Carlo Goldoni
Il poeta fanatico

L’AUTORE A CHI LEGGE

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L’AUTORE A CHI LEGGE

 

Questa Commedia, ora da me intitolata Il Poeta Fanatico, è quella che nell’edizione del Bettinelli in Venezia, nel Tomo settimo, è intitolata I Poeti. Questo veramente è il titolo che io le ho dato formandola, e col titolo de’ Poeti si è recitata sinora dai Comici per li quali l’ho scritta; ma replicando ora al proposito, quel che altre volte ho detto: il titolo si alla Commedia talora per appagare il popolo, il quale poi merita essere nelle stampe corretto; e però non posso trattenermi di ripetere a questo passo: Signori Librai, Signori Correttori, non si stampano le Opere di Autor vivente, senza la sua approvazione.

Oltre al titolo, che mal conviene, evvi poi un Epitaffio dell’Editore nella seconda pagina, che io non ho coscienza di lasciar passare; egli dice così: Fu questa Commedia per la prima volta recitata in Milano il 5 Settembre 1750, dove fu mediocremente applaudita. In Venezia fu recitata susseguentemente nell’Autunno e Carnovale, ed ebbe pienissimo incontro per 14 sere, ed in ogni altra Città dove fu rappresentata, riuscì aggradevolissima.

Perché in Milano fu mediocremente applaudita, ed in ogni altra Città... riuscì aggradevolissima? I Milanesi non sono eglino di buon gusto? Di sano e giusto discernimento? O sono così difficili da contentare, che possa temersi che dispiaccia loro una cosa in ogni altro luogo piaciuta? No certamente, anzi deggio costantemente asserire, che in Milano si giudica con ragione e con fondamento. Per prova di ciò, e per ispiegar il motivo che m’ha indotto a trascrivere l’Epitaffio, confessar deggio che la mia Commedia, intitolata I Poeti, non è piaciuta nemmeno a Bologna. Come dunque può dirsi che in ogni altra Città è stata aggradevolissima? Piacque in Venezia assaissimo, e piacque estremamente a Torino. Ma perché mai tal differenza d’incontro? Lo dirò io il perché. In Bologna e in Milano la Poesia è in qualche stima maggiore di quello sia in Venezia e in Torino, e però in queste due Città non dispiacque vederla in certa maniera posta in ridicolo. Ma dove la Poesia si coltiva, dove si trovano Poeti egregi ed in buon numero, s’aspettano che una Commedia, intitolata I Poeti abbia ad essere un elogio della Poesia, non una perpetua caricatura. Che sì che, cambiato il titolo, piacerà la Commedia anche a Milano, anche a Bologna? Il Poeta Fanatico? Signor sì, questi è un titolo che conduce la gente al Teatro, prevenuta di dover vedere un Poeta per la poesia delirante, e lo soffriranno in compagnia de’ suoi pari. Ma I Poeti in genere è titolo venerabile, e quantunque ve ne sieno de’ trasportati e ridicoli, questi sono nel minor numero, e non hanno a confondersi coi dotti e saggi.

Perché, mi dirà taluno, non l’hai così intitolata a principio? Hai tu cambiato adesso il Protagonista? Hai alterato l’ordine? La catastrofe l’hai tu variata? No, Lettor mio, la Commedia è la stessa stessissima, se non che qualche superfluità le ho tolto, qualche termine ho migliorato, qualche pezzo ho corretto. Ottavio è il vero Protagonista: l’azione della Commedia non è che l’instituzione e lo scioglimento dell’Accademia, da lui promossa: il matrimonio di Rosaura con Florindo interessa il Fanatico, poiché per ragione del suo fanatismo tal matrimonio succede. Tonino, Corallina e Arlecchino non altro fanno che contribuire al carattere di Ottavio stesso e al discioglimento dell’azion principale, e così tutti gli altri Attori della Commedia, onde sta benissimo il titolo a questo tale appoggiato, e benissimo gli conviene quello di Poeta Fanatico.

Così avessi io avuto tempo di cambiare alcune delle poetiche composizioni, che conosco aver bisogno di essere migliorate, ma le consideri il Lettore fatte per la scena, non per riscuotere applauso particolare. Io non sono mai stato bravo Poeta Lirico, e dacché ho abbracciata la Poesia Teatrale e lo stile comico, ho perso affatto la vena lirica. L’onor di questa lo lascio a più valoroso soggetto, bastandomi il compatimento di mediocre comico che procurerò di conservarmi.

Il personaggio di Tonino fu da me in lingua Veneziana scritto, per comodo di un eccellente Attore in tale idioma, che accoppiava egregiamente al pregio di ben recitare quello ancora del dolce canto, onde non ho creduto ora necessario tradurre un tal personaggio in Toscano; tanto più che so di certo essere il linguaggio nostro universalmente gradito. Lo stesso dirò della parte di Messer Menico; paia strano che un uomo di men colta estrazione facciasi comparir nella scena ad improvvisare, poiché non solo Roma e la Toscana abbondano di tai Poeti, ma noi in Venezia uno ne abbiamo di cotal genere che tutti gli altri sorpassa, e i più eruditi improvvisatori può mettere in soggezione; l’ho sentito io in cimento con uomini letterati, ed egli senza confondersi, col suo chitarrino in mano in vari metri cantando, rime pronte e naturali diceva, e sentimenti fondati ed aggiustatissimi. Ora non ho più il piacer di sentirlo. Sappia egli che ciò mi duole, e per rapporto alla privazione, e per rapporto alla causa, che mi sarà un rammarico doloroso fintanto ch’io viva.


 

 

 


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