Carlo Goldoni
Componimenti poetici

L’OMBRA DI TITO LIVIO

LA MUSA INDOVINA   CAPITOLO

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LA MUSA INDOVINA

 

CAPITOLO

 

Si signor, sì signor, v’ho già capito.

Versi volete? Vi farò dei versi.

Chi vi manda da me sarà servito.

Già lo sapete, che finora apersi

Facilmente la porta a tanti e tanti,

vo’ che alcuno abbia di me a dolersi.

Ma se volete che qualcosa io canti,

Che non sia de comuni, è necessario

Della sposa ch’io sappia i pregi e i vanti.

L’argomento sogl’io, per ordinario,

Adattar, lo sapete, alle persone,

E con ciò facilmente invento e vario:

Che chi alla cieca a poetar si espone,

Cento volte dirà la cosa istessa,

E la laude diventa adulazione.

Tosto ch’io veggo una Raccolta impressa,

Corro attento a mirar se dir si possa:

Quella Donzella che han dipinto, è dessa.

Ma il volume talor s’empie e s’ingrossa

Di belle poesie fritte e rifritte

Per ogni figlia al monister promossa.

Tutte sono del par sublimi, invitte.

Odonsi sempre collo stile usato

Padri piangenti e genitrici afflitte.

Hanno tutte ferite il manco lato

Dallo strale celeste, e ognor si vede

Fremere, disperarsi il dio bendato.

E la laude comun cotanto eccede,

Tanto saggie son tutte, e ricche, e belle,

Che anche al merito ver più non si crede.

Hanno tutte le donne e le donzelle

Il suo bello, il suo buono, e il suo difetto,

confonder si deon queste con quelle.

Io non dico, che s’abbia in un sonetto

O in qualch’altro maggior componimento

Dir quel bene, o quel mal, che non va detto.

Ma chi ha mente feconda e buon talento

Deve individuar della persona

Quel che in essa preval fra cento e cento.

Dunque se deggio anch’io tesser corona

Di giuste laudi a questa santa e pia

Vergine, che nel chiostro or s’imprigiona,

Per poter risvegliar la fantasia,

E parlare di lei con fondamento,

Le sue vere virtù saper vorria.

Bianca al secolo ha nome a dir io sento,

chiamerassi Maria Elisabetta

Quando l’albergo suo sarà il convento.

Oh di poeti legge benedetta,

Non mi dite di più? Dunque sta mane

È la mia Musa a indovinar costretta?

Si, sì, talor so che le menti umane,

Coll’aiuto de’ segni e di figure,

Possono le cose arcane.

E nelle sacre bibliche scritture

Talor dal nome interpretar s’udio

Le virtù dei soggetti e le avventure.

Nella Sacra Scrittura ho letto anch’io

Ch’Elisabetta nell’ebrea favella

Voglia spiegar del Giuramento il Dio.

Onde la santa valorosa ancella,

Che ha la Fede col cuore a Dio giurata,

Elisabetta vuol chiamarsi anch’ella.

Leggesi (e chi nol sa?) nella Vulgata,

Ch’è la più vera scrittural versione,

Maria significar donna Esaltata.

Dunque facendo anch’io l’applicazione

Dei due nomi sublimi scritturali,

Così formo la mia divinazione:

Questa vergine saggia è fra i mortali

Quella che, più d’ogn’altra a Dio diletta,

I santi voti manterrà claustrali:

Povertà vera, e castità perfetta,

E obbedienza, e monacale usanza

Qual ad ancella del Signor s’aspetta;

E, quanto ogni altra nella fede avanza,

Tanto più si nasconde e si assicura

Dalle insidie del mondo in erma stanza.

Promette a Dio la sua costanza, e giura,

E Dio promette al suo celeste impero

Trarla, qual nacque, immacolata e pura.

Oh sublime del Ciel sacro mistero!

Oh provvidenza, che le fosche  menti

Sovente innalza a penetrar nel vero!

O voi che udite i miei vulgari accenti,

Non son io che favella, è il divin lume

Che move il labbro ad annunziar portenti.

A caso no, ma per voler del Nume,

Elisabetta sentesi nomata

Bianca gentil di candido costume.

Amico, e che vi par? L’ho io trovata?

Quel che ho detto di lei può dirsi mai

Che sia cosa per altre immaginata?

Argomento più certo io non trovai:

E in difetto di lumi e cognizioni,

Or l’astrologo ho fatto, e indovinai.

E non dite che sien vane allusioni

Ai nomi ed ai cognomi accidentali.

Son poetici voli belli e buoni;

Poiché sulle ragion fondamentali

Della Sacra Scrittura e dei Dottori,

I miei carmi son veri, e dottrinali;

E dopo che ho fatt’io tanti lavori

Per vestiari di monache o professe,

Son coll’astrologia saltato fuori.

Forse non piacerò; ma Dio volesse

Che provassero almen, siccom’io provo,

Certi tali a non dir le cose istesse.

Che se immagin felici ognor non trovo,

Dir posso almeno, e comprovar col fatto:

Mi affatico a cercare un pensier novo.

Quando conosco, le invenzioni adatto;

Ma questa volta mi credei davvero,

A forza di pensar, diventar matto.

E quasi ho maledetto il mio mestiero;

Ma mi sono al Signor raccomandato:

Nel caos profondo ho ripescato il vero,

E mi pare d’averlo indovinato.

 

 

 


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