Carlo Goldoni
Componimenti poetici

SONETTI SACRI

CANZONE RECITATA NELL’ACCADEMIA DEGLI ARCADI DI PISA, DETTA LA COLONIA ALFEA, SULL’ARGOMENTO DELL’UTILITÀ DELLE LEGGI SCRITTE

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CANZONE RECITATA NELL’ACCADEMIA DEGLI ARCADI

DI PISA, DETTA LA COLONIA ALFEA, SULL’ARGOMENTO

DELL’UTILITÀ DELLE LEGGI SCRITTE

 

O del bell’Arno egregi Vati e prodi,

O genio tutelar d’Arcadia nostra,

O della sagra chiostra

Dell’italica Alfea11 spirti custodi,

Tutti raccolti in coro,

Tutti voi meco imploro,

Or che m’innalzo co’ miei carmi al Polo,

seguir posso il gran viaggio io solo.

Passar vogl’io sino di Giove al trono,

Sotto cui di Giustizia è il chiaro fonte.

Le piume audaci e pronte

Dispiego al vento, e più qual fui non sono.

Passo le vie del cielo;

Ecco si squarcia il velo;

Ecco Giove, che in soglio almo di luce,

È de’ Numi soggetti arbitro e duce.

Ma che dissi de’ Numi? agli occhi miei

Falsa nube non cela i veri oggetti;

Sono in diversi aspetti

Le virtuti di Giove, e non son dei.

Un Nume, un Nume solo

Regge le sfere e il suolo,

Un Nume sol con vari nomi espresso,

Che in diverse sembianze è ognor lo stesso.

Folle quel che Giunon dipinse in gonna,

E Marte armato di lucente usbergo.

Folle chi pone a tergo

L’ali a Mercurio, e che Minerva indonna.

Giuno di Giove è amore;

Marte è il divin furore;

È Minerva di lui la scienza eterna,

Onde regola i moti, e noi governa.

Ed Astrea chi m’addita? ov’è colei

Che offre gli allori, e non depone il brando?

In vano Astrea cercando

Oltre il seno di Giove andar potrei.

Santa Giustizia è questa,

Che il vizio odia e detesta,

Che leggi impone, e son sue leggi antiche

D’amor disegno, e di natura amiche.

Veggio la destra onnipossente, invitta,

Che l’uom trasse dal nulla, ed il superno

Dito del Nume eterno

Che nel cuore dell’uom la legge ha scritta.

Ciascun nel seno impressa

Serba la legge istessa;

Quindi il reo, che altrui cela il proprio errore,

Dal rimorso è punito, e dal rossore.

Ecco ciò che prescrisse ai figli sui

La voce, un , dal divin labbro uscita:

Vivere onesta vita:

Non recar onta: non rapir l’altrui12.

O soavissima legge,

Che anima il mondo e regge,

Quel fonte sei che diramato in rivi,

 Serba ovunque i princìpi eterni e vivi.

Ma poiché intorno all’acque tue s’affolla

E de’ buoni e de’ rei la varia turba,

V’è chi le imbratta e turba,

V’è chi il perfido labbro in lor satolla.

E l’onda dolce e chiara

Torba diviene e amara,

E qual trova dell’uom disposto il seno,

A chi nettare porta, e a chi veneno.

Superba crudeltà de’ regi avari

Cambiò leggi e costumi e culto e riti;

Vi fur monarchi arditi,

Che usurparono a Giove incensi e altari.

Sotto le scuri oppresse

Stavan le leggi anch’esse,

E Giustizia servil freme soggetta

Al comando brutal di gente inetta.

S’appose al ver chi l’amor proprio addusse

Per primiera cagion del gius profano,

Amor protervo, insano,

Che i rei mortali a delirar condusse;

Ma de’ lor vizi ad onta,

Vive ognor desta e pronta

La santa legge de’ mortali in petto,

A meschiar d’amarezza ogni diletto,

Ah tu, Giove superno, al Greco Impero

Desti l’eroe ristaurator di tante

Leggi neglette e sante13,

Onde riebbe Giustizia il suo sentiero.

I scritti ampi volumi

Sono quegli aurei fiumi

Che han la fonte nel tuo provido seno,

E fecondan d’Europa il bel terreno.

Deh tu, Signor, nel cui sovrano aspetto

Fiso or gli occhi giulivi oltre il costume,

Della tua grazia al lume

Rendi scevro da inganni il mio intelletto :

Onde le leggi intenda14,

E il giusto e il ver difenda,

E render possa il dover mio compito,

E l’invidia crudel si morda il dito15.

Ah che in van non si porge i voti a Giove!

Di me stesso maggior reso già sono.

Alte cose ragiono;

Alte cose comprendo, eccelse e nuove.

Dov’è, dov’è l’alloro,

Dove la gemma in oro,

Che l’Euganeo Liceo mi porse un giorno16?

Or più degno di loro, a lor ritorno17.

Giove, dal tuo favor son reso audace;

Nuova grazia desio, la chiedo e spero.

Di te l’esempio vero

Fa ch’io veda nel mondo, e riedo in pace.

Ecco esaudito il voto:

Ecco l’Eroe mi è noto:

Un’immago di Giove al mondo io chiedo,

E un’immago di Giove in Piero18 io vedo.

Sì, vedo in lui cento virtuti e cento,

E Giustizia e Pietà baciarsi in fronte,

E le sue glorie conte

All’Era19, all’Arno, e a Etruria tutta i’ sento.

Lascio contento il cielo,

Poiché di Piero il zelo,

Sostenendo cogli empi eterna guerra,

L’alma pace del ciel mantiene in terra.

Ecco, ripiego i tesi vanni al dorso;

Già piombo al suol; torno d’Arcadia in seno.

Altrui potessi almeno

Mostrar le vie, che in breve tempo ho scorso.

Ah di Giove i splendori

Dir non poss’io, Pastori;

Ma poss’io ben delle sue leggi sante

Mostrarvi in Piero il difensor costante.

 

 





p. -
11 Si sa che un’altra Pisa eravi in Grecia, a cui l’Alfeo fiume da, va il nome d’Alfea, e per questa ragione, la città di Pisa in Toscana poeticamente si chiama Alfea.



12 Honeste vivere: alterurn non laedere: suum unicuique tribuere.



13 Giustiniano imperatore.



14 L’Autore esercitava in Pisa la professione dell’avvocato.



15 Parla de’ suoi persecutori in Pisa.



16 Ornamenti che si conferiscono a quelli che ricevono la laurea dottorale, e ricevuti dall’Autore in Padova, città dello Stato Veneto, circondata da’ monti detti Euganei.



17 Figurandosi l’Autore nel cielo, alla presenza di Giove, intende del suo ritorno sopra la terra.



18 Il Nobil Sign. Cavaliere Pietro Inghirami di Volterra, ch’era in quel tempo Commissario in Pisa.



19 Fiume che scorre a’ piedi del territorio di Volterra.



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