Carlo Goldoni
Componimenti poetici

POESIE IN LINGUA E IN DIALETTO DEL PERIODO VENEZIANO (1748 - 1762)

ESOPO ALLA GRATA CANTI TRE A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR CONTE LODOVICO WIDIMAN

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ESOPO ALLA GRATA

CANTI TRE

A SUA ECCELLENZA

IL SIGNOR CONTE LODOVICO WIDIMAN

 

CANTO PRIMO

 

Deo gratias: per favor, signora, i’ bramo

La nuova sposa riverir, se lice.

Io son colui che favolando in Samo,

Facea pompa d’ingegno alto e felice...

Esopo, gentildonna, è ver, mi chiamo,

Le cui favole il mondo allega e dice;

Venti secoli or son, m’han sotterrato,

E per pochi momenti or son rinato.

Non vogliate per questo aver paura,

Se al parlatorio si presenta un morto;

Ché gli estinti, per legge di natura,

A chi vive non pon fare alcun torto;

In sì bel giorno a queste sacre mura

L’aure vitali a respirar mi porto;

Tratto pur ora dall’Elisia meta

Da Polisseno, comico poeta.

Colui, che tal fra gli Arcadi s’appella,

Ignoto forse non sarà tra voi;

Ché le monache ancor nella lor cella

Soglionsi trattener coi scritti suoi.

Poiché pingendo in umile favella

I costumi, i difetti, avvenne poi

Che grato rese agli uomini da bene

Lo stil cambiato alle moderne scene.

Che se ignoto ei vi fosse, alta signora,

Maria Quintilia lo conosce appieno;

E l’ha veduto, e l’ha sofferto ancora

Seco a pranzo vicin due volte almeno.

Ché di sua grazia e protezion l’onora

Il cognato di lei di gloria pieno,

Esempio vero agli animi sublimi,

Per sangue e per virtù: primo fra i primi.

Egli perché (sentomi dir) non viene,

E manda un altro a ragionar per esso?

Lungi (rispondo) altro dover lo tiene,

Qua venire per or non gli è concesso.

Ritornerà su quest’Adriache arene,

E verrà seco a consolarsi ei stesso.

Or messaggiero degli affetti sui,

Vengh’io frattanto a ragionar per lui.

Fate a vostro bell’agio (io non ho fretta)

Maria Quintilia scendere alla grata,

E venga pur la nuova sposa eletta

Dalle amiche e congiunte accompagnata,

Con cui vivendo in armonia perfetta

Godesi in società vita beata;

Vengano seco ad ascoltarmi anch’elle

Le WIDIMANE amabili sorelle.

Prima che giungan cavalieri e dame

(Che levan tardi, e non verran sì presto),

Ordinate, però, ch’ella si chiame,

Un breve a udir ragionamento onesto.

Di voi frattanto le curiose brame

Interamente soddisfar protesto;

E appagherò, se il mio pensier vi ,

Non la curiosità, ma il vostro zelo.

Nel giorno in cui la vergine gentile,

Del Rezzonico sangue illustre figlia,

Al suo Signore si consacra umile,

E a ogni umano piacer chiude le ciglia;

Chi ammira e loda l’animo virile,

Chi lei conforta, e per amor consiglia.

Ma d’uopo di consiglio o di conforto

Ella non ha, che già si trova in porto.

Dopo la guerra sostenuta e vinta

Contro il senso, il demonio e il mondo audace,

Di corona di gloria il capo cinta,

Ora stassi a goder tranquilla pace.

Ma al Divin Sposo, che adorare è accinta,

Con mestizia servito esser non piace:

Onde a quell’alme, cui d’amar s’impegna,

L’utile al dolce mescolare insegna.

L’utile al dolce mescolare un giorno

Cogli apologhi miei Grecia m’intese,

Onde sparsa di lor la fama intorno

Di più bella virtù gli animi accese.

Oggi a una Grata a favolar ritorno,

Nel bell’Adriaco libero paese;

Non che di mia moral d’uopo vi sia,

Ma per diletto della vergin pia.

In un solenne, ognun procura

L’amarezza temprar del giusto pianto;

L’amicizia, l’affetto e la natura

Voglio aver io di consolare il vanto.

Delle favole mie, novella e pura

Facile allegoria preparo intanto...

Ecco, ella vien; la riconosco, è dessa:

Vago stuol la circonda, e a noi s’appressa.

Vergine illustre, che d’Andriana il nome

Cambiaste in quel della germana vostra,

Fatta stella del Cielo, appunto come

Ella è una stella della Patria nostra,

Or che, recise le sottili chiome,

Fate di bel valor pomposa mostra,

Vengo, or che siete consacrata a Dio,

Vosco di cuore a consolarmi anch’io.

Chi son, noto saravvi, e chi m’invia,

E da dove fin qua son io venuto,

Ché questa Dama generosa e pia

Informar vi avrà fatto per minuto.

Sediamo dunque. Riverente in pria

Per parte dell’amico io vi saluto,

Indi lieto principio, in sì bel ,

Le Favolette ad ispiegar così.

1. Capro, disceso, ad una Volpe unito,

Di pozzo al fondo a ristorar gli ardori,

Dal periglio riman tardi atterrito,

E non trova la via per escir fuori.

La Volpe, cui non manca unqua partito,

Ed in suo pro sa scegliere i migliori,

Scala fassi del socio, e balza al suolo,

E lui deride disperato e solo.

La Favola vuol dir che, pria d’entrare

Fra i calli incerti del sentiere umano,

Cautamente conviene al fin pensare,

E preveder le cose di lontano:

Siccome voi dall’acque torbe amare

Temendo un trovar l’uscita in vano,

Volgeste al Ciel l’agili voglie pronte

A dissetarvi nell’eterno fonte.

Ne vi curaste che l’umano sguardo

Trovasse in voi gli abbellimenti usati.

2. Una Volpe a contesa ed un Leopardo

Venner, per esser di beltà lodati.

Disse la Volpe a lui: Bel, se ti guardo,

Ti fanno al dorso i colori variati,

Ma gl’interni color, che tu non hai,

Rendon lo spirto mio più bello assai.

Che vale a dir, dell’apparenza esterna

La virtù non si cura, e non s’appaga.

Conto si fa della bellezza interna,

E se un’anima è pura, allora è vaga.

Il vostro cor, cui la virtù governa,

Fra le pompe non erra, e non si svaga;

Vi coprite per or d’un umil velo,

Indi lucide spoglie avrete in Cielo.

E in Cielo avrete la beata sede,

Frutto di vera interna vocazione,

Per cui moveste francamente il piede

Alla felice santa Religione.

Speranza vi conduce, Amore e Fede,

Non minaccie, lusinghe, o indiscrezione,

Le quai talor sotto le sante spoglie

Copron dell’alma le forzate voglie.

Acconciamente a caso tal si adatta

La curiosa terza novelletta.

3. Era un giovane acceso d’una gatta,

E pregò tanto Venere diletta,

Che donna alfine divenir l’ha fatta,

E dall’amante fu per moglie eletta;

Ma vede un sorcio, e con un salto il giugne,

E l’afferra, e v’adopra i denti e l’ugne.

Coll’Apologo mio spiegar intendo:

Si può stato cambiar, ma non natura.

Della Grazia la forza io non contendo,

Ma violenza soffrire è cosa dura.

Felice voi, che per voi stessa avendo

Scelta la cella, solitaria, oscura,

4. Durevol pace a rintracciar venite,

Raffigurata nelle verghe unite.

A voi diletto, e ad altri medicina,

Colla quinta recar favola or provo.

5. Femmina possedea fertil gallina,

Che ciascun giorno produceva un uovo;

Due per averne, s’ange e si tapina,

E cibo dassi a replicar di nuovo

Alla sua chioccia, che soverchiamente

Ingrassata dopoi, non fece niente.

Così gli avari, per accrescer l’oro,

Perdon dell’alma la miglior ricchezza,

E lo stesso accader suole a coloro

Ch’han degli onori e dei piacer vaghezza.

Ma voi, sol vaga d’immortal decoro,

Posta in non cale la natia grandezza,

V’appagate del poco giornaliero,

Che dell’anime giuste è piacer vero.

Maria Quintilia, del Signore ancella,

Che nel seno chiudete un cuor sincero,

Altra vi vonarrar pronta novella,

Che piacere maggior daravvi, io spero.

6. Due giovinastri d’alma nera e fella

Stabilirono, uniti in lor pensiero

Per un cuoco furar, lor arti usare,

Carni fingendo di voler comprare.

Stese un di lor, veggendolo occupato,

Destramente la mano alla derrata;

E pria che fosse il mastro rivoltato,

Diella al compagno, e fu da lui celata.

Questi giurò che non avea rubato,

L’altro giurò che non l’avea celata.

Lor dice il cuoco: Quel che a me negate,

Noto è al Nume per cui scaltri giurate.

Non ve l’ho detto, che piacere avreste

La favoletta nell’udir morale?

Benedette pur sian le genti oneste,

Che hanno la lingua al pensamento eguale.

Ah, pur troppo si dan di quelle teste

Che parlan bene allor che pensan male,

Che col labbro vantar sogliono amore,

Ma non risponde alle parole il cuore.

7. Due amici viaggiando unitamente

Incontrarono un Orso. Uno di quelli

Sovr’un albero sale immantinente,

E lascia che l’amico s’arrovelli.

Questi morto si finge; a lui repente

L’Orso s’accosta, e par che gli favelli,

Ma credendo quell’uom la fera estinto,

Lascialo, e parte per suo proprio instinto.

Sceso dai rami quell’amico ingrato,

Che ancor tremante il meschinel vedeva,

A lui scherzevolmente ha domandato:

L’Orso all’orecchio tuo che mai diceva?

La fera (egli rispose) ammi avvisato

Qual regolarmi in avvenir io deva;

E m’ha insegnato a non viaggiar mai più

Con amico infedel come sei tu.

La Favola significa davvero

Per chi ha il cuor doppio, simulato ed empio,

Beati quelli che hanno il cuor sincero.

Sincerissimo l’hanno, per esempio,

Vostro cognato, amabil cavaliero,

E la sua sposa; e di lealtade il tempio

Stassi in tutta la vostra alma famiglia,

Che al grande illustre genitor somiglia.

8. Egli non fa come l’Oliva altera,

Che la canna pieghevole disprezza.

Questa nel cuor della stagione austera

L’urto soffrir degli aquiloni è avvezza.

Ma nella varia dolce primavera

Fulmine scende, che l’Oliva spezza:

Vincon gli umili le passioni acerbe,

Cedono agli urti le anime superbe.

Miratel, come docile di cuore

Offre al Signor la cara Figlia in dono.

9. Fu preso in guerra un certo suonatore,

Guidando l’oste della tromba al suono.

Deh cessate (dicea) meco il rigore,

Non son guerriero; il trombettiere io sono.

E per questo (gridar tutti) s’uccida;

Pera costui, che de’ nemici è guida.

E ciò vuol dir, che dei commessi errori

La cagione da Dio punir si vede

In que’ miseri ciechi genitori,

Ne’ quai l’amor verso i figliuoli eccede.

Non così in lui, che coi celesti ardori

I propri affetti regolar si vede,

Facciasi (ognor dicendo il signor pio)

Non la mia volontà, quella di Dio.

10. Un Cane un giorno in un macello entrò;

Il macellaio era voltato in ;

D’una pecora il cuore ei si pigliò;

Veggendolo il padron gli disse: Va;

Mangialo in pace, e facciati buon pro,

Più cauto in avvenir ciò mi farà.

La Favola spiegar così conviene:

Quel che ci sembra mal, ritorna in bene.

E ben da Dio può dirsi benedetta

De’ Rezzonichi illustri la Famiglia,

In Venezia, non men che in Roma, eletta

A sostener la Porpora vermiglia!

Ed il german, che con virtù perfetta

Regge del Bacchiglion la dolce briglia,

E quel che al Tebro del zio l’orme segue,

Non han qua giù chi i pregi loro adegue.

Ma, ahimè, troppalto di salir presume

Al suon de’ carmi l’umile favella.

Finché il santo seguii basso costume,

Fu discreto il tenor della mia stella.

Ma in Delfo alzato di grandezza al Nume,

Contro me si destò l’invidia fella,

E a Creso falsamente indi accusato,

Fui da un monte colà precipitato.

11. Un Somarello si affliggeva (ed ecco

Al proposito mio la favoletta),

Perché aveasi in un piè fitto uno stecco.

Chiama il Lupo in aiuto; egli s’affretta;

Accosta al piè del Somarello il becco,

E fuor gli tira la crudel saetta.

Libero il ciuco da quel rio tormento,

Donagli un calcio per ringraziamento.

Sclamò il Lupo avvilito: Ah, mi sta bene

La cortesia che da costui ricevo:

Di macellar l’uffizio a me conviene,

Seco far da chirurgo io non dovevo.

Tale in Delfo i’ prendea, fra le catene,

Dalla filosofia tardo sollievo,

Indi rinato a favolare adesso,

Torno col Lupo a replicar lo stesso.

Almeno forse mi dirà: buon segno,

12. Come un Medico disse all’ammalato,

Il quale da un dottor di bell’ingegno

Venendo, come stesse, interrogato,

Un gli disse: Son d’umori pregno;

Un : Son lasso per aver sudato;

La terza volta: Ahimè, fiaccato i’ sono;

Ed il Medico sempre: Il segno è buono.

L’infelice alla fin venendo a morte,

Misero, come stai? richiesto viene;

Io vo (rispose) ver l’eterne porte

A forza di buon segno e di star bene.

La favola dimostra per le corte

Che discacciar gli adulator conviene,

Quai con vane lusinghe altro non fanno

Che nascondere il vero, e recar danno.

Voi però non temete... oh cosa vedo!

Ecco dolci, rinfreschi e cioccolata.

Maria Quintilla, a me sì bel corredo?

Spiacemi che vi siate incomodata.

S’io non ne beverò, perdon vi chiedo,

Ché non si usava nell’età passata,

Ed in mia vece, beveralla un giorno

Polisseno Fegejo al suo ritorno.

Fintanto, dunque, che il rinfresco gira,

Riposiamoci alquanto, e prendiam fiato.

Accorderò la dissonante lira

Datami da colui che mi ha mandato.

Sento che Apollo nel mio seno ispira

Il poetico stile inusitato;

E canterò, con il celeste aiuto,

Quando avranno mangiato e avran bevuto.

 

CANTO SECONDO

 

Buon pro, signore mie, buon pro vi faccia.

Voi faceste merenda, ed io frattanto

Stava mirando attentamente in faccia

Due fanciullette, che mi piaccion tanto.

Il cuor sul volto ad ambedue s’affaccia,

Vedesi in lor delta modestia il vanto,

E si ravvisan le virtù pregiate

Del sangue Widiman, da cui son nate.

In Grecia, allor quand’ero tra i viventi,

Mi dilettava dell’astrologia.

Feci talor maravigliar le genti

Vaticinando a quella gente ria.

Oh quai glorie preveggo! oh quai portenti,

Nella dolce gentil fisonomia

Delle vezzose amabili sorelle,

Tanto nel volto che nell’alma belle!

Cresciute un giorno nella bella etade

In cui prende vigor l’adolescenza,

Ciascheduna di lor per varie strade

Seguirà l’orme della Provvidenza;

E in grazia appunto della lor bontade,

Avran dai genitori ampia licenza

Di sceglier stato; e fia la scelta loro

Di comun gioia, di comun decoro.

Una la veggo incamminata al chiostro;

L’altra allo stato coniugai diretta.

Qual di lor seguirà l’esempio vostro?

Di voi ciascuna ch’io lo sveli aspetta.

Ma tingersi le guancie di bell’ostro

Miro dell’una e l’altra giovinetta:

La maggiore mi fa cenno ch’io taccia;

La minore mi sgrida, e mi minaccia.

Tacerò dunque, e tornerò a pigliare

Delle favole il corso. 13. Un Pastorello

Conduceva la greggia in riva al mare,

Ch’era tranquillo, e gli pareabello,

Che desio concepì di navigare.

Delle pecore sue vendé il drappello,

Palme comprando, e per il mar sen gia

Lieto della novella mercanzia.

Poco tardar le squille furibonde

A minacciar del tempestoso vento;

Le merci tutte il marinar confonde,

E in sen le getta al liquido elemento.

Esce alfine il pastor salvo dall’onde

Senza le palme sue, mesto e scontento;

Torna il mare tranquillo, ed ei sul lido:

Della calma (dicea) più non mi fido.

Il Mondo è un mar che lusingando alletta

L’alme innocenti, e chi di lui si fida,

Il proprio mal miseramente affretta,

Ché l’inganno e la frode in lui s’annida.

Quintilia, voi, che in stabile isoletta

Fermaste il piè, dove l’amor vi guida,

Mirate i tardi vergognosi pianti

Dei miseri nel mondo naufraganti.

Né (qual della novella il buon pastore)

Cauti son resi dai sofferti danni;

Ma tornan volontari, e di buon core,

In seno ancor dei superati affanni.

Vinto il primo timor, spento il rossore,

Van scherzando d’intorno ai lor tiranni,

E di ciò spiega i modi e la ragione

Favola della Volpe e del Leone.

14. La Volpe, che aver suol timido il cuore,

Veduta non avea l’ingorda belva:

Oh qual la prima volta ebbe terrore,

Che ‘l Leon vide in solitaria selva!

Fu minor la seconda il suo timore:

Alla terza con lui pasce, e s’inselva.

La favola vuol dir, che a poco a poco,

Quel che ci fe’ tremar, si fa per gioco.

E chi vive nel mondo, e la brigata

De’ rei non segue, avrà dileggio e scherno;

Quale alla Starna, nel pollaio entrata

Le crude nevi a riparar del verno,

Perché di penne variamente ornata,

Fecero i Galli asprissimo governo :

Costume rio, che il critico consiglia

Sprezzar chi nei difetti nol somiglia.

Ma allorquando la Starna i Galli vide

Egualmente infuriar contro se stessi,

Che lo fan per costume ella s’avvide,

E compatì la ria natura in essi.

Tal de’ critici rei le lingue infide

Vorrebber tutti, a poter loro, oppressi,

E dai morsi crudei non vanno esenti

Gli empi malvagi, e gli umili innocenti.

E può dirsi di lor quello che un giorno

16. Disse in casa la Volpe allo Scultore.

Vide un capo di marmo, liscio, adorno,

Opra famosa di famoso autore:

Capo (disse l’astuta) hai bel contorno;

Non potea lo scalpel farti migliore:

Begli occhi, bella bocca, e naso bello;

Ma il punto sta, che tu non hai cervello.

Meglio è però fuggir dai comun danni,

E lungi andar, come faceste voi.

17. Invitò un Carbonaio un netta-panni,

Perché egli andasse a ripulire i suoi.

Dissegli il lavatore: Ah, tu m’inganni;

Lordo i miei cenci, e non pulisco i tuoi.

L’innocente sedur talor si è visto,

Anzi che il buon renda migliore un tristo.

Quanti contro al demon si vantan prodi,

E son vinti ed oppressi ad uno ad uno!

18. Come colui che si gloriava in Rodi

Aver nel salto superato ognuno.

Dissegli un uomo saggio: invan ti lodi;

Qui de’ Rodiani non abbiamo alcuno;

Ma i testimoni rintracciar che giova,

Se puoi qui far del tuo valor la prova?

Alla prova, alla prova, anime vane;

Seguite tosto d’umiltà l’insegna.

Abbandonate le grandezze umane,

E detestate la superbia indegna.

Ecco Maria Quintilia in rozze lane

I rei nemici a superar v’insegna;

Non seguite, mendaci, il reo costume

D’un empio che pregava il biondo Nume.

19. Un uom tristo tenea sotto al mantello

Un Augellino fra le man celato.

Se morto o vivo fosse, il tristarello

Chiese ad Apol, che avesse indovinato,

Nell’animo volgendo iniquo e fello,

Allor che ‘l Nume fossesi spiegato:

S’egli morto dicea, mostrarlo vivo,

E se vivo il credea, di vita privo.

Empio, fa come vuoi (rispose il Nume):

Vivo è se ‘l brami, e se ‘l vuoi morto, ei muore;

Io, che sono nel Ciel rettor del lume,

Leggo nell’alme, e ti conosco il cuore.

Tal nell’età presente empio costume

Vedesi pur di mascherar l’errore.

Sotto l’ipocrisia langue la Fede,

Ma il cuor dell’uom Dio lo conosce e vede.

Vede e conosce il cuor di certe tali,

Che col labbro soltanto i voti fanno;

E se patiscon poi di cento mali,

Mertan che lor sia detto: Vostro danno.

Voi, Quintilia Maria, fra le Vestali

Lieta i congiunti vostri ognor vedranno,

Ché castitate, povertà, obbedienza

Giuraste per amor, non per temenza.

Ed ebbe, oltre l’amor, parte il timore

Di perdere il miglior tempo pregiato.

20. Tese in mare le reti un Pescatore,

Ed ebbe un solo pesciolin pigliato;

Questi pregava il predator di cuore,

Che l’avesse di nuovo al mar gettato,

Promettendo tornar poscia, l’astuto,

Quando fosse più grande in mar cresciuto.

Ma stolto (disse il Pescator) non sono,

Il presente lasciar per il venturo.

Quel che abbiamo in presente è un certo dono;

E non è l’avvenir per noi sicuro.

Quando del Pescator così ragiono,

Legger nell’alma vostra io mi figuro,

E udirvi dire: Ah, questo tempo è mio:

L’avvenir non s’aspetti: andiamo a Dio.

Soffrir dovrete qualche peso amaro,

Penitenze, digiuni, aspri rigori;

Ma chi non soffre in questo mondo avaro,

Avrà pesi nell’altro assai maggiori.

21. Un Caval (con rispetto) ed un Somaro

Ivano carchi negli estivi ardori.

Disse al primo il secondo: ahi, troppo io porto;

Mi solleva, compagno, o ch’io son morto.

Sordo il destriero sollevar nol vuole,

L’altro cade svenuto in sull’arena;

La soma allor dell’asinina prole

Del Cavallo il padron cresce alla schiena.

Oimè (disse la bestia in sue parole),

Ben mi sta di soffrir la doppia pena:

Una parte del peso ho ricusato,

Ora del peso inter m’han caricato.

Prima fatta fu già l’applicazione

Facile delle due bestie parlanti;

E dee chiamarsi prefabulazione,

Quando si fa della novella innanti,

A differenza d’affabulazione,

Che dopo vien gli apologi galanti;

Delle favole altrui spiegando i sali,

Sien morali, sien misti, o razionali.

Or per seguire l’ordine preciso

Delle trentatré favole primiere,

Che colle quattrocento andar ravviso,

Spurie la maggior parte e forestiere,

La Favola potrà, se ben m’avviso,

D’un Satiro e d’un uom darvi piacere,

Qual è nel libro, che di sali abbonda,

La novella vigesima seconda.

22. Con un Satiro un uom sedendo allato

A lieta mensa sull’erbosa falda,

Ghiaccie aveva le mani, onde col fiato

Accostandole al labbro, le riscalda.

Indi piatto bollente a lui recato,

Col fiato affredda la minestra calda.

Il Satir disse: Non vostarti appresso;

Caldo e freddo respira il labbro istesso.

Leggo nella moral di tal novella

Che fuggire si dee chi ha doppio cuore.

Ma voglio or darle spiegazion più bella,

Ed io lo posso far, che son l’autore.

Il demonio s’arrabbia e si martella

Che da uno stesso labbro ode uscir fuore

Tante verso del Ciel benedizioni,

E tante contro lui maledizioni.

No, non ti crede, perfido Satano,

Questa vergine saggia. 23. Era  nel verno,

Ed il cibo mancando ad un Villano

Che la fame sentia roder l’interno,

Le pecore ammazzò di mano in mano,

Indi fece de’ buoi simil governo;

E i cani suoi un tal macel veggendo,

Dal padrone fuggian, così dicendo:

Ah, se il padron non la perdona a’ buoi,

Che coll’aratro lo servian sovente,

Non la perdonerà nemmeno a noi,

Che l’ossa divoriam senza far niente.

Brutto demonio, se coi servi tuoi

Ti compiaci trattar barbaramente,

Se mendace li alletti e poi li uccidi,

Perfido, chi di te vuoi che si fidi?

Sì, pur troppo talun di te si fida,

E degl’inganni tuoi ti paga ancora,

Onde avvien che si strazi e si derida

Chi troppo tardi il suo destin deplora.

24. Cerca un Uomo soccorso, e mesto grida,

Perché un morso canino lo addolora;

Ed ei vien consigliato, al tristo cane

Che addentollo crudel, gettar del pane.

Soggiunse l’Uom: Se ai denti del mastino

Mi volessi mostrar docile e grato,

Allora sì, meriterei, meschino,

Esser da tutti i cani morsicato.

Chi provoca, chi irrita il suo destino,

Pietà non merta nel più duro stato,

E si suol dire all’ostinato oppresso:

Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

Quel che in periglio è per amor caduto,

Vuol tornare ad amar? Si rompa il collo.

Quel per la gola in povertà venuto,

Goda, tripudii, e dia l’ultimo crollo.

Colui ch’è vivo per celeste aiuto,

Tornisi a infracidir sino al midollo.

Giochi, chi vuol giocare, in sua buon’ora,

E perder possa la camiscia ancora.

Oh benedetta sia la vostra cella,

Maria Quintilia, vergine felice,

Ove al perfido Amor le sue quadrella

Volger ardito, e misurar non lice.

Turba di rei desir non vi martella,

Non vi appresta il velen cuoca inventrice,

E nei giochi permessi ai sacri Chiostri

Sono premio innocente i Paternostri.

Quei che han del gioco il vizio inveterato,

Fanno appunto così: sentite bene.

25. Un Tonno da un Dolfin perseguitato

Sovra uno scoglio a rifugiar si viene.

Il Dolfino lo segue; e il mar calato,

All’uno e all’altro di morir conviene;

Disse il Tonno: Morrò, ma almen guadagno

Di veder a morire il mio compagno.

Pazienza (dice il giocator talora),

S’io dovessi restar senza denaro,

Basta che l’altro ne sia senza ancora,

E che almen tutti due siamo del paro.

In questo mondo ciaschedun lavora

Con un principio d’interesse avaro;

Ma all’uom succede come nella nostra

Favola, che ora segue, si dimostra.

26. Un Cacciatore le sue reti stende,

Dove un Palombo sovra un albor vede;

E mentre in alto alla sua preda attende,

Una Serpe crudel gli punge il piede.

Così sovente chi le insidie tende,

Del pericolo proprio non s’avvede;

E meditando d’ingannare altrui,

Cade egli stesso negl’inganni sui.

Quinci e quindi si vede, ognor si sente

Dall’umana malizia a tesser trame;

E nel laccio cadendo... oh quanta gente!

Vengono in frotta, cavalieri e dame.

Maria Quintilia, servo riverente;

Sono, il sapete, grosso di legname;

E la rozzezza mia non si confà

Col ritual della moderna età.

Ma chi son questi? L’avolo gentile

E la prudente vostra genitrice,

E ‘l vostro genitor, pietoso, umile,

E la sorella amabile Felice.

Veggo la Bonfadini, a cui simile

Portaste il nome e la virtù. Se lice,

Seguirò seco lor le favolette,

Ché son anime tutte al ciel dilette.

Superbia, vanità non guidan seco;

San gli affetti gradir dell’umil gente.

Testé trattando Polisseno meco

Di lor parlommi rispettosamente.

Polisseno non è mica cieco,

Che se ha scarso intelletto, e corta mente,

Ha pratica però tanta di mondo,

Che sa conoscer le persone al fondo.

Vengano, ch’io di qua non m’allontano:

Aspetterò fin che aspettar conviene.

Baciate prima ai genitor la mano,

Che stan per voi col cuor amante in pene.

E dite lor ch’ogni timore è vano,

Ch`oggi certo si rende il vostro bene,

E contenta di ciò siete a tal segno

Che non lo cambiereste con un regno;

Che il momento aspettar vi par millanni

Di pronunziar quelle sacrate note,

E il premio aver de’ soggiogati affanni

Dalle mani del santo sacerdote;

Che il vostro cuor de’ barbari tiranni

Essere in avvenir segno non puote.

Eccoli; son qui tutti: or cedo il loco;

Stommi in un canto, e tornerò fra poco.

 

CANTO TERZO

 

Umil m’inchino all’Eccellenze Loro:

Ecco, per obbedir, torno alla grata;

Prendano pure il solito ristoro

Della sostanziosa cioccolata,

Ch’io frattanto, seguendo il mio lavoro,

Terminerò la lunga cicalata,

In cui di tutto cuore io m’affatico,

Perché mi cale di servir l’amico.

Di compatire vopregarvi in prima

Il rozzo canto, mal tessuto, umile,

Mentre s’io parlo in prosa, o parlo in rima,

Quest’è l’antico mio solito stile.

So che i carmi sonori il mondo stima,

E l’umil verso riputato è vile;

Ma il facile ed il ver fu ognor mio scopo:

Così parlò, così favella Esopo.

E se i miei carmi fossero stampati

(Alcun di voi tenendoli a memoria),

Supplico i Fiorentini delicati

Alle mie spalle di non far baldoria.

I termini cruscanti ricercati

Lascio a chi Fonda nello stil sua gloria:

Io, più che ad altro, alla morale ho atteso,

E mi piace da tutti essere inteso.

So che queste erudite Religiose

Capirebbono il Berni e ‘l Malmantile,

Perché son tutte dame virtuose,

Nate di sangue illustre e signorile;

Ma veggo dietro le cortine ascose

Certe converse, d’estrazione umile,

Cui son le voci inusitate oscure,

E ho piacer che capiscano esse pure.

La vigesima settima novella

Nel mio stile narrando, or così dico:

27. Un Astrologo in piazza un favella

Al popol sciocco di menzogne amico,

Mentre la casa sua da gente fella

Spogliata viene, e trovasi mendico:

Oh tu, che presagisci i danni altrui,

(Dissegli un tal) non prevedesti i tui?

Or detto avrebbe uno scrittor cruscante

Di quei dai madornali paroloni:

Stavasi in piazza un falso chiromante

A spacciar fanfaluche ai baccelloni,

Mentre una truppa di monelli errante

Sperpera il tetto suo fino agli arpioni;

Ed un gli dice: Rumini le stelle,

Ma che rubato sei, non sai covelle.

Onde talun, che non intende appieno

Covelle, sperperare, arpion che sia,

Il vero senso, la moral nemmeno

Intender della favola potria.

Parla con quelli che a se stessi meno

Pensan che agli altri, la novella mia;

E perché tutti intendano del paro,

Dir la cosa conviene chiaro, chiaro.

Permettetemi dunque ch’io prosegua

Cal medesimo stil che ho principiato,

Che se il merto di chi ode non adegua,

La sua semplicità nol rende ingrato;

E voglia il Ciel che Polisseno il segua,

E il metro lasci dal Martel nomato,

Ché quanto prima sentiransi i cani

Baiar anch’essi in versi martelliani

28. Stese un Uccellatore in mezzo al prato

Le reti, e un Merlo avendolo veduto,

Chiese quel ch’ei faceva. Ho fabbricato

Una città, disse il villano astuto;

Ma poscia il Merlo nella rete entrato,

Veggendosi prigione ritenuto,

Disse all’Uccellator: se così fai,

Nella città pochi abitanti avrai.

Lasciam da parte l’interpretazione,

Che ai principi consiglia la pietade,

Se accrescer voglion la popolazione

Di qualche regno o di qualche cittade;

E siccome la gola e l’ambizione

Fa sì che ‘l Merlo nella rete cade,

Diciam che scorta ad ogni dolce invito

La prudenza esser dee, non l’appetito.

Il demonio che d’anime va a caccia,

Cambia nome egli pure al trabocchetto;

Per esempio dirà quella bestiaccia:

Voglio far un festin, far un banchetto;

Ma a colui che vi va, buon pro gli faccia;

Qual entrò non se n’esce il poveretto;

Principia il traditor con suoni e canti,

E finisce la scena in doglie, in pianti.

E gli servon sovente per zimbello

Due parolette d’un labbro scorretto,

Un viso nato brutto e fatto bello,

Un malizioso raggirar d’occhietto.

Cacciasi da per tutto Farfarello,

Passa dagli occhi e dall’orecchie al petto,

E misero quel tetto ov’egli caccia

La maledetta orribile codaccia.

Qua no, qua no, fra queste sante mura

Farfarello non entra o Gambastorta:

Qua l’innocenza stassene sicura,

E trova il seduttor chiusa la porta.

L’Angelo del Signor quest’alme ha in cura,

E al cielo i santi sacrifizi porta:

Sacrifizi d’amor, sinceri segni,

Non come quei, ch’or sentirete, indegni.

29. Viaggiando un Peregrin, fe’ voto a Giove,

 Se avesse per la via cosa trovata,

Dargliene la metade. I passi move,

Ed ecco tosto nella via calcata

Datteri ritrovò, mandorle nuove,

E fece una buonissima giornata;

Ma tutto tutto si mangiò ad un tratto,

Senza al voto pensar che aveva fatto.

Il mancatore, di mangiar finito,

L’ossa e le scorze in un paniere unì,

E disse a Giove, temerario, ardito:

La metade promessa eccoti qui;

Ma dell’inganno suo fu poi punito,

Perché il Nume sdegnossi e lo punì,

Come tant’altri castigar io veggio

Ch’offrono al Cielo in sagrifizio il peggio.

Talun fa voto d’obbedienza intera,

E poi si vede ad obbedir per forza;

Sagrifizio non è d’alma sincera,

Del frutto in vece è un offerir la scorza:

L’altro promette castitate vera,

E in parte solo gli appetiti ammorza;

E tal protesta povertade in tutto,

Ma dona l’osso, e per sé vuole il frutto.

Non così voi, Maria Quintilia, al certo

Non così voi nei sagrifizi usate.

Voi sapete da saggia acquistar merto

Allora ancor che per dover oprate.

Il vostro cuor nella virtude esperto

Rendeste già nella primiera etate,

Sotto la saggia educazion felice

Di provida discreta genitrice.

30. Narrasi che alla scuola un Fanciulletto

Rubò un giorno al compagno un libriccino.

Alla Madre il portò, che per affetto

Non punì, non corresse il reo bambino.

Crebbe in esso cogli anni il rio difetto,

E divenne col tempo un malandrino,

Onde per ordin della regia Corte

Fu preso alfine, e condannato a morte.

Mentre al palco sen va, mesta e piangente

Siegue il figliuol la sconsolata vecchia;

La conosce il meschino in fra la gente,

E a sé la chiama; e mentre s’apparecchia

Baciar il figlio suo madre dolente,

Colui la morde, e strappale un’orecchia;

Forte gridando il misero garzone:

Questa della mia morte è la cagione.

Se corretto m’avesse il fallo primo,

Forse il secondo non avrei commesso;

Indi caduto non sarei nel limo,

Ripassando dall’uno all’altro eccesso.

Utile tanto la novella io stimo

Per certe madri ch’io conosco adesso;

Le quali, dall’amor mal consigliate,

Han le loro figliuole assassinate.

Dice la figlia: Cara madre, andiamo.

Andiam (rispoìnde) a divertirci un poco.

Vorrei ballar: Si, figlia mia, balliamo.

Vorrei giocar: Vadasi pure al gioco.

Vorrei veder...: Quel che tu vuoi, vediamo.

Parlar vorrei...: Trovisi il tempo e ‘l loco.

Cosa succede poi? Succede quello...

Ve lo direi, ma qui vi vuol cervello.

Benedetta la madre che unir sa

Coll’onesto rigor l’amor più vero,

E quando sono in una certa età,

Manda le sue figliuole in monistero,

Dove non solo per la santità

Cercasi di condurre il lor pensiero.

Ma lor si presta saggia educazione

Anche per la terrena vocazione.

In questo chiostro di virtude amico,

Di nobili donzelle almo ricetto,

Che l’Ordin santo Agostiniano antico

Ha per sua guida religiosa eletto,

Il lodato sistema io benedico

Di non far forza al tenero intelletto

Delle fanciulle, ma nel genio loro

Con saggezza educarle, e con decoro.

Ecco di quel ch’io dico un bell’esempio

In queste tre Rezzoniche germane:

Furo allevate le minori al tempio,

E la maggiore per le cose umane.

Del Ciel (dicendo) ogni decreto adempio

Guidandole per vie fra lor lontane,

A quello stato dove son chiamate,

La savissima zia che le ha educate.

Vano è il poter, vano è l’uman consiglio,

Contro al decreto ch’è nel Ciel formato.

31. Un vecchio Padre il cacciator suo figlio

Sognossi, ch’era da un leon straziato.

Per evitare il facile periglio,

Un bel palagio ha il genitor formato

Da pinte fere vagamente adorno,

Dove il figlio tenea serrato il giorno.

Irato un contro un leon dipinto,

Il giovin disse: Brutto animalaccio,

Per te m’ha il padre in queste mura avvinto:

Un occhio or or colle mie man ti caccio.

In così dire, a vendicarsi accinto,

Mena un pugnoforte a quel capaccio,

Che da un chiodo ferito in una mano,

Tenta il meschino di guarire invano.

Sopraggiunge la febbre all’ammalato,

E medicina al suo dolor non vale.

(Forse, per suo destin, quel disgraziato

Medico ritrovò peggior del male).

Finalmente di vita egli è mancato,

E un dipinto leon fu il micidiale;

Volendo colla favola inferire,

Dal destinato non si può fuggire.

Onde, che faccia pur, che dica pure,

Chi tenta violentar l’altrui destino,

Che Dio, per strade ai sensi nostri oscure,

Sa la gente condurre ai suo cammino.

Ma qui, tra voi, possono andar sicure

L’anime elette dal favore divino :

Ché nel chiostro di Santa Caterina

Quello solo si vuoi che ‘l Ciel destina.

Destina il Ciel che sieno religiose?

S’insinua l’orazion, la penitenza.

Vuole il destino che si faccian spose?

Lor s’insinua la quiete e la pazienza.

Dappertutto vi sono e spine e rose;

Dappertutto vi vuoi senno e prudenza;

E quel che rende le anime sovrane,

Egli è il disprezzo delle cose umane.

32. Un Calvo, ch’esser tal si vergognava,

Finti capelli al capo si ristucca,

Poiché in quel tempo non s’accostumava

La zazzera tagliar per la parrucca.

Era a cavallo, e ‘l vento che soffiava

Scoprir gli fece la pelata zucca;

Onde gli fu da una gentil brigata

Fatta una solennissima fischiata.

Raccorcia il vecchio al suo destrier la briglia,

Al popolo si volta, e dice: O voi,

Perché vi fate tanta meraviglia,

Che perda i finti, chi ha perduto i suoi?

La Favola rifletter ci consiglia

Che i beni, che non son nati con noi,

Si smarriscono presto; e chi è prudente,

Della perdita lor non si risente.

Di ricchezza il tesor che abbandonate,

Maria Quintilia, non vi caglia un zero,

Ché le ricchezze a noi sono prestate,

E quaggiù non si gode un bene intero.

Quel che vale assai più, con voi portate

Dalla casa paterna al monistero:

Il sangue illustre e la virtù sublime,

Che son d’ogni mortal le glorie prime.

Ma non vorrei oltrepassare i modi

Prescritti altrui dalla modestia vostra,

Ché nemico del fasto e delle lodi

Quell’umil ciglio angelico si mostra,

Cauta temendo le studiate frodi

D’adulazion non giungan nella chiostra

Ad ingannar il vostro cuor, così

Come fece la Volpe al Corvo un .

Veramente le trenta tre novelle,

Che ho promesso narrar, sarian finite;

Ma siccome ve n’era una fra quelle,

Che non lice narrar, quest’altra udite,

Ch’è forse la più bella fra le belle,

Che sono a me medesmo attribuite,

Tratte dal greco in modo peregrino

Da Guglielmo Canonico in latino.

33. Vide una Volpe svolazzar sul faggio

Corvo che il rostro proveduto avea.

All’odore scoprìo ch’era formaggio,

Cibo che a lei moltissimo piacea.

Disse al Corvo l’astuta: Oh bello, oh saggio;

Di cui la fama tanto mal dicea!

No, che all’invidia creder non si deve,

Corvo gentil, più bianco della neve.

E poiché in te della bellezza il vanto

Chiaro si vede nel vezzoso aspetto,

Io mi figuro il tuo soave canto

Quale all’orecchie recherà diletto.

Sentendosi il bruttaccio lodar tanto,

Per ringraziarla è di cantar costretto.

Apre la bocca, ed il boccon reciso

Mangia la Volpe, ed è il meschin deriso.

L’Apologo dir vuol: vi son taluni

Volonterosi d’essere adulati,

Che quanto meno han meriti comuni,

Tanto di gloria più sono invogliati.

Gl’ingordi, perché il ventre non digiuni,

Soglion tener quest’idoli incensati;

Ma se termina l’esca, in un momento

Queste Volpi da lor van come il vento.

Però tornando a voi, che saggia siete,

Non sol la falsa adulazion sdegnate,

Ma ricusare niente men solete

Le oneste lodi da voi meritate.

Quella modestia che nel sen chiudete,

Forma corona alle virtudi innate...

Ma gente cresce all’odierno invito;

Io partirò, che ho il mio dover compito.

Come meglio potei, vate inesperto,

L’incarco a me da Polissen commesso

Procurai adempir. Però son certo

Che meglio fatto non l’avrebbe ei stesso;

Che qual io son, scarsissimo di merto,

Confessarlo convien, pur troppo è anch’esso;

Ma l’uno e l’aitro riserbiam nel petto

Per sì nobil consesso umil rispetto.

Torno colà dove stett’io finora,

Ma dove non dirò sia la mia sede;

Ché nessun morto non ha detto ancora

E abbastanza per me parla la fede.

Quel che or si sa, non si sapeva allora

Ch’ebbi dai Greci barbara mercede.

Cresce la folla, ed io, con lor licenza,

Bacio le mani, e faccio riverenza.

 

 


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