Carlo Goldoni
Componimenti poetici

POESIE IN LINGUA E IN DIALETTO DEL PERIODO VENEZIANO (1748 - 1762)

LA PUBBLICA CONFESSIONE Ottave recitate nell’Accademia degli Arcadi in Roma nell’anno 1759.

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LA PUBBLICA CONFESSIONE

Ottave recitate nell’Accademia degli Arcadi in Roma nell’anno 1759.

 

Ecco dinnanzi all’Arcade consesso,

Dove albergan le Muse e il biondo Apollo,

Polisseno Fegejo. Un reo confesso

Ecco, Pastori, colla corda al collo.

Compilate, o ministri, il mio processo,

Scrivasi la sentenza in protocollo:

Pubblico le mie colpe, e reo qual sono,

Da voi spero pietà, se non perdono.

Scelto ho il tempo di pace, in cui festeggia

Arcadia vostra il Redentor Bambino:

fia che grazia vanamente io chieggia

In sì bel giorno al popolo latino.

Di colte laudi santamente echeggia

Quest’albergo diletto al Re divino,

E il dolce plettro e la soave lira

Rossor mi desta, e tenerezza inspira.

Varie son le mie colpe; ad una ad una

Dirle tutte non basta un mese, un anno:

Ne sceglierò fra le più gravi alcuna,

Le dirò senza scusa, e senza inganno.

Non farò già, come suol far taluna,

Che per scemarsi la vergogna o il danno

Suol la scusa appoggiar d’aver fallito

Alle figlie, alle serve, od al marito.

Ecco il primo mio fallo: incolto, abbietto,

Senza merito alcun, senz’alcun pregio,

Rapir tentai (e ne sortii l’effetto)

Sulle rive d’Alfea287 d’Arcade il fregio.

Indi il mio nome a pubblicar costretto,

Questo eccelso vantai titolo egregio;

Ed oh pur troppo, per mio scorno e pena,

Dei fogli miei l’Europa tutta è piena.

Quel che dopo di ciò m’aggrava e pesa,

È l’abbandono della diva Astrea,

Sol per seguir la perigliosa impresa

Di scoprir, di sferzar la gente rea.

La Musa, è ver, di giusto zelo accesa,

Contro il vizio comun parlar solea,

Ma talor, per disgrazia, il rio demonio

Ravvisare facea Tizio o Sempronio.

Rimorso alcun per colpa tal non sento,

E pur reo mi dichiara il popol folto:

Io, che il pubblico stimo, e lo pavento,

Pace non ho, se non mi veggio assolto.

Vaglia il credito vostro a far che spento

Sia il van sospetto a’ danni miei rivolto.

Dite a ognuno di lor: Se siete in mostra,

Non è colpa di lui; la colpa è vostra.

Facilmente sin qui, Pastori, il vedo,

Ragion vi sprona ad accordarmi il dono;

Ma una colpa maggiore, ahi lo ,

Non mi lusinga meritar perdono.

Or che in riva del Tebro albergo e siedo,

Dove han le Muse, e la virtude ha il trono,

Dove d’ogni saper le vie son piene,

Ebb’io l’ardir di moderar le Scene.

Scorta, è vero, mi fu la seduttrice

Fama che l’opre mia Roma non sprezza;

Ma lusingarsi ed abusar non lice

Di tal bontade a tollerarmi avvezza.

Anche un fosco vapor sulla pendice,

In distanza, da noi talor si apprezza,

Ma se l’occhio s’inoltra e si avvicina,

Scopre l’inganno, ed il vapor declina.

D’un’altra colpa io mi fo reo, Pastori:

Avido son di gloria, e lo confesso;

Per usurpar non meritati onori,

Di faticar, di meditar non cesso;

Le dame, i cavalier, prenci e signori

Soglio sovente importunar dappresso.

Vile non son, di domandar non uso,

Ma le grazie e i favori io non ricuso.

E non voglio tacer quest’altra colpa,

Se colpa è il zel di migliorar sua sorte;

Finor succhiai del mio cervel la polpa,

Non vorrei l’ossa rosicchiare in morte.

Il profano mestier taluno incolpa,

Se chiuse io trovo al mio pregar le porte;

Ridon le genti alle mie spalle, e intanto

Finir io temo i giorni miei col pianto.

Miraste mai di giovinetta il volto

Tinto di rose, e di bei gigli adorno?

Come ogni sguardo ad ammirarla è volto,

Come a lei stanno i pastorei d’intorno?

Ma il bel fior dell’età se a lei vien tolto,

Sceman gli ammirator di giorno in giorno.

Dicesi a gloria sua: Costei fu bella,

Ma nel cuor dei pastor non è più quella.

Esser mi aspetto, nell’età canuta,

Più d’una vecchia disperato ancora:

Se chi farlo potrebbe or non m’aiuta,

Quai tristi giorni ho d’aspettarmi allora?

Se in quest’etade il mio destin non muta,

Meglio è finire, e ch’onorato io mora:

Rassegnarsi al destino, è ver, conviene;

Ma campare vorrei, e campar bene.

Ah conosco l’error: L’audace stile

Forse i giudici miei commove, irrita.

Grazia, grazia, perdon vi chieggio umile,

Se fuor del campo è la mia Musa uscita.

Talora avvien che lo scherzar gentile

Gli ascoltatori al dolce plauso invita,

Ma lo vedo, lo so, per mia disgrazia,

Che vo’ fare il grazioso, e non ci ho grazia.

Confessate ho le colpe; il cuore in petto

Tremarmi io sento pel giudizio incerto;

Posso molto sperar dal vostro affetto,

Tutto deggio temer dal mio demerto.

L’occhio volgete a quel sublime oggetto,

Che alla pietade ha l’ampio calle aperto;

Il pio Clemente, che felice or regna,

A perdonare e a compatire insegna.

Così degno foss’io di sua clemenza,

Che sperare potrei miglior destino;

Ma per fatal poetica influenza,

Vissi cantando, e ho da morir meschino.

Pronunciate, o Pastor, la mia sentenza:

La sospiro, l’attendo a capo chino:

Ah, se miro d’ognun ridente il volto,

Viva, dirò, son dalle colpe assolto.

 

 





p. -
287 Fu in Pisa, dove l’Autore fu aggregato agli Arcadi.



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