Carlo Goldoni
Componimenti poetici

POESIE IN LINGUA E IN DIALETTO DEL PERIODO VENEZIANO (1748 - 1762)

GOLDONI IN VILLEGGIATURA LETTERA IN VERSI A UN AMICO

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GOLDONI IN VILLEGGIATURA

LETTERA IN VERSI A UN AMICO

 

Amico dilettissimo. — Di me cosa direte,

Che ancora una mia lettera veduta non avete?

Ormai quindici giorni saran, ch’io son partito,

E a scrivere all’amico finora ho differito.

Causa non è di questo d’amor la deficienza,

Ma un poco di faccende, e un po’ di negligenza.

Volete che vi narri quel che da me si fa?

Al solito son pronto a dir la verità.

Principiando dal giorno della partenza mia,

Giunsi tardi al burchiello, ch’erasi posto in via.

E Marta alla finestra, con amoroso impegno,

Diedemi colle mani di sua partenza il segno.

Lo raggiunsi ben presto. V’entrai velocemente,

Vidi ch’era di popolo pieno mediocremente;

Ma tutti esaminando sin dal primier momento,

Non ritrovai soggetto di mio compiacimento.

Una femina sola era nel camerino,

Che sempre il caro sposo voleva a sé vicino.

Era il di lei marito sul fior di gioventù,

E la sposina amabile di cinquant’anni e più.

Con tutti col discorrere cercando frammischiarsi.

Sovente del marito solea pavoneggiarsi;

Narrando qualche fatto ad altri o a lei sortito,

Chiamava in testimonio il docile marito,

E s’ei teneva altrove le luci rivoltate,

Dicea mortificandolo: Ma via, non mi badate?

Ed egli che avea altrove rivolto il suo pensiero,

Mostrava di capirla, e rispondeva: È vero.

Al Moranzan smontando, la man le offersi ardito;

Ella non mi rispose, diè mano a suo marito.

Giunti a pranzo alla Mira, tutti colà smontati,

Lo sposo e la sposina in barca son restati,

E quando ritornammo, al solito in disparte

Lo sposo e la sposina giocavano alle carte.

Dagli uomini di barca ebbi io l’informazione

Ch’avea la buona vecchia sposato il suo garzone,

E ch’ei la secondava cortese in ogni invito,

Per guadagnar le doppie lasciate dal marito.

Ecco quanto di buono, ecco quanto di bello

Trovai per divertirmi nel corriero burchiello.

Giunti alle ventidue di Padova alle mura,

Trovar comodo alloggio fu l’unica mia cura.

Trovai pieno alla Stella, e fui da una persona

Pratica del paese condotto alla Corona,

Ove l’oste mi venne un letto ad offerire,

Col pattuito esborso però di quattro lire.

Era fra me dubbioso se dovea

Il giorno di San Pietro, o viaggio seguitare.

Poi dissi fra me stesso: differirò la gita,

Se l’Opera mi piace, se alcun seco m’invita.

Vo la sera al teatro, i virtuosi ascolto;

Per dir la verità, non mi dilettan molto.

Veggo il ballo primiero, gran cose io non vi trovo,

Con impazienza aspetto di assaporar il nuovo.

Piacemi sul principio, poi coll’andar mi tedia

Veder una sciocchissima stucchevole commedia;

La Mimì che nel ballo ha un merito perfetto,

Faceva i personaggi del Spirito folletto,

E Pitrò valoroso, che il ballo intende bene,

Sul gusto d’Arlecchino facea le controscene.

Piacquemi per un poco l’allegra pantomima,

L’introduzion mi piacque, Pitrò mi piacque in prima.

Al primo personaggio, fino al secondo e al terzo,

Fu delle controscene soffribile lo scherzo,

Ma al quarto, al quinto, al sesto, tanto aspettai e tanto,

Fur le buffonerie spiacevoli altrettanto,

E il danzator francese, che con la grazia alletta,

Diventò un personaggio da piazza e da burletta.

Gli attori non condanno famosi sulle scene,

Ma ad un’Opera regia tal danza disconviene,

E quel che moderato reca diletto e gioia,

Se la misura eccede, reca dispetto e noia.

Per il primier motivo (dissi) a partir mi appresto,

Vediam per il secondo se resto o se non resto.

Giro per i palchetti, vo a visitar più d’uno:

Tutti mi fan finezze, e non m’invita alcuno.

Certo signor fra gli altri chiede ove sia alloggiato.

All’osteria, gli dico; ei fe’ lo disgustato,

Perché al di lui palazzo ito non sia a drittura,

Mostrando di godermi sollecita premura.

Metto pel giorno appresso in dubbio la partita,

Egli mi il buon viaggio, e a pranzo non m’invita.

Dovea dunque soletto mangiar all’osteria?

Presto accordo un calesse, doman voglio andar via;

M’alzo alle undici in punto, bevo la cioccolata:

Fin che la messa ascolto, la sedia è preparata.

Salisco nel calesse verso le ore tredici,

E trovomi a Bagnoli verso le ore sedici.

Non posso dir la festa con cui fui ricevuto:

Tutti benignamente mi diero il benvenuto.

Fatto il mio rispettoso umile complimento,

Andai nel preparato solito appartamento.

Ecco la quotidiana vita che si fa qui,

Poco più, poco meno, la stessa in ogni .

S’alza ciascun dal letto quando gli pare e piace,

E sta nella sua camera godendo la sua pace

Sino all’ora di messa, vicino a mezzo giorno,

E gli ospiti divoti vi van tutti ogni giorno.

Terminata la messa, ciascuno si raguna:

Chi provasi nel gioco tentar la sua fortuna,

Chi legge, chi passeggia, chi ragionar si sente;

Io, d’ognun più vizioso, gioco perpetuamente,

A concina, a tresette, all’ombre ed a picchetto,

Ed a chi fa più, perde, che è gioco maledetto.

Una sera ottocento ne vinsi in men d’un’ora,

E l’ho prima d’alzarmi perdute in mia malora;

Otto volte finora al gioco del tresette

Giocai, ed ho perduto in otto volte sette;

All’ombre una sol volta finora si è giocato

Con un ch’andava in oca dal gioco riscaldato,

E quando la fortuna per me parea disposta,

Sento dir freddamente: Facciamo la risposta.

A picchetto da prima giocato ho con fortuna,

Ho poscia riperduto con simile sfortuna;

Per altro bilanciando la cassa del mio gioco,

Consiste, a dir il vero, la differenza in poco.

Per solito si gioca sino che ad avvisare

Veggasi il cameriere ch’è pronto il desinare.

Ciascun prende il suo posto, ciascun maneggia i denti,

E si danno, per dirla, mangiate onnipotenti.

Non descrivo la tavola: da ciaschedun si sa

Del padrone di casa la generosità;

Dico ben che è un piacere veder tante persone

Unite a buona tavola a far conversazione.

E quel che è più lodevole, e quel che più diletta,

È l’amor vicendevole e l’armonia perfetta;

I nobili signori, ripieni di bontà,

Concedono ai più bassi l’intiera libertà;

Le dame gentilissime; anch’esse generose,

Sono a tutti egualmente discrete ed amorose,

E salvo quel rispetto che vuol la maggioranza,

Fra gli ospiti diversi si vive in fratellanza.

Terminata la tavola, talun passa al riposo,

Al tavolier giocando ritorna il più vizioso.

Ed io, per dire il vero, spesso un di quei son stato,

Che invece di dormire al gioco è ritornato.

Verso le ventidue suole l’amica gente

Di nuovo nella sala trovarsi unitamente.

Ora si va al passeggio, ora alla spezieria;

Si passan l’ore fresche in dolce compagnia.

Ora il padron di casa andar tutti destina

In più cocchi a Conselve, tre miglia a noi vicina,

Ove abita una certa signora spiritosa,

Vestita per lo più di colore di rosa.

Alle ore ventiquattro ritornati a Bagnoli,

Nella chiesa al rosario si va, buoni figliuoli;

Poi ragunati in sala ai soliti diletti,

Si bevon le acque fresche, si bevono i sorbetti.

E l’ora della cena stassi colà aspettando,

Chi a legger, chi a discorrere, chi al solito giocando.

Tutti la cena invita al splendido ambigù;

A letto senza cena io vado per lo più;

Ché dopo aver mangiato si bene a desinare,

Non posso d’altro cibo lo stomaco aggravare.

Ho descritto sinora il metodo ordinario;

Quando si fa commedia, anche il sistema è vario.

La mattina al concerto si va in stanza remota;

Ciascun le proprie scene ode, concerta e nota.

Chi va nel trovarobe a scegliere il vestito,

Chi a scrivere il cartello da esporre per l’invito.

Chi fa delle sue scene sommario e zibaldone,

Chi copia la sua parte, chi ordina e dispone.

Poscia nel dopo pranzo si va nella gran piazza

A dispensar viglietti a gente di ogni razza.

Vengono preti e frati, signori e cittadini,

Medici, mercadanti, fattori e contadini.

Vengono di lontano fino li zoppi e i storti,

Domandando i viglietti per l’anime dei morti;

Ed è un piacer vedere sfilar tante persone

Ad occupar per tempo le panche del salone.

Dopo il rosario solito, coll’acque e coi sorbetti

Vanno i scelti uditori a rinfrescare i petti.

Verso l’ora di notte vola il sipario in su,

E suole la commedia durar tre ore e più.

Cosa è in vero mirabile, e un sforzo d’intelletto,

Far che duri tre ore un semplice soggetto.

Nel Burchiello ho dipinto i caratteri veri

Che in scena rappresentano le dame e i cavalieri.

Sol Sua Eccellenza Pasta io non avea più inteso:

Facondo e spiritoso mi piacque, e mi ha sorpreso.

La recita primiera giunsi in tempo a godere:

Fu questa il Dissoluto, commedia del mestiere;

Principiò la padrona, che fa la prima parte,

Colle belle parole fatte secondo l’arte,

E l’onor singolare fu dato alla mia mano

Di servir questa dama in verso martelliano.

Fu la commedia in vero sì ben rappresentata,

Che piacque sommamente a tutta la brigata,

E al fin della commedia diedesi compimento

Dall’eccellente dama con altro complimento.

E recitòbene i poveri miei carmi,

Ch’ebbi giusto motivo anch’io di consolarmi.

Questa recita prima in sabbato seguì,

E poscia la seconda si fece il martedì,

In cui fur dal Priuli sì ben rappresentate

Del vecchio Pantalone le comiche bullate.

Meglio non si poteva riuscir a parer mio;

Ed in questa commedia ho recitato anch’io.

E postomi all’impegno ardito, a briglia sciolta,

Quattro parti diverse ho fatto in una volta.

Prima un Ebreo, di quelli che fan negozii in ghetto;

E mi riuscì di farlo con pubblico diletto.

Poscia d’un Cortezan sostenni la figura,

Ma credo che mi sia riuscito una freddura.

Mancando a questa scena il solito Dottore,

Feci il secondo vecchio senza mio disonore.

E all’ultimo riuscimmi gradito alle persone

Certo Magazziniere, chiozzotto di nazione.

Pel sabbato venturo, feci una commediola

Apposta, non essendovi che serva o donna sola,

Avendo la commedia in parte ricavata

Dalla Pupilla in sdruccioli nei miei tomi stampata.

Per non levare ad altri la parte consueta,

Pensai a lavorare la parte del poeta,

E mi fu suggerito dal comico cervello

Far in napolitano la parte del Coviello.

Videsi in quella sera, non so per qual ragione,

Insolito concorso di nobili persone;

Tardi allor dell’impegno io mi trovai pentito,

E mi ha la soggezione moltissimo avvilito.

È ver che ho scritto molto, ma in verità, compare,

Altro è scriver commedie, ed altro è il recitare.

Parlare all’improvviso ad una colta udienza,

Senza l’uso di farlo, così senza esperienza,

È cosa da confondere non solo il mio talento,

Ma ognuno che si esponga a un simile cimento.

La commedia, per dirla, era assai faticosa

Per me, per tutti gli altri non men pericolosa;

E pure i dilettanti, con merito eccellente,

Benché difficilissima, l’han fatta egregiamente.

Io non so che mi dire; alla caricatura

Supplii mediocremente col lazzo e la figura.

E fino ch’io sostenni la mia giocosa parte,

Poteva i miei difetti coprir la comicarte.

Ma avea nella commedia, per mio fatal tormento,

Preparato a Coviello un tal travestimento,

Una funzion con cui dovea con arti ladre

Fingermi astutamente della Pupilla il padre;

E secondo il disegno dovendo convertirla,

Con parole patetiche dovevo intenerirla.

Maledetto patetico! Comincio a favellare,

E con un tuon lugubre principio a predicare.

Conosco il mio difetto, vomutar cantilena,

Non trovo le parole, perdo il fil della scena.

Mi si scalda il cervello, sudo dalla fatica,

Non so quel che mi faccia, non so quel che mi dica.

Il Pasta se ne accorge, vuol ripiegar per me:

Io rompo il suo discorso senza saper perché.

La dama ch’era in scena mi parla sul proposito,

Io sbalzo fuor di riga, rispondo uno sproposito.

Si termina la scena, come non so, per Dio;

Non so quel che abbia detto, so che un be... son io.

Pien di vergogna e rabbia volea fuggir di scena,

Ma passar si doveva per l’udienza piena.

Dal mio riscaldamento alfin mi sollevai,

Cogli altri la commedia a terminar andai.

Preparato un sonetto avea per compimento,

In cui chiedeva al popolo il suo compatimento.

Al sonetto tre versi di coda appiccicai,

E questi recitandoli sul fatto li cambiai.

Eccolo qui il sonetto, eccolo qui, leggete,

La mutazion dei versi al fin ritroverete.

 


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