Carlo Goldoni
Componimenti poetici

L’OMBRA DI TITO LIVIO

LE TRE SORELLE   STANZE A SUA ECCELLENZA IL SIG. ANDREA QUERINI SENATORE AMPLISSIMO, IN OCCASIONE DELLE FELICISSIME NOZZE FRA SUA ECCELLENZA LA SIG. PISANA QUERINI DI LUI DEGNISSIMA FIGLIA, E SUA ECCELLENZA IL SIG. AGOSTINO GARZONI.

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LE TRE SORELLE

 

STANZE

A SUA ECCELLENZA IL SIG. ANDREA QUERINI

SENATORE AMPLISSIMO, IN OCCASIONE DELLE

FELICISSIME NOZZE FRA SUA ECCELLENZA LA SIG.

PISANA QUERINI DI LUI DEGNISSIMA FIGLIA,

E SUA ECCELLENZA IL SIG. AGOSTINO GARZONI.

 

Voglia ebbi sempre d’essere poeta,

Ma io stesso non so quel ch’i mi sia,

Poich’è sentenza madornale e vieta

Ch’altro son versi, ed altro è poesia.

Tullio a’ Vati dicea: stella o pianeta

Furor infonde, o ramo di pazzia.

A me par di pazzia non esser senza,

Ma non so s’i ne abbia a sufficienza.

N’avrò soverchia, ma non già di quella

Che vuolsi al grado di cantor sublime;

Ché sapea misurare anche il Gonnella

Sette ed undici piedi, e accozzar rime.

Escir convien dalla comun favella,

Volar di Pindo fra le occulte cime,

E di trar l’immagine o ’l mistero

Che il falso adombri e non asconda il vero.

Pur d’avere mi sembra un cervellaccio

A inventar pronto, a immaginar fecondo;

E son tant’anni ch’al mestier m’avaccio,

Che ho di me pieno e di mie fole il mondo!

E se tutte non passan per lo staccio

Le frasi mie, d’altre dovizie abbondo;

E più che coglier di farina il fiore,

Piacerai trarne l’utile sapore.

E’ mi sovvien che voi, signor gentile,

Di lettre protettore e letterati,

Della stirpe famosa signorile

De’ Quirini togati e porporati;

Mi sovvien, dissi, che de lo mio stile

Voi non badaste a’ difettuzzi usati,

Ma di cor mi diceste più fiate :

Tu immagini, tu pensi, tu se’ vate.

E chi meglio di voi può dirlo, e meglio

Altrui render del vero, e me sicuro?

Voi in ogni classe di scïenza speglio,

Che succhiaste de’ buoni il latte puro?

Dormo anch’io spesso, e anch’io talor mi sveglio,

E delirii miei sogni unqua non furo:

Ché chi, desto, del ver rintraccia l’orme,

Non figura chimere allor che dorme.

Con quel disio che a poetar mi sprona,

E con quel che da voi mi vien coraggio,

Signor, ver l’amenissimo Elicona

Tenta l’ingegno mio novel vïaggio.

Tessere di mia man rosea corona

Vo’ di Venere e Bacco al figliuol saggio:

Ché se mai lode meritossi ,

Or va tronfio il garzon su queste arene.

Della tenera vostra amabil figlia

Almo soggetto a mille vati è il nodo,

E può il bel volto, e le soavi ciglia,

A mille offrir d’immortalarsi il modo:

E l’avito splendor di sua famiglia,

E quanto Fama di lei sparger odo,

Può stancar penne celebrate e conte,

A bever use d’Aganippe al fonte.

Ma a lei qual pro, quale a me onore aspetto,

Se quel dirò, che diran cento e cento?

Facciale chi ha servil basso intelletto,

Ché a miglior opra trasportarmi io sento.

Ho un paio d’ali, e sormontare il tetto

Agevol posso per le vie del vento;

O con magiche note trar poss’io

Qua il monte e il fonte e le camene e il Dio.

Olà, per lo poter dell’acque stigie

Per Minos, Radamanto e ’l can tricerbero,

E di Medusa per l’orrenda effigie

Che i cuori impietra al micidial riverbero,

Scendete, o Muse, obbedïenti e ligie

Con cetre d’auro, e non di pruno o d’erbero.

Ecco, al tremendo, orribile scongiuro

Convertito in Parnaso il mio abituro.

Piena la stanza ho di giocondi aspetti.

Oh qual nova dolcezza al cor mi piove!

Sento rinvigorir membra ed affetti,

Atto mi sento a inusitate prove.

Ma qual vegg’io moltiplicar gli oggetti?

Tre donzelle ravviso oltre le Nove.

Chi sien desse saper disio mi sprona;

Clio mi guata, sorride, e tal ragiona:

Vedi, cantor, se de le Muse il coro

T’ama più che non credi, e se duopera

Per averci propizie al tuo lavoro

Tesifone invocar, Cloto, o Megera.

Nosco per lo tuo ben guidiam costoro

Perché al canto ti dian nuova matera.

Troppo le genti omai di noi svogliate,

Sdegnan soffrir le cantafere usate.

Noi siam talor da rio destin costrette

Prestar le rime a chi d’alloro in vece

Merta l’ortica, ed in un fascio mette

Oro, ferro, letame, e musco, e pece.

E la face d’Amore, e le saette,

Cui cantano a sghimbescio più di diece,

Che ai cigni un tempo imbalsamar le bocche,

Ora sono a’ nostri filastrocche.

A dir tu senti d’ogni sposa: è bella;

E a caso il dice adulatore, o mente.

V’è chi esalta l’amor di tal donzella

Che abborrisce lo sposo o amor non sente;

Chi virtù mille raffigura in quella

Che ave il cuor duro, e cento grilli in mente;

Ond’avvien che per tai laudi bastarde

Siamo noi dette garrule e bugiarde.

Però se mai col favor nostro usato

Dal vulgo escisti de’ cantor meschini,

Specchiati in quelle, ch’a noi vedi allato,

Maestre di talenti peregrini.

Mirale in volto, e vedrai divïato

A che ognuna di lor tenda ed inchini:

L’una è la Poesia celeste e pura,

Musica è l’altra, e quella è la Pittura.

Ecco, come de’ vati a noi più cari

Destansi in mente le novelle idee,

Sviluppando i pensier confusi e vari

Fra le immagini colte e le plebee.

Chi eroi brama cantar sublimi e chiari,

Chi le colpe sferzar d’anime ree,

Volgasi a noi pria di versar lo ’nchiostro:

L’alto poter dell’ideare è nostro.

Noi ti rechiam l’immagine Felice

Delle Tre liberali alme Sorelle,

E argomento da lor sperar ti lice

Onde salgano i sposi oltre le stelle.

Pinga gli aviti eroi l’alma pittrice,

E dei viventi Poesia favelle;

Musica, ch’è dei cuor soave incanto,

D’Imeneo narri e di Cupido il vanto.

Esse stian teco; a noi partir conviene.

Guai se alcun sappia che noi siam quaggiuso:

Gl’importuni pur troppo all’Ippocrene

S’affollan spesso, ed è il sentier lor chiuso.

L’invidia, che il livor nosco mantiene,

Scaricarci potria novel sopruso.

Taci; non lo narrar... Fermati, Clio.

Muse, Muse, partite? Addio, addio.

O dive, o voi, che di restar degnate,

Sul morbido soffà deh v’assidete,

E ’l mio fosco talento illuminate,

Voi che ’l poter d’irradïarmi avete.

Vi darei di buon core il cioccolate,

Ma a nettare migliore use sarete.

Parli alcuna di voi, parli a chi tocca,

Ch’io sul ceremonial non apro bocca.

Move il labbro Pittura, e in dolce suono

Par che sen dolga Poesia repente,

Suore, dicendo, prima nata io sono,

Nel seno infusa del primier parente.

Musica sorge a domandar perdono

Alle suore gentili umilemente,

Dicendo: Pria di voi sott’altro velo

Fui tra le sfere e i cardini del Cielo.

Donne, lo so che di sentir vi piace

Fra dee l’esempio di femminea gara;

Ma non usan però lingua mordace,

Né lor macera il sen l’invidia amara.

Virtù le move, e chi è di lor seguace.

A gareggiar nelle bell’arti impara.

Siate gelose pur, donne gentili,

Ma sian le gelosie saggie, e non vili.

Musica e Poesia, malgrado al dritto

Di natura e del tempo, il loco han cesso

Alla colta Pittura; e a lo mio scritto

Dona ella prima lo favor promesso.

Ampia tela dispiega, e ’l grande, invitto

Eroe mi mostra del roman consesso,

Il porporato Angiol Maria Quirini,

Caro ai Veneti un tempo ed ai Latini.

Questi, dicea, prima d’ognun ti mostro

Della sposa fra gli avi illustri e chiari,

Questi che fu l’onor del secol nostro,

Che non ebbe in talento e in virtù pari.

Liberal d’oro, e di purgato inchiostro,

Per la , per la greggia e per gli altari

Vendicator delle dottrine offese,

De’ dotti amico, e protettor cortese.

Vedi gl’innumerabili volumi,

Ampio tesoro di sua man versato:

Riti, leggi, consigli, arti e costumi

Tratta, modera e illustra il porporato.

A Brescia volgi, colà pinta, i lumi,

Mira il gran tempio dal Quirini alzato:

La Maddalena, che il bel quadro onora,

Dai fedeli ’n Berlin per lui si adora.

Cambiar veggo issofatto il grande obbietto,

E nuova tela comparirmi innanti:

D’un Pier Garzoni il venerando aspetto

La diva ostenta, e ne dipinge i vanti.

Mira, dice, l’eroe, le glorie eletto

Della Patria a illustrar fra tanti e tanti,

Onde sorpassa ogni scrittor laudato

Col dir sincero e con lo stil purgato.

Ei la grand’opra a meditare apprese

Fra ’l consesso de’ Padri ove fu ascritto,

E al pubblico del pari util si rese

Quanto provvido disse e quanto ha scritto.

All’illustre prosapia ond’ei discese

Accrebbe gloria il cittadino invitto;

E se fregio da lui la Storia prende,

Eguale onor tra’ fasti suoi gli rende.

Vanne, poeta, e co’ due quadri onora

Delle nozze sublimi i beati.

Altre a iosa potrei pingerti ancora

Immagini d’eroi dei duo casati;

Ma i due primi fra lor bastin per ora

Scelti fra i memorandi oltrepassati,

E di quei che nel mondo ancor son vivi

Parli la Poesia: tu ascolta, e scrivi.

O mia speranza, o mia diletta amica,

Di natura e del Ciel propizio dono,

Candida Poesia, vergin pudica

Di cui senza malizia acceso io sono,

Risveglia in me l’agil possanza antica

Onde ai canti d’Amor fui desto e prono:

D’Amor, m’intendo, ch’è fratel d’Imene,

Ch’io fui sempre, lo sai, figliuol dabbene.

E se talvolta di natura frale

Cedetti agli urti, e le virtù fur guaste,

Osservai la prudenza e la morale,

Governandomi caute, se non caste.

Trar dall’opere mie più ben che male

Ponno le non ignocche anime caste,

E posso dir, s’io pur cadei nel laccio,

«Fa quel che dico, se non quel ch’io faccio».

Ma di che parlo a penetrante diva

Che mi legge nel cor? Su via, ragiona,

Produttrice de’ carmi, e fa ch’io scriva

Col purissimonchiostro d’Elicona.

Mostrami degli eroi l’immagin viva,

Che agli sposi novei forman corona.

Ah, mi guardi ridente, e movi il labbro!

Tu sei la mente, ed io dell’opra il fabbro.

Giusta cominci dall’eroe felice,

Padre e signor della Quirina prole,

Cui dell’opre d’onor Virtù nutrice

Immortal rende: che le tracce sole

Segue di quel che giova, e quel che lice,

E del prisco sentiero escir non suole,

Da dignità procuratoria ornato,

Della patria decoro, e del senato.

O di padre sublime eccelsi figli,

Triplice onore dell’adriaco impero,

Cari alla patria per virtù e consigli,

Del giusto amici, ed amator del vero:

Illustre Polo, che in valor somigli

Ai prischi zelator del Tebro altero,

Tu nei più gravi e più scabrosi impegni

Giustizia onori, e la costanza insegni.

E tu, che il fren qual dittator reggesti

Delle armate falangi, e due fiate

Renderti caro ai Patavin sapesti

Colle fervide tue gesta onorate,

D’eterni allori al tuo valor contesti

Le tempia avrai dalla tua patria ornate:

Ché risuona dell’Adria intorno al lido

Di Girolamo saggio il nome e il grido.

Ma qual destami in sen rispetto e amore

D’Andrea l’eccelso venerabil nome?

Dell’amabile sposa al genitore

Quai tesser valgo giuste laudi, e come?

Ei d’alta mente e impareggiabil cuore,

Ha col fren di virtù le passion dome,

E di amica Sofia col vital latte

Nutre se stesso. e ogni tristezza abbatte.

Bel vederlo passar dal seggio augusto,

Dal consesso de’ Padri al patrio tetto,

Raccolto e sol nel bel recinto angusto,

Pascer l’alma fra i libri, e l’intelletto.

Quant’egli è al tribunal clemente e giusto,

Tanto è del buon conoscitor perfetto;

E più le sue virtuti orna ed abbella

Libero core e libera favella.

O degno di gentil saggia consorte,

Qual gli diedero i dei compagna e amica!

Elena colta, generosa e forte,

D’eccelsa schiatta Moceniga antica,

Che del docile sen chiuse ha le porte

A insano orgoglio, d’ambizion nemica,

Degna sposa felice, e degna madre

D’almo garzon, che di tre figli è padre.

Questi è l’egregio amabile Giovanni,

Che sulle tracce de’ parenti suoi,

Nella bella stagion de’ suoi vent’anni

Va pel cammin de’ gloriosi eroi.

Giunto de’ savi agli onorati scanni,

Qual non reca speranza al padre e a noi?

Speranza è tal che rivedrassi un giorno

Pomposo andar de’ primi fregi adorno.

Simile oh quanto è alle virtù preclare

Dell’invitto german la suora anch’ella!

Fra le adriache donzelle adorne e chiare,

Saggia tanto e gentil quant’essa è bella.

Modestia e cortesia, che in essa appare,

Al più felice alto destin l’appella:

E sposa è già d’un che d’averla è degno,

Per dovizie, per sangue, e per ingegno.

Ma non consente Poesia ch’io parle

Dello sposo per or. Musica aspetta;

E paventa la suora ingiuria farle,

Poiché la terza è alla degnopra eletta.

Anche l’arti son donne, ed irritarle

Guai a chi tenta: pronta è la vendetta.

I più lo sanno, ed io fo testimonio

Che donna irata è peggio del Demonio.

Quel che da Poesia sperar mi lice,

E il poter dir col suo favore usato

L’alte virtù del genitor felice

Dell’illustre Garzoni almo casato,

Tralcio fecondo d’immortal radice,

Fra i venerandi senator locato,

Che dell’antica nobiltate avita

Sostien la gloria, e i primi Padri imita.

O fortunata, invidïabil figlia,

Che all’albergo di pace Amor ti scorta:

Vanne pur lieta con allegre ciglia,

Ch’ivi amor regna, e la discordia è morta.

Dalla pavida ancor bocca vermiglia

Esca il tenero che altrui conforta.

Già tace Poesia, già mi abbandona;

Musica mi conforta, e tal ragiona:

Segui tu pur, segui lo stile istesso,

Sentomi dir da melodia soave,

Che i medesimi carmi è usar permesso

Al canto mio armonioso e grave.

«L’armi pietose e il capitano» hai spesso

Cantar udito in nerborute ottave,

E fra cantici udito avrai sonori:

«Le donne, i cavalier, l’armi e gli amori».

Quella i’ non son che ti faceva i denti

Digrignar spesso e bestemmiar Vulcano

Per l’indiscrezïon di certe genti

Virtuose dette dal popolo insano,

Che ti faceano dieci volte o venti

Storpiare i versi e comparir baggiano,

Dando a me colpa l’anfibio animale

D’essere incontentabile, bestiale.

E non è ver, che in servitute indegna

Io costringa cader la suora oppressa;

Chi è maestro da ver, musica insegna

Trar da ogni metro, e dalla prosa istessa;

Ma L’impostura e l’ignoranza regna,

E la ragione è badïale, espressa:

Che se ’l poeta musica non crea,

Il mastro di cappella non ha idea.

Non intendo di far d’ogni erba fascio;

Sai di chi parlo, e ravvisar potrai

Chi squaderna biscrome a catafascio;

E i primai li conosci, ed i sezzai.

A malincuore strapazzar mi lascio;

Me medesma talor non ravvisai;

Ma buon per me, che fra sì rie vicende

Avvi chi lo smarrito onor mi rende.

O d’armonico spirto illustre albergo,

O valoroso Bastian beato

Che per me lasci ogni piacere a tergo,

Ed a te appien di possedermi è dato:

Tu puoi franco vestir lorica e usbergo

Contro lo stuol che mi trafigge ingrato,

L’impostore scoprendo, e i grossi falli,

E i ladri, e le bertuccie, e i pappagalli.

Questi (a dir segue) che m’onora, e onoro,

È Mocenigo generoso, umano,

Eletto a sostener l’almo decoro

Dell’augusta sua patria al regno ispano.

Quel che pronubo ordio l’alto lavoro,

E a fin condusse l’imeneo sovrano

Dell’egregia nipote, i di cui vanti

È tempo ormai che tu risvegli, e canti.

Canta la bella, – valentia d’Amore,

Che punse il core – di gentil donzella.

Canta d’Imene  – il fulgido splendore,

Che in terra viene  – da felice stella.

Canta il bel volto –  da cui vien l’ardore

Che il foco accende  –  all’agili quadrella,

Onde fu colto – il nobile garzone,

E grazie rende – a chi di lui dispone.

Ma la bellezza – de’ suoi pregi è il meno,

Ché più del seno – la virtù s’apprezza.

E tal sa porre – a basse voglie il freno,

Che d’onor corre – alla sublime altezza.

Nell’età nostra – che in valor vien meno,

Mira costei – nel fior di giovanezza

Far lieta mostra – di saper profondo,

Cara agli dei – quant’è felice al mondo.

Lo sposo adorno – che le siede al fianco,

D’attender stanco – il sospirato giorno,

Volgendo il ciglio – al fresco volto e bianco,

Si fa vermiglio – e mille fiamme ha intorno.

Amor lo rendevigoroso e franco,

E del dilettoguidalo al soggiorno.

Imene accende – la purpurea face,

E scopre il letto, – e si nasconde, e tace.

Venere, scendi – ad infiorar le piume,

E col tuo lume – le due salme accendi:

Fa ch’ei giocondo  – adattisi al costume,

E il sen fecondo – della sposa rendi.

Venere sorta – dalle algose spume,

Che i caldi voti – dal tuo cerchio intendi.

Adria conforta – e al genitor concedi

Figli e nipoti – e fortunati eredi.

Tace la diva, e si contorce, e sviene,

In pensieri d’amor confusa, involta;

Che dacché un la smaliziar le scene,

L’innocente non è ch’era una volta.

Ma irradiato vapore a involger viene

Le tre sorelle in larga nube e folta;

Dileguansi da me, non so dir come.

Oh maraviglia da arricciar le chiome!

Ecco, signor, sia visïone, o sogno,

O poetica immagine felice,

Or che mostrarvi il mio rispetto agogno,

Eccovi il testimon che offrir mi lice;

E dell’opera mia non mi vergogno,

Poiché il proverbio veterano dice:

Chi fa quello che può, fa quel che deve.

La man vi bacio, e mi licenzio in breve.

 

 


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