Carlo Goldoni
Componimenti poetici

POESIE IN LINGUA E IN DIALETTO DEL PERIODO VENEZIANO (1748 - 1762)

I RITI E LE CEREMONIE NELLA VESTIZIONE DELL’ABITO MONACALE Stanze in occasione che la nobil donna Marina Falier veste l’abito di Sant’Agostino nel venerando monastero di Santa Marta.

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I RITI E LE CEREMONIE NELLA VESTIZIONE

DELL’ABITO MONACALE

Stanze in occasione che la nobil donna Marina Falier veste

l’abito di Sant’Agostino nel venerando monastero di Santa Marta.

 

Donne, al tempio correte, ove si adora

(Colla dovuta adorazione ai Santi)

Di Maddalena e Lazzaro la suora,

Di cui stan scritti nel Vangelo i vanti,

Da Gesù Cristo commendata, allora

Che lo servì, della sua morte innanti.

Donne, correte con lodato esempio

Di santa Marta a venerare il tempio.

Non già, come solete andar la notte

Dei vent’otto di luglio in quel contorno,

Dall’uso antico a veleggiar condotte

In bei navigli a quelle spiagge intorno;

Ma dalla vera divozion ridotte,

Donne, tutte vi bramo in sì bel giorno

Alla chiesa, alla grata, al monistero

Ad ammirare un sacrifizio intero.

Prima di penetrar le sacre mura,

Chi è la vittima? udite: Una fanciulla,

Una vergine saggia, a cui natura

Prodiga fu di grazie in nobil culla;

Che di sua stirpe lo splendor non cura,

Che ricchezza e beltà reputa un nulla,

Di prosapia Falier prole bennata,

Marina al sacro fonte nominata.

Nota è al mondo l’illustre ampia famiglia,

Ch’è del Veneto ciel splendida stella,

Dall’aureo corno e porpora vermiglia

Fatta mai sempre poderosa e bella;

E il genitor, di cui Marina figlia,

Le glorie del casato or rinnovella,

Saggio, egregio Signor, di fregi ornato,

Della Patria delizia e del Senato.

All’antica prosapia accresce i pregi

La nobile, prudente genitrice,

Di sante figlie e di figliuoli egregi

(Grazia e dono del Ciel) madre felice,

Onde vedrem moltiplicati i fregi

Dell’augusta del mar moderatrice,

Guidando i parti della Gloria al tempio

Col buon consiglio e col materno esempio.

O benedetto il santo Matrimonio,

Che fa dei sposi l’anime contente,

In cui non entra il lubrico Demonio

Sotto spoglie d’amico o di servente.

Deh mirate in codesti un testimonio

Sì poco in uso alla moderna gente,

Che dall’amor di due consorti onesti

Nascon figli in virtù simili a questi.

A qual ragion crediamo noi si ascriva

Che altre figlie son triste, altre son buone?

Da due principii la cagion deriva:

Dalla macchina e dalla educazione.

Dei genitori l’armonia giuliva,

La sanità, la buona ,

Fa che perfettamente organizzati

Nascano i parti, e alla bontà inclinati.

Ma non basta il miglior temperamento

Senza una saggia educazione accorta.

Hanno i figli sovente un bel talento,

E il mal esempio a traviar li porta.

Ecco il perché novantanove in cento

Andar si veggon per la via bistorta;

O perché male nascono costrutti,

O perché in gioventù non sono istrutti.

La giovinetta, che a mirar v’invito,

Donne gentili, può servir d’esempio

Ai padri e ai figli, e rendere avvilito

Ciascun che segue il mal costume ed empio.

Se col labbro sincero il ver vi addito,

Venite meco a confrontare al tempio.

Entrate pur nelle sacrate porte

Al sacrifizio della vergin forte.

In quel recinto, ch’è da noi diviso

Nel tempio ancor da monacal clausura,

Fra le spose di Dio, modesta in viso,

Stassi l’agnella mansueta e pura.

Avanza il passo al consueto avviso

All’altare di Dio franca e sicura,

Le venerande monache fra loro

II salmo quarant’un cantando in coro.

Quel che principia nel divin Salterio,

Quemadmodum desiderat: spiegando

D’un’anima viatrice il desiderio

Simile al cervo, allor che va cercando

Alla sete dell’acque il refrigerio,

Sol di trovarlo nel suo Dio sperando:

Leggete il salmo, e se il latin vi è strano,

Nel Salmista leggetelo toscano.

Cantando van le religiose, e intanto

Veste i sacri apparati il confessore;

Il camice, l’ammitto, il cingol santo,

La stola, il pivial; poi per di fuore

Intuona Terza, e gli risponde al canto

Il contralto, il sopran, basso, e tenore,

L’organo, i violini, e le viole,

Che confondono i sensi e le parole.

L’Ora finita, il confessor si porta

Col clero unito, e colla croce innante,

Del monistero alla serrata porta.

Dei sacerdoti seguitiam le piante.

La verginella, dalle suore scorta,

Arriverà fra qualche breve istante.

Eccola. In bianche spoglie ha i membri involti,

E sull’umile dorso i crin disciolti.

La veggo uscir di bel rossore accesa

Colle quattro converse a lei d’intorno,

Dalle congiunte e dalle amiche attesa,

Che spalliera le fanno in quel contorno.

Donne, venite a seguitarla in chiesa

Fino all’altar con sagra pompa adorno;

Ma se in chiesa tacer non vi fidate,

State di fuori, o in parlatorio andate.

Pria di venire a profanare il tempio,

Vi consiglio sedere ad una grata.

Colle dame non parlo; un mal esempio

È incapace di dar dama bennata.

Colle donnette il mio dovere adempio

Correggendo la garrula brigata;

E spero in Dio, che la ragion sia intesa,

Che non si fa conversazione in chiesa.

Venite meco, o femmine divote,

Ad ammirar della fonzione il rito.

Ecco le religiose in chiare note

Il salmo Quam dilecta  han già finito.

Si presenta all’altare il sacerdote,

E dalla sposa umilemente udito

Dice questa orazion: Sia da Dio stesso

Custodito il tuo ingresso, e il tuo regresso.

Ora, il Coro risponde, e in sempiterno.

Ripiglia il confessor: Dio sia con Voi.

E collo spirto tuo; dal lato esterno

Risponde il clero con i canti suoi.

Seguita il sacerdote: Iddio superno,

Salva e proteggi cogli aiuti tuoi

Quest’ancella al divin culto inerente,

E ti serva col corpo e colla mente.

Mirate in orazion la verginella

Genuflessa in disparte al sacro altare;

Il ministro vicino alla predella

Ecco in pianeta il pivial cangiare.

L’organo si prepara e la cappella;

Principia la gran Messa a celebrare;

I musici cantar udite, o donne,

Sessanta volte Kirieleissonne.

Fatto è a gloria di Dio quell’apparato,

Quel magnifico palco armonioso.

Solo a gloria di Dio fu convocato

Il numero de’ suoni strepitoso.

Il suono e il canto in Paradiso è usato:

Deesi il nome di Dio santo e glorioso

In cymbalis lodar bene sonantibus,

Ma dai musici no male cantantibus.

Dunque a gloria di Dio nel tempio si usa,

Le sacre preci modular col canto.

Ma l’uom scorretto, che di tutto abusa,

Mentre si canta, si diverte intanto

Passeggiando, sedendo alla rinfusa,

Colla schiena voltata all’altar santo;

Al divin sacrifizio non abbada,

Come fosse in teatro o sulla strada.

Abbaderà se quel cantante intuoni.

Se un bel concerto suonerà il Nazzari

Se il maestro di musica Bertoni

Abbia composti dei versetti rari.

Quantunque intorno il campanello suoni,

Non si volta nemmeno ai sacri altari;

E mentre il sacerdote alza le mani,

Parlerà degli Austriaci e de’ Persiani.

Ah! donne, donne, che da me guidate

Veniste al tempio per consiglio mio,

Quel che solete fate, oggi non fate;

Volgete il guardo al sacrifizio pio.

Via; dinanzi all’altare inginocchiate,

Siate modeste per amor di Dio,

Che se vi sono degli oltramontani,

Non dicano che siam poco cristiani.

A quel ch’io vedo, predico al deserto,

E la mia voce non è molto intesa;

Anzi taluno, che vuol far l’esperto,

Stolto mi dice per sì vana impresa.

Donne, il Gloria sentiste, ed il concerto:

Vi consiglio ad uscir fuori di chiesa;

Si avvicina la Messa all’Offertorio,

E le dame sen vanno al parlatorio.

Voi, del seguito mio donne curiose,

Dietro alla nobil comitiva andate.

Le nostre dame affabili, vezzose,

Mirate modestamente ornate.

Le amiche, le parenti religiose

Seco loro le invitano alle grate,

Offrendo lor per refiziare i petti

Cioccolata, caffè, dolci e sorbetti.

Io torno in chiesa, e chi di voi si sente

Tutto mirar della funzione il rito,

Seguiti i passi miei divotamente,

Imponendo silenzio al labbro ardito.

Ecco l’ora opportuna; ecco si sente

Che ha il confessor di celebrar finito,

E la vergin divota è preparata

Per esser col suo Dio comunicata.

La pisside il ministro ha nelle mani,

Va a recare alla sposa il pan celeste.

Che rumore è mai questo? Oh Dio! Cristiani,

Come pensano mal le vostre teste?

Se qua vi fosser dei monarchi umani,

Dite, per carità, che non fareste?

E non vi move a tenerezza un Dio?

Oh santa Fede! o tristo mondo e rio!

Ecco la mano il sacerdote appressa

Alle tenere labbra verginelle;

Ecco la sposa, che s’accosta anch’essa

Al Rettor della terra e delle stelle:

La maggior grazia che abbia Dio concessa

Alle care dilette anime belle.

Tremano in Ciel le gerarchie beate

A sì grande mister; voi non tremate?

Misericordia, o Redentor del mondo,

Per me, per tutto il popol tuo diletto...

Torna all’altare il confessor giocondo,

Che ha confortato della sposa il petto.

De’ sacri arredi alleggerito il pondo

Colla cotta ponendosi in farsetto,

Alla vergin s’appressa, e la funzione

Principia della santa Vestizione.

Il ministro di Dio prende la croce,

E alle man della sposa la consegna.

Ecco ch’egli pronunzia ad alta voce

Quelle parole che il Vangelo insegna:

Chi vuol meco venir, pronto e veloce

Neghi se stesso, e segua la mia insegna;

Le quai parole registrate sono

Nel Vangel di san Luca al capo nono.

Bacia la verginella il legno santo:

Risponde accesa di costante zelo:

Deh non fia ch’io mi glorii d’altro vanto

Fuor della croce del Signor del Cielo,

Per cui me al mondo crocifigger vanto,

Ed a me il mondo crocifisso io svelo.

Come scritto lasciò nel sacro testo

Ai Galati san Paolo al capo sesto.

Ora il sacro ministro a lei presenta

L’argenteo serto, e cotai voci intuona:

Al tuo capo il Signor la grazia aumenta,

E ti protegge l’inclita corona.

Entro al suo cuor la vergine contenta,

Abbassa il capo, ed il bel crin corona;

Indi pronuncia colle labbra sue

Il versetto del salmo trentadue.

Il Signor farà pingue il capo mio

Nell’olio; che vuol dir nel senso vero:

La Grazia sua mi accrescerà il mio Dio,

Mi farà santa, come bramo e spero.

Poi segue: Abiterò felice anch’io

Eternamente nel celeste impero.

Replica il coro in armoniose note

Quel che dice la sposa e il sacerdote.

Ripiglia il confessor: Se vincerai,

Dio nel suo tempio ti farà colonna,

Donde fuori mai più non uscirai.

Al che risponde l’innocente donna:

Lieta mi fan queste parole assai,

Nella casa di Dio sarò madonna.

Sta nel Lætatus sum quel ch’ella disse:

Parlò il ministro coll’Apocalisse.

Ciò detto, la donzella alzasi in piede

Presso al ministro colla croce in mano;

Seguitata dal clero, ecco si vede

Ver la porta del chiostro andar pian piano.

Le suore anch’esse nell’interna sede

Van secondo il costume Agostiniano

Ad incontrarla. Donne mie, venite;

Quel che si fa, quel che si dice, udite.

Mirate che la vergine bramosa

L’uscio tre volte colla man percuote.

Apresi alquanto, ed alla sacra sposa

L’abbadessa domanda in chiare note:

Figlia, l’ingresso tuo di cui se’ ansiosa,

Che pacifico sia, sperar si puote?

Pacifico, risponde, è il venir mio,

Venuta i’ sono a consacrarmi a Dio.

Ecco, la porta che tenean socchiusa

Interamente si riapre allora,

L’abbadessa dicendo: Vada esclusa

Marina secolar dal chiostro fuora:

Maria Elena venga, e sia rinchiusa

La sacra sposa, che il suo Cristo adora.

Consolata è la vergine felice;

E il ministro così la benedice:

Ti benedica il Padre, ed il Figliuolo,

E lo Spirito Santo, come andaro

Benedetti da Dio nel patrio suolo

Abramo, Isacco, e il buon Jacob del paro.

Iddio ti esalti e ti sollevi al polo,

Piena di grazia e di un amor preclaro;

Esaudisca i tuoi voti, o vergin pia,

Dio nei secoli eterni; e così sia.

Di bel nuovo le porte ecco serrate:

In ordinanza mettonsi le suore,

Benedetta, cantando in voci grate,

Quella che viene in nome del Signore.

Miratele dentro, per le grate:

Colla croce del nostro Redentore,

Colla sposa novella unitamente

Vanno alla chiesa processionalmente.

Dassi un breve respiro alla donzella

Perché all’uopo maggior resister possa:

Credo che vada a reficiarsi anch’ella,

E i preti ancor, che son di carne e d’ossa.

Ecco s’apre dipoi la fenestrella,

Ecco la sposa che a venir si è mossa.

Di dentro l’accompagnano le suore,

E di fuori l’aspetta il confessore.

Le preci udite religiose e pie,

Le preci sante che vi saran note,

Simili a quelle delle litanie

Che le persone recitan devote;

E credere non voglio, donne mie,

Che tali orazion vi sieno ignote,

Ché santa Chiesa col suo canto istesso

Suol chiamare devoto il vostro sesso.

Donne, volgete al finestrino il piede,

Ove la sposa genuflessa attende.

Che brami, o Figlia? il confessor le chiede.

Col salmo ventisei risposta rende:

Questo chiesi al Signor: nella sua sede,

Che oltre il confin dei secoli si estende,

Viver desio; la Chiesa santa io bramo,

E il decoro di Dio procuro ed amo.

Con san Paolo ai Corinti a lei domanda:

Hai ciò ben stabilito entro il tuo petto?

Non hai necessità che ti comanda?

Sei tu disciolta da ogni uman rispetto?

La vergine risponde alla domanda:

Così ben giudicai col mio intelletto.

Vittima volontaria a Dio mi dono.

Mi sacrifico a Lui, ch’è santo e buono.

Nella casa di Dio mi elessi abietta

Viver più tosto, che fra quei splendori

Onde la stolta gioventù s’alletta

Nell’albergo fatal dei peccatori.

Quivi godrò la pace mia diletta,

Acceso il cor de’ più innocenti ardori.

Donne, se aveste mai le orecchie corte,

Pregatela che dica un po’ più forte.

Replica il pio ministro: Se abitare

Dunque la casa del Signor destini,

Tutto devi quaggiuso abbandonare;

Esci col padre Abram da’ tuoi confini.

La paterna magion ti dei scordare,

Staccati dai congiunti e dai vicini,

Se la terra desii di promissione

Dove annida la santa Religione.

Ella risponde: Chi mi presta l’ale

Della colomba per salire al Cielo?

Aspetterò nel chiostro monacale

Che Dio mi salvi col suo santo zelo.

Seguita quel che dice il rituale,

Tratto dai salmi e tratto dal Vangelo,

E da più voci con Letizia santa

Veni, Creator Spiritus, si canta.

Finito il canto, e detta un’orazione.

Portan le vesti al sacerdote innanti:

Egli vi la sua benedizione

Con parole divine e segni tanti.

Poscia il candido velo si dispone

A benedire, e fra gli arredi santi

Vien la cintura, angelica, felice,

E il ministro di Dio la benedice.

Le sacre vesti e la novizia eletta

Tre volte onora d’arabi profumi;

Tre volte asperge d’acqua benedetta,

Soliti della Chiesa e pii costumi.

Spogliandosi dipoi la giovinetta,

E in lei fissando l’abbadessa i lumi,

Dice: Ti spogli Iddio l’esser di pria;

E rispondono in coro: e così sia.

Indi vestita delle sacre spoglie,

La verginella pronunciare udite:

Gode l’anima mia: le ardenti voglie

Finalmente da Dio sono esaudite.

Le caste lane in queste umili soglie

Son di giustizia e santità fornite.

Alfin la madre, che le suore ha in cura,

Pone al tenero fianco la cintura;

E così dice: Sopra i lombi tuoi

 Stringi il cingolo santo, o mia diletta;

Ti serbi la virtù dei nodi suoi

In temperanza e castità perfetta.

L’affibbia intorno, e termina dipoi

Col segno della croce benedetta.

La novizia risponde: Il mio Signore

Mi cinga i lombi, e mi circondi il cuore.

Adorna è già del monacale arnese,

Cambiato ha il cuor come cambiato ha il nome.

Manca all’opera sol, ch’ella intraprese,

Che troncate le sian le bionde chiome.

Venite, o donne, al sacrifizio intese,

Accostatevi pur. Mirate come

Gl’incolti crini risoluta afferra,

Perché sieno recisi e sparsi in terra.

La saggia che alle vergini precede,

È la prima a troncar le chiome aurate;

Poscia l’esempio seguitar si vede

Dalle sorelle all’opera invitate.

Franca rimira la Donzella al piede

L’insana pompa della verde etate;

La calpesta dicendo: Itene, o indegne

Pompe, di servitù misere insegne.

Donne, qua vi volea, voi che ponete

Nella chioma gentillunga cura;

Che pazienti e mansuete siete

A sofferir la misera tortura;

Che l’aspetto ai capei cambiar solete

Contro la Providenza di natura,

Usandoli ora lunghi, ed ora corti,

Ora in treccia, or distesi, ed or bistorti.

L’atto mirate generoso e pio

Della vergine saggia, il crin reciso

Dalla donzella e consacrato a Dio,

L’amor proprio nel sen vinto e conquiso.

Ma vodire a voi, donne, un pensier mio,

Ch’or mi viene nel capo all’improvviso;

Perché diansi i capegli in sacrifizio,

Come fosser le chiome un malefizio.

Quel che fece l’Autor della natura,

Esser non potrà mai cosa cattiva;

Perché dunque una figlia onesta e pura

Deesi lodar, se de’ capei si priva?

Questo provien dalla soverchia cura

Onde la donna al non plus ultra arriva.

Tanto e tanto i capei fur coltivati,

Che Dio per umiltà li vuol troncati.

Da un bello spirto replicarmi ascolto :

Se una buona ragione fosse questa,

Perché le donne si lisciano il volto,

Si avrebbe a tante da tagliar la testa?

Va fuor di chiesa ad ischerzare, o stolto;

Questa non è proposizione onesta.

Piuttosto in ginocchion prega il Signore

Che lor voglia cambiar la testa e il cuore.

Tanto che fatte abbian queste parole,

Disse quell’orazione il confessore

Che tagliati i capegli dir si suole,

Dando lode di tutto a Dio Signore.

L’abbadessa col velo or coprir vuole

Della vergine il capo, e farle onore;

E un versetto in latino a dir si sente,

Ch’io traduco in volgar sommariamente.

Cinga il tuo crine la modestia santa,

La sobrietà, la continenza; il velo

Della virtude che il tuo core ammanta,

Accresca in te di penitenza il zelo.

Redenta già l’anima tua si vanta

Dal sangue sparso dal Signor del Cielo;

E nella carne che curar non degni,

Di mortificazion riporti i segni.

Risponderà la vergine velata:

O Signor, mia fortezza e mia salute,

Nel della battaglia superata

Difendesti il mio capo in tua virtute.

Deh non lasciar quest’alma abbandonata

Dei peccatori nelle mani astute;

E a tai detti conforme, offre al Signore

Una lunga orazione il confessore.

Poi la novizia nuovamente asperge

E le monache tutte e i circostanti

Coll’acqua santa, che dall’alma asterge

I peccati veniali. Oh sovra a quanti

Quell’acqua benedetta invan disperge!

Pochi sono i contriti, e i rei son tanti.

Via mettetevi, donne, in ginocchione:

il confessor la benedizïone.

Indi passa all’altare, e genuflesso

L’inno Te Deum divotamente intuona.

Udite, come da più voci espresso

L’Inno fra i canti armonico risuona.

Divozione v’inspiri il canto istesso,

Ché il Te Deum non è mica una canzona.

Poi state attente, o femmine divote,

All’ultima orazion del sacerdote.

Finita è la funzion; la finestrella

Ecco serrata della chiesa interna.

Bacia la sacra sposa ogni sorella,

L’abbraccian tutte in carità fraterna.

Si consolano seco, e lieta anch’ella

In varii sensi l’allegrezza alterna;

Ed il salmo si canta in stil giocondo

Centesimo trentesimo secondo.

Il salmo Ecce quam bonum, che compita

Rende l’opera grata a Dio Signore.

Ecco nel volto ha l’allegria scolpita

Sua Eccellenza Giovanni, il genitore

Della sposa novella, e la compita

Sua genitrice giubbilante ha il cuore:

Ché di tai genitori ignobil vanto

Sarebbe in questo la doglia e il pianto.

In parlatorio a prendere licenza

Da lor venite, se vi pare e piace;

Indi fatta alla sposa riverenza,

Andarvene potete in santa pace,

Pregando Dio che colla sua clemenza

Renda il bel nodo stabile e tenace;

Che nell’anno avvenir, se vivi siamo,

La di lei Profession veder possiamo.

 

 


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