Carlo Goldoni
Componimenti poetici

POESIE IN LINGUA E IN DIALETTO DEL PERIODO VENEZIANO (1748 - 1762)

LETTERE IN VERSI MARTELLIANI per la sacra Vestizione della N. D. Chiara Morosini.

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LETTERE IN VERSI MARTELLIANI

per la sacra Vestizione della N. D. Chiara Morosini.

 

LETTERA PRIMA

Donna Maria Eleonora Morosini Monaca professa nel Monistero del Corpus Domini

in Venezia alla dilettissima di lei sorella la nobildonna Chiara Morosini

in educazione nel Monistero di San Prosdocimo in Padova.

 

Sorella dilettissima, tanto è il piacer ch’io sento,

Che trattener non posso nell’anima il contento,

Onde per mio conforto desidero sfogarmi

Con voi, con questa lettera, venendo a consolarmi.

La nostra amorosissima, tenera genitrice,

Dar nuova non potevami più lieta e più felice:

Dissemi che voi pure, al fin, la vocazione

Spiegaste di abbracciare la santa Religione.

Sia sempre benedetto quel Dio che a sé vi chiama,

Quel Dio che per sua Sposa accogliere vi brama.

Siano del Sacro Nodo accelerati i giorni,

Né il mondo ingannatore vi turbi o vi frastorni.

Io pur, per mia fortuna, son del Signore ancella;

Gode la sorte istessa l’altra germana anch’ella.

Dal che Amor Divino d’ambe infiammato ha il petto,

L’abbiamo ogni momento lodato e benedetto;

Ed or che il cuor ci pugne lo stesso amor possente,

Lodarlo e benedirlo potremo unitamente.

Passar non isperate, germana, a un sì gran bene,

Senza che il cuor vi assalgano dubbi, sospetti e pene;

La colpa originale noi miseri infelici

Espone ai fieri insulti di tre crudei nemici,

Ed essi congiurati contro ogni eroica impresa

Ci destano nell’alma gl’insulti e la contesa.

Guerra soffrì il mio cuore alla bell’opra accinto,

Ma colla grazia in petto ho combattuto e vinto;

E quella grazia istessa, che mi fu lancia e scudo,

Conforteravvi il seno, d’altro potere ignudo.

Giova a guerrier, novello nell’armi e nel periglio,

Udir del veterano la norma ed il consiglio;

Giova al nocchier che al mare nei primo s’affida,

Di pratico piloto provida man che il guida;

Ed al timido infermo, da nuovi mali oppresso,

Puote giovar il labbro di chi soffrìo lo stesso.

A voi, che fra’ nemici siete ancora inesperta,

Che in borrascoso mare ite dubbiosa, incerta,

A voi, tenera inferma, dal comun danno oppressa,

Scorta, consiglio, aiuto posso recarvi io stessa.

Ah suora mia diletta, ne’ miei giorni primieri,

Qual fiero ondeggiamento provai ne’ miei pensieri!

Che non fe’, che non disse il mondo ingannatore,

Per intralciarmi il piede, e avvelenarmi il core?

Tutte dinanzi agli occhi schierate ad una ad una

Mi offerse le lusinghe di prospera fortuna.

Mira (diceami il tristo), mira l’onor, la gloria

Degli avi tuoi sublimi, degnissimi d’istoria.

Ecco i forti guerrieri che hanno la Patria augusta

Resa col lor valore di mille palme onusta.

Ecco l’illustre ceppo de’ Mauroceni, adorno

Quattro volte finora del Manto ed aureo Corno;

Mira le sacre Porpore, onde sul Tebro ornati

Andaro i signorili tuoi celebri antenati,

E le Tiare sacre che tante volte e tante

Premiar dei tuoi maggiori l’anime giuste e sante.

La Patria fortunata, la Patria tua diletta,

Da te figli e nipoti pari ai grand’avi aspetta.

Tu della donna eccelsa, ch’ebbe sull’Istro il serto,

Prole de’ Mauroceni, puoi pareggiar il merto;

E della madre illustre, che ti produsse al mondo,

Il cuor colle tue nozze puoi rendere giocondo.

Gli agi della Famiglia non obliare ingrata,

Pensa alla nobil culla dove all’onor sei nata;

Perché, di te nemica, cambiar con voglie strane

Ricchezza in povertate, gli ori e le sete in lane?

Mira dell’Adria augusta, mira i bei giovanetti

Rider a te d’intorno, arder d’onesti affetti.

Stendi la man ritrosa, se vuoi contenti e pace...

Quivi troncai le voci del seduttore audace.

Perfido (in cuor risposi) simulator tiranno,

Questo gran ben che mi offri è un forsennato inganno.

Degli avi miei gloriosi sarà contento il zelo,

Se la virtute onoro, se mi consacro al Cielo;

E , dove risiedono quell’anime beate,

Della nipote approvano le massime onorate.

I genitori anch’essi, che a me donar la vita,

Giubileran veggendomi a sacro Sposo unita;

E chi davver mi apprezza, e chi al mio bene aspira,

Adorerà gli affetti che il mio Signor m’inspira.

Chi mi desia nel secolo, pieno di rei consigli,

La pace mia non brama, procura i miei peripli.

Vaglion più queste lane, che usano i sacri chiostri,

Dell’oro e delle gemme, più delle sete e gli ostri;

E povertade eletta, che la virtude insegna,

Val più d’ogni ricchezza, più d’ogni pompa indegna.

Oh quante volte, oh quante a questo cuor di smalto

Tornò il mondo protervo a replicar l’assalto!

Ma il sudar nei conflitti per ottener vittoria

Rendere suol le palme ricchissime di gloria.

Parmi veder voi pure, suora diletta e cara,

In mezzo a quegli assalti che il mondo a voi prepara,

E coll’esempio istesso a discoprir v’insegno

Le trame ingannatrici del seduttore indegno.

Bramate voi la pace? ecco di pace il lido.

Siete d’amore accesa? ecco d’amore il nido.

Non dell’amor profano, ingannator mendace,

Ma di quel santo Amcre, fonte d’un ben verace.

Germana, io non intendo, per rendervi sicura,

Trarvi co’ miei consigli qua dentro in queste mura.

Voi tra vergini saggie sinor foste educata;

pur viver potete contenta e fortunata.

Ma poiché al sacro chiostro la sorte vi destina,

Senza spiacere agli altri, vi bramerei vicina.

Per tutto Iddio si loda, si serve in ogni loco,

Arde d’Amor Divino in ogni tempio il foco;

Ma il bel piacer io bramo, ma il bel desio mi preme,

Che fra di noi si cantino inni di Gloria insieme.

La genitrice amabile, cui pari amor consiglia,

Umile a Dio consente donar la terza figlia,

Ma goderebbe anch’ella mirarvi a noi dappresso

Per il piacer di darvi qualche materno amplesso.

È ver che tre sorelle in un medesmo chiostro

Ricevere votanti repugna all’uso nostro,

Ma a superar gli ostacoli si unisce il cuor pietoso

Di monache gentili, di un padre generoso.

Dunque, sorella amabile, se Iddio così dispone,

A compiere venite la vostra vocazione.

Venite al Corpus Domini, dove l’amor v’invita

Di una sorella tenera che all’altra suora è unita;

Sarà di tre germane più fervido l’affetto,

Sendo il numero trino un numero perfetto.

Deh, più non ci lasciate di tal ventura incerte;

Ansiose vi aspettiamo, e colle braccia aperte.

Se avete qualche dubbio, scrivete a noi sincera:

Vi spianerem la strada più facile e più vera.

Vi abbraccia la germana come vi abbraccio anch’io.

Chiara mia dilettissima, vi benedica Iddio.

 

 

LETTERA SECONDA

La nobil donna Chiara Morosini in educazione nel Monistero di S. Prosdocimo in Padova alla dilettissima di lei sorella Donna Maria Eleonora Morosini monaca nel Corpus Domini di Venezia.

 

Carissima sorella, lessi con piacer tanto

Il vostro amabil foglio, ch’io non trattenni il pianto,

Dio per misericordia disceso è ad invitarmi,

E voi col buon consiglio venite ad animarmi,

Servendosi di voi la Grazia benedetta

Per rendere più presto quest’opera perfetta.

Pur troppo i rei nemici tentan la mia rovina,

Sorella dilettissima, voi foste un’indovina.

Il mondo ingannatore con i consigli suoi

Usa quell’arti meco ch’egli adoprò con voi;

E a vincere gli assalti di questa belva ardita

Il vostro buon consiglio le regole m’addita.

Vegliando, al mio dovere m’appresto e m’uniformo,

Ma il perfido talora m’inquieta allor ch’io dormo.

Ora mi si presenta quel vecchio venerando,

Con aria sostenuta di ardire e di comando,

Ora con dolce aspetto, giocondo e lusinghiero,

I spiriti mi accende, mendace consigliero.

L’altra notte m’apparve dolce, discreto, umano,

Col regal manto in dosso, con un bastone in mano.

Figlia, non mi conosci? dissemi in grave tuono:

Francesco Mauroceno il tuo grand’avo io sono,

Quello che le vittorie conta cogiorni suoi,

Il terror de’ nemici, l’esempio degli eroi,

Quello che, duce in Candia, dal popolo e il Senato

Onorifici segni ebbe d’animo grato.

Quello che in Greca terra, per riparare all’onte

Dell’orribile sete, scaturire un fonte.

Colà nuovi trionfi la Patria mia diletta

Da te, dal sangue mio, dalla tua prole aspetta;

Destati, e t’apparecchia a porgere la mano

A sposo, onde i miei voti sparsi non sieno in vano.

Destomi allor confusa fra il voglio e fra il non voglio;

A leggere ritorno, sorella, il vostro foglio,

E questo chiaramente mi scopre e mi rinfaccia

Che sotto una lusinga si asconde una minaccia.

Voi mi avvertiste in tempo, che de’ grandi avi il zelo

Sarà di me contento se mi consacro al Cielo.

Non mancano le spose, non mancan l’eroine,

D’eroi fecondatrici nel Veneto confine;

A nozze più sublimi il mio Signor mi chiama,

La castitade ho in pregio, altro il mio cuor non brama;

E quel che in falso aspetto a consigliar mi apparve,

Non è che il tristo mondo producitor di larve.

Oimè, se vi potessi narrar qual duro affanno

Al cuor mi riprodusse del perfido un inganno!

Questo fu il più violento, il più crudel partito

Che immaginar potesse il mio nemico ardito.

Mi apparve nella cella, ove dormia felice,

Col volto della nostra prudente genitrice,

E sonnacchiosa ancora sullo spuntar del

Io mi sentia nell’anima a ragionar così:

Figlia, diletta figlia, tu pure al chiostro inclini?

Tu colle due germane me abbandonar destini?

Tanti sudori e pene, cara, mi sei costata,

Ed all’amor mio tenero tu corrispondi ingrata?

Quante speranze e quante per te nutria nel cuore!

Quante novelle prove darti volea d’amore!

Già mi parea vederti di dolce sposo allato,

Già mi parea di stringere figlio dal tuo sen nato,

E rivolgeva in mente l’amabile diletto

Che reca ad una madre di figlia il pargoletto.

Mancati forse, o figlia, nel padre tuo amoroso

L’animo ed il potere di eleggerti uno sposo?

Temi che fra i patrizi, figlia diletta e cara,

Il sangue tuo non facciati desiderare a gara?

Le luci tue leggiadre, l’amabile tuo cuore...

Oimè, seguir non posso, si desta il mio rossore,

Ed il rossor medesimo, quantunque addormentata,

Con insolita forza allor mi ha risvegliata.

Cerco la cara madre, vorrei pur abbracciarla,

Ma al desir mio contraria vorrei non ritrovarla.

Parmi nei dolci affetti di ritrovar lo scoglio,

Lascio inquieta le piume e leggo il vostro foglio.

Ah sì, gli accenti vostri mi resero felice

Udendo i miei desiri gradir la genitrice,

E dissi fra me stessa: Oh sogno menzognero,

Tu meditasti in vano di mascherarmi il vero!

So che la madre mia, ch’è di virtude amante,

Ai decreti del Cielo ha l’animo costante,

Che colla pace istessa, onde due figlie ha offerto,

Nel consacrar la terza avrà lo stesso merto,

E soffrirà la perdita cuor religioso e pio

Di questa figlia ancora per consacrarla a Dio.

Giusto di lei per altro è il tenero desire,

Giusto è il consiglio vostro, è ver, non so che dire;

Se Dio mi vuol sua sposa, se Dio mi chiama al chiostro,

Vuol la ragion del sangue sia un solo il luogo nostro:

Sarei nell’appagarvi, sarei contenta appieno,

Ma oimè, che mi contrastano vari pensieri in seno.

È ver che due germane bramano viver meco,

Ma un’altra ancor più tenera m’invita a restar seco.

Lise mia dilettissima, quarta sorella nostra,

D’avermi a lei vicina sollecita si mostra.

Come poss’io staccarmi da lei, sorella amata?

Come partir dal chiostro in cui vissi educata?

In questo almo recinto di nobili donzelle

Albergan le virtudi più candide e più belle.

Quivi l’amor divino l’anime sol diletta,

Regna fra queste mura la carità perfetta.

Dalle vergini saggie il bell’esempio appresi,

Delle lor fiamme in vista questo mio cuore accesi,

E seguitando il loro dolce costume e pio,

Santificai le voglie, e ho riposato in Dio.

Il mio desir novello colla ragion combatte,

Partir non so risolvermi da chi ho succhiato il latte.

Fissare io non ardisco la mia risoluzione;

Andrò dove mi porta la santa vocazione.

Ma in questo punto istesso che vi rispondo al foglio,

Intenerirmi io sento per voi più che non soglio.

Oimè, mi manca il lume; tremar veggo la mano,

Al cuor con dolci note mi parla il mio sovrano;

Di scrivere sospendo, la di lui voce ascolto;

Terminerò la lettera, rasserenata in volto.

Eccomi di bel nuovo; la penna ho in man ripresa,

Del mio Signor, germana, la volontade ho intesa.

Vanne, mi disse, o figlia, il sacrifizio santo

A compiere in Vinegia alle sorelle accanto.

La Provvidenza eterna che a consolarti inclina,

Co’ suoi segreti arcani il viver tuo destina.

Supera ogni altro affetto che al tuo desire è scoglio,

Va pur; nel Corpus Domini te, mia diletta, io voglio.

Al cenno onnipossente del sposo mio divino

L’alma, la mente, il cuore umilemente inchino,

E dietro alla superna soavissima voce

Vengo con voi, germane, ad abbracciar la Croce.

Queste vergini illustri, che a Dio son rassegnate,

Saran di mia partenza per lui men sconsolate,

E la tenera suora, ch’or lascio in abbandono,

Sarà contenta anch’essa, quanto felice io sono.

Deh la mia genitrice, nel di cui seno io vivo,

All’antenoree mura solleciti l’arrivo;

Seco mi tragga tosto all’Adria fortunata;

Nel chiostro mi conduca a vivere beata.

Pregatela, germana, per quanto adora il nume,

Ch’esimere mi voglia dal solito costume;

Se brama di piacermi, con animo giocondo

A rinserrar conducami senza vedere il mondo,

E alle paterne soglie trattengami sì poco,

Che l’anima non senta intiepidire il foco.

Date un tenero abbraccio alla minor germana,

Uno alla cara madre, saggia, prudente, umana.

Alle vergini illustri del vostro monistero

Grazie per me rendete con animo sincero.

Presto ci rivedremo, se piace a Iddio Signore.

Vi salvi e benedica il sacrosanto amore.

 

 

LETTERA TERZA

La nobil donna Chiara Morosini, dopo la sua vestizione nel monistero del Corpus Domini

in Venezia, alla dilettissima di lei sorella la nobil donna Lise Morosini,

in educazione in San Prosdocinio in Padova.

 

Cara sorella amabile, fra queste elette soglie

Eccomi lieta alfine, cinta di sacre spoglie.

Partir se mi vedeste da voi con rio tormento,

A parte ora desidero voi pur del mio contento.

Finor cerva assetata, desiderando il fonte,

L’acque vedea lontane al mio desir non pronte,

Ed il timor di perdere la pace mia serena

Mi confondea lo spirito e mi teneva in pena;

Vidi di volo il mondo, cui sì gran stuolo adora,

E mi crescea la brama di abbandonarlo ognora.

Feste, giochi, teatri, conversazioni amene

Son ombre, son fantasmi, misto col male è il bene;

E una semplice stilla del santo amor giocondo

Val più di tutti i beni che ci offerisce il mondo.

Il mio maggior diletto, che al secolo ho provato,

Fu della cara madre viver contenta allato.

Ella che la virtude ama, coltiva e onora,

Vivere santamente sa nel gran mondo ancora,

E seco in dolce albergo sarei vissuta anch’io,

Se consacrata al tempio non mi volesse Iddio.

Col zio saggio ed umano, col dolce genitore,

Co’ miei quattro fratelli, ch’han virtuoso il cuore,

Potea nel patrio tetto vita menar felice,

Ma al chiostro Iddio mi chiama, e a me restar non lice.

Eccomi in queste mura ove il Signor m’invita,

A sacre spose a canto, a due sorelle unita;

E tanto è il mio contento, tanto è il piacer ch’io provo.

Ch’ogni momento il giubilo entro al cuor mio rinnovo.

Che bel piacer, germana, è il poter dir: Qua dentro

Vi è dell’amor divino, vi è della pace il centro,

E perderlo non posso fin che ad un ben maggiore

Morte non mi conduca, vicina al mio Signore!

Tosto che in queste soglie venni fra sacre ancelle,

Baciai teneramente le amabili sorelle.

Il giubilo comune di rivederci accanto

Fe’ a noi per tenerezza scender dagli occhi il pianto;

Ed essere di noi sogliono i bei trastulli

Il cantico sovente cantar dei tre fanciulli.

«Il Signor benedite, opere di sua mano,

Lodate ed esaltate nei secoli il sovrano.

Angeli del Signore, cieli che a Dio servite,

Voi acque, e voi virtudi, il Signor benedite.

La luna, il sol, le stelle, la pioggia e la rugiada,

I spirti dell’eterea bellissima contrada,

Il caldo, il freddo, il foco, le nevi e le pruine,

La notte, la luce, le tenebre e le brine,

I folgori, le nubi, opre d’Iddio superno,

La terra il benedica, l’esalti in sempiterno.

Benedicanlo i manti, i colli, i fonti, i frutti,

I mari, i fiumi, i pesci lo benedican tutti,

E gli animai volatili e i quadrupedi stessi

Odansi il Creatore a benedire anch’essi.

Dai figliuoli degli uomini Iddio sia benedetto,

L’esalti d’Isdraele il popolo diletto.

I santi sacerdoti, i servi del Signore,

E l’anime de’ giusti, e gli umili di cuore.

Anania, Azaria, Misael giovanetti

Lodino e benedicano Dio, che lor arde i petti.

Benediciamo il Padre e il Figlio e il Spirto Santo

Nei secoli dei secoli noi pur col nostro canto.

Dal Ciel, dal firmamento, Signor, tu sei lodato,

Sei sempre benedetto, e ognor glorificato. »

In mezzo alla fornace, in fra i carboni accesi,

Cantavan tre fanciulli da quelle fiamme illesi;

Noi pur tra fiamme ardenti di carità fraterna,

Pieno di speme il cuore, moviam la voce alterna.

E i miseri mortali che noi credon crucciose,

Non veggon che le spine per noi diventan rose.

Lise mia dilettissima, tenera giovanetta,

Chi sa qual sia la sorte che v’ha il Signore eletta?

Ogni stato è felice ad un bel core onesto,

Ma non sperate averlo più amabile di questo.

Destarvi io non intendo brame simili in cuore:

La vocazion seguite che ispiravi il Signore.

Ma il tenero amor mio, che al vostro bene aspira,

Lieta qual io mi trovo, lieta voi pur sospira.

Alle compagne vostre, suora, se il Ciel v’aiuti,

Priegovi di rispetto recare i miei tributi.

Dite che mi concedano, se le lasciai, perdono,

Che per cagiongiusta quasi dolente io sono:

Ma se da lor lontana mi vuole il destin mio,

Ci rivedremo un giorno, ci riuniremo in Dio.

Dopo tredici lune, che accelerare io bramo,

Sarò più strettamente congiunta a quel ch’io amo;

Il giorno dei tre voti con impazienza aspetto:

Li differisce il labbro, ma li ho formati in petto.

E vano è il dubitare ch’io veggami pentita;

Non lascierò il mio sposo fino che duri in vita,

Sposo soave tanto, che tanto amor m’inspira,

Che ogni rispetto umano, che mel ritarda, ho in ira.

Carissima germana, trovarne un ne potrete

Che vi ami, che vi onori, amabile qual siete;

Lo troverete al mondo, saggio, gentile, onesto,

Ma non daravvi all’anima quel ben che mi questo.

Son facili nel mondo gli spasimi e i deliri:

Noi vergini lo sposo amiam senza sospiri.

Soggetto è a cangiamento il cuor del viril sesso,

Il cuor del caro sposo per noi sempre è lo stesso.

Del vostro cuor disponga Iddio, come a Lui piace;

Vi auguro in ogni stato vera concordia e pace.

Col solito amor vostro gradite il foglio mio.

Lise mia dilettissima, vi benedica Iddio.

 

 


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