città, che colla di lui assenza si mette al sicuro dai torbidi, che produrrebbe la di lui presenza.

SANC. Caro don Sigismondo, voi mi consolate. Con qualche rimorso m’induceva io a procurare l’allontanamento di don Ormondo, ma poiché voi mi assicurate che il farlo sia un atto di equità e di giustizia, pongo in quiete l’animo mio, e riposo sopra il vostro consiglio.

SIG. Bella docilità, bella chiarezza di spirito, che apprende tutto con facilità, e discerne a prima vista il vero, il bene, la ragione ed il giusto!

SANC. Potrei parlare con donna Aspasia?

SIG. La faremo venire a Corte. La inviti a pranzo.

SANC. Mia moglie che dirà?

SIG. Ella non è dominata dallo spirito della gelosia, ma da quello dell’ambizione.

SANC. La sua passione è l’invidia.

SIG. Un marito saggio, come V. E., saprà correggerla.

SANC. Non prendo cura della pazzia d’una donna.

SIG. Fa benissimo. Pensi ognuno per sé.

SANC. Qualche volta per altro mi fa venire la rabbia.

SIG. Il marito alla fin fine comanda.

SANC. Ma per goder la mia quiete, dissimulo e lascio correre.

SIG. Oh bel naturale! Oh bel temperamento! Lasciar correre. Invidio una sì bella virtù.

SANC. Quello che più mi pesa, è Isabella mia figlia. Ella cresce negli anni, e mi converrà collocarla.

SIG. Certamente. Le figlie nubili non istanno bene alla Corte. Giacché il conte Ercole la desidera, può liberarsene.

SANC. Ma io non vorrei incomodarmi nel darle la dote.

SIG. Sarebbe bella che V. E. avesse da incomodarsi per la figlia! Pensi a godere il mondo, che per la figlia non mancherà tempo.

SANC. Ma, caro segretario, ella è alquanto semplice, non vorrei mi pericolasse.

SIG. Oh! quand’è così, maritarla.

SANC. La mariterei volentieri, ma non mi trovo in istato di scorporare da’ miei effetti la dote.

SIG. Per amor del cielo, non incomodi la sua casa. Vede in che impegno si trova. Governatore di una città, pieno di credito, avvezzo a trattarsi.

SANC. Ecco mia moglie. Non la posso soffrire.

SIG. Per dirla, è un poco odiosetta.

SANC. Voglio andar via.

SIG. Vada; si liberi da una seccatura.

SANC. Ma no, voglio trattarla con disinvoltura.

SIG. Bravissimo! Felici quelli che sanno dissimulare. Io non sarei capace. Il mio difetto è questo; quello che ho in core, ho in bocca.

SANC. Qualche volta bisogna fingere. Voi non sapete vivere.

SIG. È verissimo, io non so vivere. V. E. ne sa assai più di me.

 

 

 


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