Carlo Goldoni
Componimenti poetici

L’OMBRA DI TITO LIVIO

IN OCCASIONE DE’ FELICISSIMI SPONSALI FRA SUA ECCELLENZA IL SIGNOR PIETRO BONFADINI E SUA ECCELLENZA LA SIGNORA CO. ORSETTA GIOVANELLI   Capitolo a Sua Eccellenza il signor Giovanni Bonfadini senatore prestantiss. e fratello dello sposo.

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IN OCCASIONE DE’ FELICISSIMI SPONSALI FRA SUA ECCELLENZA

IL SIGNOR PIETRO BONFADINI

E SUA ECCELLENZA LA SIGNORA CO. ORSETTA GIOVANELLI

 

Capitolo a Sua Eccellenza il signor Giovanni Bonfadini

senatore prestantiss. e fratello dello sposo.

 

O come vola la caduca etade!

Parmi, Eccellenza, in ver, parmi l’altr’ieri,

Ch’io la vidi di Chioggia alle contrade,

Allor che ’l prode, il fior de’ cavalieri,

Il suo gran genitor resse il domìno

D’Adria, colà, sedici mesi interi481.

Era Vostra Eccellenza ancor bambino,

Ed io folta la barba aveva al mento,

E ciò vuol dir che alla vecchiezza inclino.

Ma, sien grazie agli dei, ancor mi sento

Forte di membra e stabile di mente,

E a dispetto degli anni ho il cuor contento.

Il lungo faticar, suol dir la gente,

Logora la persona e lo intelletto;

Ma a me non sembra di patir nïente.

Anzi son le fatiche il mio diletto,

E lo fur sempre, e mi faceva onore

Ne’ miei verdanni a faticar costretto.

I’ fui del Zabottin coadiutore,

Allor che a Chioggia l’Eccellenza Vostra

Era col padre suo, saggio rettore;

E so ch’i’ allor di volontà fea mostra

D’apprendere un mestier dei più spinosi,

E dei più colti della patria nostra;

E in brevissimo tempo a far m’esposi

Quel ch’altri forse non avrebber fatto

Dopo aver sulle panche i panni rosi.

Ma quinci e quindi dal destin fui tratto,

E natura mi spinse a comicarte,

A cui, mi parve riescir più adatto.

Unqua però dal mio pensier non parte

Quel caro tempo ch’i’ passai con seco,

Di ricca mensa e ricchi doni a parte;

E ancor mi vanto, ed a mia gloria reco,

La conquistata protezion cortese

D’una famigliabenigna meco.

Tosto, signor, che pubblicar s’intese

Del fratel suo l’impareggiabil nodo,

Desio di fare il dover mio m’accese;

Ma mi manca il valore, il tempo e ’l modo

dir tutto poss’io quel ch’i’ vorrei,

spiegar quanto mi compiaccio e godo.

A voce ho fatto il mio dover con Lei,

Colla madre e lo sposo e coi parenti,

E fur tratti dal cor gli accenti miei.

So, a mio rossor, che aspettano le genti,

Sapendo ch’io di servo Loro ho il vanto,

Che m’ingegni far forza a’ miei talenti;

Ma tanto immaginai per nozze, e tanto,

Che la sterile e tarda fantasia

Nega nuova materia a lo mio canto.

Or sovviemmi che un , per cortesia,

Ella mi feo veder l’appartamento

In cui la sposa riposar dovria.

Piacquemi fuor di modo l’argomento

Da Andrea Pastò482 per adornar la volta,

Pinto con arte e magistral talento.

Vidi Fecondità nel mezzo accolta

Da Salute, Concordia ed Allegrezza,

E Gioventude in lieti panni avvolta;

E alla mia testa, a meditare avvezza

Sulle immagini vere e naturali,

Parve un tal pensamento una bellezza.

Qual simbolo miglior per gli sponsali

Oltre fecondità trovar si puote,

Frutto delle dolcezze coniugali?

Valoroso Pastò, di cui son note

Le bell’opre dipinte in tela e in muro,

Or somma laude la tua man riscuote,

Poiché col tuo pennel franco e securo

Non mostri sol l’abilità pittrice,

Ma un ben sapesti presagir futuro.

O amabile gentil sposa felice,

Alzate gli occhi della stanza al letto.

Mirate degli eroi la produttrice;

E badate il pittor maliziosetto

Come fa che la dea l’impegno tolga

D’esser il nume tutelar del letto.

Deh non fia mai che il vostro labbro sciolga

Contro il precetto, per timore, i voti,

Né il vostro sen di fecondar si dolga.

L’Adria aspetta da voi figli e nepoti,

Gloria ed onor del veneto paese,

Ricchi delle paterne inclite doti.

Da quell’ardor che la vostralma accese

Del Dolfin sangue483 e Bonfadin, s’aspetta

Eletta prole a memorande imprese.

Per render poi fecondità perfetta,

E vederne l’effetto al mese nono,

Mirate del pittor l’util ricetta.

Pria di Salute è necessario il dono:

Ché di donna infermiccia e mal composta

Atte a produr le viscere non sono.

Voi mostrate all’aspetto esser disposta,

Quand’uopo fosse, a rinnovare il mondo

Rendendo al sposo la mancante costa.

Il fresco volto, amabile, giocondo,

Gli occhi vivaci, e ’l bel color vermiglio,

Son chiari segni di seno fecondo.

Ed incontrando con allegro ciglio

Il nuovo stato a cui vi scorta il Cielo,

Voi darete la vita a più d’un figlio.

Deh vi piaccia soffrir da lo mio zelo,

Che sana sempre vi desia qual siete,

L’util consiglio di chi bianco ha il pelo.

Il lieto mondo e i beni suoi godete

E i suoi piaceri moderatamente,

Se la cara salute in pregio avete.

Aprite gli occhi su la stolta gente

Che si affatica ad acquistar dei mali

Per viver poscia miserabilmente.

Oggi son quasi resi universali

Disordini, stravizzi o nottolate,

Tutto l’anno durando i carnovali;

E le donne, più frali e dilicate,

Volendo quello far che gli uomin fanno,

Sul fior degli anni caggiono infermate,

E ne risenton le famiglie il danno,

Che non han prole, e in medici e ricette

Spendon mezza l’entrata in capo all’anno.

Tanto s’ha da goder quanto permette

La virtù, la prudenza, il buon costume.

Né a repentaglio sanità si mette.

Ma voi avete di ragione il lume,

E i migliori consigli il saggio sposo

Saprà ben darvi fra le calde piume.

Non sia a’ suoi cenni il vostro cuor ritroso,

Ché alla fecondità Concordia serve,

Come vien mostro dal pennel famoso.

Son compagne le donne, e non son serve:

Ma guai se avesser le consorti altere

Sovra ai mariti a comandar proterve.

Pure ai nostri più d’una mogliere,

Sul teatro del mondo, la commedia

Della Moglie in calzon vi fa vedere.

Pare a taluna che un morir d’inedia

Sia l’andar sempre collo sposo al fianco,

E di seguire il suo voler s’attedia.

Quindi il marito di corregger stanco

E di gettar le sue querele ai venti,

Va a seder ancor ei su un altro banco.

Bella felicità due cuor contenti!

Bella grazia di Dio concordia e pace!

Bell’onor degli sposi e dei parenti!

Felice voi, cui l’armonia sol piace!

Felice voi, che d’onestate avete

E di santi pensier il cor ferace!

Ed oltre la bontà, che in sen chiudete,

Del caro sposo nella genitrice

D’ogni bella virtù lo specchio avrete !

Ella il consorte suo reso ha felice,

E n’ebbe in cambio riverenza e amore,

E fu Concordia dell’amor nutrice.

Toltole dalla Parca il suo signore,

Tributa ancora a sua memoria il pianto,

E vivo il serba dolcemente in cuore.

Voi scelta foste dall’eterno e santo

Voler de’ numi a rallegrar le mura,

Finor coperte di lugubre ammanto;

Ché morte, sempre inesorabil dura,

Rapì Francesco, il valoroso, il pio,

Per comun della patria alta sventura.

E il popol mesto lagrimar s’udio,

E l’eccelso Senato, e ’l vasto impero

Cui sull’acque piantò perpetuo Iddio.

Oh come lieta rivedere i’ spero,

Vostra mercé, la nobile famiglia,

L’avo risorto dall’amabil Piero!

Ite all’altare con allegre ciglia,

Ché la miglior fecondità felice

Di cuor contento e d’Allegrezza è figlia.

Ogni onesto piacer sperar vi lice

Da uno sposo gentil, cortese e grato,

Che da voi sola il suo conforto elice.

Agi avrete ed onori in nobil stato,

E una suocera madre e non matrigna,

E un generoso tenero cognato.

Tanto nel petto di Giovanni alligna

Amor fraterno, che al minor germano

Cede le grazie della dea ciprigna;

E tant’è invaso dal piacer sovrano

Di rimirarvi al di lui sangue unita,

Ch’altro piacer tenta rapirlo in vano.

Deh vi serbino i dei lunghi anni in vita,

giunga mai tristo pensier molesto

La vostra a minorar gioia infinita.

Tenera Gioventù del dolce innesto

Favorisce gli effetti, e un giovin seno

Agevolmente a fecondare è presto;

Ed il bel volto, amabile e sereno,

L’occhio vivace ed il robusto aspetto

Non tarda madre vi dimostra appieno.

Ite, sposa felice, al nobil tetto,

In cui non si risparmia oro e fatica

Per renderlo di voi degno ricetto.

Itene pur, ché la Fortuna amica

V’offre dolce riposo e lieta pace;

Ite giuliva, e ’l Ciel vi benedica.

Signor, finora col pensier loquace

Alla sposa parlai, ma non mi ascolta,

Ché fra i Lari paterni ancor sen giace.

Piacciavi d’innestar nella Raccolta

De’ miglior vati i rozzi carmi miei,

Tratti dal bel della dipinta volta;

Che ad altri forse pon servire, e a Lei,

Per commento all’idea del buon pittore,

Che il pennel tinse di colori ascrei.

Molto più dir vorrei per farvi onore

In lieto e avventuroso tanto;

Ma il di più, che non dico, i’ chiudo in core.

Rispettoso disio supplisca al canto.

 

 





p. -
481 Il fu eccellentissimo signor Francesco Bonfadini fu podestà di Chiozza, come dissi nell’altro componimento per le stesse nozze.



482 Giovane pittor veneziano, che ha sommo talento e moltissima abilità in ogni genere di pittura, ma specialmente nei piccioli quadri istoriati, e tratti dalla natura, alla maniera del Longhi in Venezia, del Greuze in Francia, che è tratta dal gusto fiammingo.



483 Alludesi alla nobil signora Andriana Dolfin, madre dello sposo.



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