Carlo Goldoni
Componimenti poetici

POESIE IN LINGUA E IN DIALETTO DEL PERIODO VENEZIANO (1748 - 1762)

AL MOLTO REVERENDO PADRE VIRGINIO ZANETTI CARMELITANO VICE–PRIORE DEL CONVENTO DEI CARMINI DI VINEZIA CAPITOLO

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AL MOLTO REVERENDO PADRE VIRGINIO ZANETTI CARMELITANO

VICEPRIORE DEL CONVENTO DEI CARMINI DI VINEZIA

CAPITOLO

 

Povero me! che professione è questa!

Padre Virginio mio, son disperato,

Non so dove mi sia, non ho più testa.

So che gli uomini tutti in ogni stato

Trovan che dir contro la lor fortuna,

E che ciascun per travagliare è nato;

Ma io, per verità, scelsi quell’una,

Fra tante strade a1 galantuomo aperte,

Che poco grano e molta paglia aduna.

Chi viene in casa mia mira coperte

Le tavole, i scaffali, e infin le sedie

D’ordinazioni che mi sono offerte.

Chi vuoi drammi da me, chi vuoi commedie,

Chi un capitolo chiede, e chi un sonetto,

Per far che il mondo a spese mie s’attedie.

Non si fa un matrimonio benedetto,

Non si veste una santa religiosa,

Ch’io non mi vegga a verseggiar costretto.

Quando fisa la mente ho in una cosa,

Vien l’altra, ed ho a lasciar quella per questa,

E ciascuna di loro è premurosa.

Vien l’impressario a farmi la richiesta

D’un dramma musical; prendo l’impegno,

E il mio cervello a immaginar si appresta.

Ecco il comico arriva, e mostra sdegno

Perch’io posponga la commedia al drama;

Io la commedia terminar m’impegno.

Pongomi a verseggiar: manda una dama

A dirmi che fa monaca la figlia,

Che qualcosa di mio da lei si brama.

Il dovere mi sprona e mi consiglia;

Presto, presto si canti, e si dia lode

Alla vergine saggia e alla famiglia.

Prendo in mano la penna, e venir s’ode

Un che dice: Non sai che si marita

Un’illustre donzella a un giovin prode?

L’eccelso nodo a verseggiar t’invita;

Lascia, lascia ogni studio in abbandono,

Accorda il plettro, ed i migliori imita.

Ahi! che soverchio imbarazzato io sono;

Di buon core per tutti io m’affatico,

Ma poi col presto non si accorda il buono,

Padre, non dico già che sia un intrico

Quel che per grazia vostra mi recate,

Che lo sapete, se vi sono amico.

Ma se da questi giorni vi pensate

Ch’io donare vi possa una giornata,

Giuro per sant’Elia che v’ingannate.

La vostra commission vien decorata

Da illustri nomi di due sposi egregi

Ch’hanno la fama, si può dir, stancata.

So le glorie del sangue, e noti i pregi

Della sposa mi sono e del consorte,

Che accrescer può di sua prosapia i fregi.

A Parma intesi ragionare in Corte

Di lui sovente, di grazioso aspetto,

D’occhio vivace, e d’alma grande e forte.

E nel nobile, e colto, e ben diretto

Modanese collegio il giovin prode

Facea pompa di senno e d’intelletto.

E se volessi mendicar la lode

Dell’antico lignaggio ond’egli è nato,

Ciò basterebbe per formare un’ ode;

Ma guai a me se colla cetra allato,

Pindaro seguitando e il buon Chiabrera,

Uscir volessi dal mio stile usato:

Qualche Musa eloquente, e un po’ ciarliera,

Che schiccherando suol sedere a scranna,

Mi porrebbe d’intorno la versiera.

O trista gente che l’onore appanna,

Compatisco la rabbia, e vi perdono:

Nol meritate, e per voi dico osanna.

Padre, potrete dir che un cieco io sono,

Di quei che a principiar duran fatica

E vi stuccano poi col canto e ’l suono.

Dico, ma non so ben quel che mi dica,

Segno evidente che vorrei dir bene,

Ma l’argomento mi sgomenta e intrica.

Qui non si tratta di accozzar le scene,

O impasticciar le fanfaluche a iosa

Di cui le carte per tant’anni ho piene.

Deesi parlar d’una sublime sposa

Del principesco sangue Lambertini,

D’animo grande e per virtù famosa;

E del picciolo Reno ai bei confini

Parlasi di Lucrezia con rispetto,

E nell’alma città dei collarini.

E basta dir, che con parziale affetto

Questa illustre nipote amata in vita

Fu dal decimoquarto Benedetto.

Ella il gran zio nelle virtudi imita,

Per quanto lice a giovane donzella

Che dal mondo non fugge, e si marita.

La Chiesa il nodo Sacramento appella,

E in santa pace collo sposo allato

L’anima pura non sarà men bella.

E il Santo Padre, dal mortal passato

All’eterno trionfo, in Ciel presiede

Alla gloria ed al ben del suo casato.

Né di ricchezze fortunata erede

Pensa di voler far la sua famiglia,

Ma di belle virtù, d’amor, di fede.

E i due nipoti con allegre ciglia

(L’uno sul Tebro, e l’altro sulla Dora)

L’immortale Pastor guida e consiglia.

E Roma lieta scorgerasssi allora

Che mirerà don Cesarino un giorno

Col cappel rosso e col Triregno ancora.

Ma volai troppo in alto, e se non torno,

Caro padre Virginio, ad abbassarmi,

Voi ne avete la colpa, ed io lo scorno.

Provai lo stile sublimar dei carmi,

Ma la mia Musa all’umil suono avvezza,

Bieco mi guarda, e non consente aitarmi.

Ogni stile può aver la sua bellezza:

Piace talun nell’imitare il Berni,

Che seguendo il Petrarca si disprezza.

Ma io ne’ miei componimenti alterni

Or parlando del volgo, or degli eroi,

Non ho stil che mi regga e mi governi.

Scrivo comica scena, e balzo poi

In ottave, in canzoni, in madrigali,

Ma come! Santo Dio, ditelo voi.

Tanti vari argomenti, ed ineguali,

Mi confondon la mente e l’intelletto,

Ch’uomini non si danno universali.

Però da voi rimproverarmi aspetto

Che basse rime alla grand’opra impiego;

Padre, se conoscete il mio difetto,

Dispensatemi dunque, io ve ne priego.

 

 


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