Carlo Goldoni
Componimenti poetici

POESIE IN LINGUA E IN DIALETTO DEL PERIODO VENEZIANO (1748 - 1762)

A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR GIOVANNI FALIER EPISTOLA IN VERSI MARTELLIANI

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A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR GIOVANNI FALIER

EPISTOLA IN VERSI MARTELLIANI

 

Saggio Signor, che al Cielo offri la figlia eletta,

Quanto più vaga e adorna, tanto più al Ciel diletta,

Non di Cain seguendo il pessimo costume,

di trar dal folto gregge i peggior frutti al nume,

ma d’Abele innocente, che offria divoto all’ara

Il torel più vezzoso, l’agnella a lui più cara.

Tu del gran padre Adamo segui l’antico esempio,

Togliendo a te la figlia per consacrarla al tempio:

Ché tempio era di Dio quel monte ov’ei fu spinto,

Come lo è qui fra l’acque di vergini il recinto.

Sacrifici cruenti più non richiede Iddio:

L’ultimo sul Calvario per nostro ben s’offrio.

Le vittime d’amore sono al Fattor dilette,

Dio di misericordie, non più delle vendette.

A te, non che alla figlia, diasi vittoria e lode:

Tu ne risenti il danno, ella trionfa e gode;

Vince dei tre nemici la verginella ogn’arte,

Tu perdi di te stesso in lei la miglior parte;

E pur tranquillo in viso soffri l’acerba e dura

Guerra d’interni affetti per superar natura.

Ma nulla a te fia duro, ché all’anime bennate

Queste, di gloria piene, sono vittorie usate.

Chi ammira i tuoi costumi, chi ti conosce appieno,

Da te, da tua virtute, sperar non potria meno.

Tu dei mondani onori sollecito sol quanto

Basta a serbar intatto d’illustre sangue il vanto,

Serbi diviso il cuore, con ammirabil zelo,

Alla patria, agli amici, alla famiglia, al Cielo.

Ama la patria, e ammira te de’ grand’avi erede,

Te e i cittadini, esempio di verità, di fede.

E alla famiglia insegni, saggio signore e pio,

Dar alle cure il tempo senza usurparlo a Dio.

Io vorre’ pur, se tale fossi qual uopo il chiede,

Poggiar coll’ali a tergo verso l’eterea sede,

E far che dal gelato sino all’adusto suolo

Gisser miei carmi al paro della tua fama a volo.

Direi de’ tuoi grand’avi, che fur d’Adria sostegno,

Primi a fondar sui lidi d’Adria Felice il regno;

Che nel secolo quarto dalle antenoree mura

Venne fra l’acque Alberto pace a trovar sicura.

Le porpore, le mitre, le clamidi, gli allori

Tutti de’ padri eccelsi, tutti i sublimi onori,

Han dei Falieri il sangue in ogni etate adorno.

Tre fiate il trono augusto salir coll’aureo corno.

Formidabili in guerra, saggi, prudenti in pace;

Noti all’Ispano, al Gallo, noti al Germano e al Trace,

E dove la tomba si venera di Cristo,

Ché a parte furo anch’essi del memorando acquisto.

Carmi direi sublimi d’alti famosi eroi,

Degni di te, qual degno sei tu degli avi tuoi.

Ma né valor, né lena in me che basti io sento,

deesi in cotal giorno trattar l’alto argomento.

Oggi che al sacro altare va la fanciulla eletta,

Carmi di gioia il mondo dalla mia Musa aspetta;

Ma, oimè! li aspetta in vano: la cetra a un tronco appesi,

Dacché, Talia seguendo, d’altro furor m’accesi;

Però, se a ciò non vaglio, ecco per me son pronti

A cantar le sue glorie vati famosi e conti;

Ecco de’ carmi loro t’offro gentil corona;

Essi canori accetta, e a me, Signor, perdona.

 

 


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