Carlo Goldoni
Componimenti poetici

L’OMBRA DI TITO LIVIO

PER LE FELICISSLME NOZZE DELL’ECCELLENZE LORO IL NOBILUOMO AGOSTINO BARBARIGO, E LA NOBILDONNA CONTARINA LIPPOMANO   CAPITOLO A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR NICOLÒ BARBARICO SAVIO DEL CONSIGLIO, FRATELLO DELL’ECC.mo SPOSO

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PER LE FELICISSLME NOZZE DELL’ECCELLENZE LORO

IL NOBILUOMO AGOSTINO BARBARIGO,

E LA NOBILDONNA CONTARINA LIPPOMANO

 

CAPITOLO

A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR NICOLÒ BARBARICO

SAVIO DEL CONSIGLIO, FRATELLO DELL’ECC.mo SPOSO

 

Possibile, signor, che in di nozze

Agio i’ non abbia di parlar con lei

Senza che sianmi le parole mozze,

E che venghino anch’oggi, a quattro, a sei,

A occupar la sua mente i memoriali,

Le suppliche, gli uffici, i piagnistei?

Tempo fu, ch’i potea fra’ commensali,

O a liete veglie, ragionar con seco,

E a parte farla de’ miei beni e mali;

E mi sovvien che generosa meco

Ella fu sempre di consigli e doni,

Quand’era il destin mio torbido e bieco.

Or l’antico desio par che mi sproni

Seco, Eccellenza, a ragionar per poco,

E a pregarla che soffra i miei sermoni.

Opportuno mi sembra il tempo e ’l loco,

E, se lascianla in pace i gravi affari,

Quella bontà, ch’è suo costume, invoco.

Pria di tutto, signore, ai sacri altari

Innalzo i voti, e all’imeneo festoso

Prego i numi non sian di grazie avari;

L’illustre Agostin, l’amabil sposo,

Doni all’eccelsa nobile famiglia

Degno degli avi successor famoso.

Bella del Lippomano inclita figlia,

Gloria dell’Adria, e del bel sesso onore,

Che in virtù somma ai genitor somiglia,

Fra i domestici lari e pace e amore

Rechi al dolce consorte ed ai germani,

Qual reca fregio il suo natio splendore.

E s’io non vaglio agl’imenei sovrani

L’umil cetra accordar, miei voti almeno

Non sian discari ai Barbarighi umani:

Che dal labbro non sol, ma più dal seno

M’escon sinceri, e di cent’altri e cento,

Spero che i voti miei non vaglian meno.

Dio volesse che lo mio talento

Fosse in sì chiaro pari al desio,

Che ’l mio dire ornerei d’alto concento.

Ma quanto vaglio, e come posso, anch’io,

Prima che lungi dalla Patria i’ vada,

Vengo a fare, Eccellenza, il dover mio.

Di Francia in breve ho da calcar la strada:

Lusinghiero destin m’invita e chiama,

E priego il Ciel che lo mio meglio accada.

Non mi sprona al partir volubil brama,

Non lo scarso favor del mio ,

’Ve la parte miglior mi soffre ed ama.

Quello dirò che ad incontrar m’accese

Lo straniero novel dubbioso impegno,

E ’l cor disvelo a un protettor cortese.

Tre lustri or son che dal mio scarso ingegno

Vo spremendo il midollo, e, quanto lice

A me sperar, giunsi dell’opra al segno.

Ma non dura Fortuna ognor felice,

E temer posso di colei gli oltraggi,

Ed all’imo cader dalla pendice.

Nuove terre calcando, e nuovi saggi

Di costumi prendendo, può la mente

Trar miglior frutti da novei vïaggi,

E un tornando alla diletta gente

D’Italia mia, che or di me forse è stanca,

Esser rancido meno e men spiacente.

Un altro sprone al desir mio non manca

Di correre la lancia in un cimento

Fra l’acclamata nazïone franca.

E non temo di dir che al cor mi sento

Quello stimol d’onor che degno fora

Del più felice italïan talento.

E ai lidi andrei della nascente aurora

Per ottener quell’onorato fregio,

Quella fronda immortal che i vati onora.

Deh mi donin gli dei tal forza e pregio

Che, s’io non giungo a meritar le lodi,

Scorno i’ non abbia sulla Senna e sfregio.

Altri i geni saranno, e gli usi, e i modi,

Ma natura per tutto è ognor la stessa:

V’han per tutto virtuti, e vizi, e frodi.

E se grazia dal Ciel mi fia concessa

D’onorata mercede, i cari amici

Ne saran lieti, e la mia patria anch’essa.

Non v’ha dubbio, signor, che i felici

Mi facciano scordar del mio dovere

Fra le vaste lusinghe adulatrici.

Alle venete scene, a mio potere,

Manterrò la mia fede, allor che piaccia

A chi puote volerlo, o non volere.

D’ingrato sempre e mancator la taccia

Calsemi d’isfuggir, né alcun contratto

(Sallo ciascun) la mia persona allaccia.

Adempier posso, e mantenere il patto

In Francia, in Spagna, e fin nell’Indie ancora,

Quand’io la spesa a sofferir m’adatto.

E da Vostra Eccellenza, che mi onora

Protettor, mecenate, in faccia al mondo

L’assalito onor mio difesa implora.

Posso, ovunque men vada, andar giocondo,

Se un tanto illustre cavalier si degna

Scioglier il labbro in mio favor secondo:

Un cavalier, che glorïosa insegna

Veste di padre della patria invitto,

Ed al pubblico ben veglia, e s’impegna.

Né pel timor d’ingiuste voci afflitto,

Trarrò, vostra mercé, d’Italia il piede,

Dell’Alpi Cozzie per l’aspro tragitto.

E, se grazia ai miei voti il Ciel concede,

Dopo un doppio del sol compiuto giro

Spero sull’Adria rinovar mia fede.

Questo è l’unico ben cui lieto aspiro:

Se la Parca non tronca i giorni miei,

Qui dove nacqui, di morir sospiro.

E me tre volte fortunato, e sei,

Se in soave riposo i felici

Posso sperar di rigoder con Lei!

E co’ que’ saggi suoi diletti amici,

Che per bontà de’ loro cuor divini

Me degno fan di generosi auspici,

O Valier, o Falier, Balbi, Quirini,

O Zorzi, o Barbarigo, o Beregani,

O talenti sublimi, e peregrini,

O miei cortesi protettori umani,

Cui rivedere mi lusingo un giorno,

cesserò di rispettar lontani!

Celere faran essi il mio ritorno,

E accelerare lo potrà quel dono

Di cui m’ha il Prence per clemenza adorno.

Vostra Eccellenza, che presiede al trono

Delle pubbliche grazie, intende appieno

Qual sia l’alto favor di cui ragiono.

Parlo dell’ampio privilegio, e pieno,

Che a me l’Opere mie stampar concede,

E alla licenza de’ librai pon freno.

Calmi forse di ciò più ch’altri crede;

Più in opra tal, che in altro ben confido,

E da ciò spero ai sudor miei mercede.

Né per esser lontan dal patrio lido

Trascurerò la mia diletta impresa,

Che può in vecchiezza assicurarmi il nido,

E dal pensier d’eternitate accesa,

La quietalma sottrar dai studi usati,

Al fin dei giorni a prepararsi intesa.

Tanti, per vero dir, nomi ho segnati

Sul mio libro finor, che tosto io spero

Compiere i mille ch’avea desïati.

E pel novel lunghissimo sentiero,

Per cui deggio passar, gettando gli ami,

Farò di pescator l’util mestiero.

Ora dica chi può, ch’io solo brami

Vagabondo girar per piani e monti,

E la mia patria e il mio miglior non ami.

Vedran forse le genti, al fin dei conti,

Che male il tempo non avrò impiegato,

L’acqua traendo da diverse fonti.

Ah, Signor, lo confesso, i m’ho abusato

Di sua dolce bontà. Perdon le chiedo

S’io in sì bel giorno l’importun son stato.

Gl’illustri sposi ritornar già vedo

Lieti dal tempio. O eccelsa coppia, e degna,

Che ha di mille virtù dote e corredo!

O vergin saggia, che alle spose insegna

Caute serbar fra il coniugale affetto

Bontà, rispetto e d’umiltà l’insegna.

Donne, del nostro cuor gioia e diletto,

Dio, che vi trasse dalla viril costa,

Per render l’uomo in suo poter perfetto,

Sdegna mirar che sovra l’uom sia posta

La femminile autorità usurpata,

Che dal voler del Creator si scosta.

Mirate lei dal nobil sangue nata,

Sangue famoso nell’etate antica,

Ch’ha di gloria la patria ognor fregiata;

Mirate lei d’ogni virtude amica,

Come il cuor dona, ed il voler soggetta

Al suo sposo e signor, saggia e pudica,

La fraterna armonia, l’union perfetta,

Fra l’esemplari Barbarighe mura

Da Provvidenza a mantenere eletta.

D’esta famiglia, che ognor ebbe in cura

L’antichissimo onor serbar degli avi,

E or piucché  mai di meritar procura,

Niccolò siede fra le prime e gravi

Dignità della patria, assiso al trono

Fra grandi, eccelsi, venerabil savi.

All’illustre Agostin, costante e prono

Per la via della gloria, assai vicino

Veggio del grado senatorio il dono.

E seguendo lo stesso arduo cammino

I minori fratei, mancar non puote

A chi ha merito eguale, egual destino.

All’Adria eccelsa, ed all’Europa note

Le genti furo Barbarighe ognora,

Venerabili al mondo e al Ciel divote.

E si rammenta, e si rispetta ancora

Di Marco e d’Agostin, dogi preclari,

L’alta memoria, e il nome lor si onora

E le terre son piene, e pieni i mari

Di glorïose, memorande imprese

De’ Barbarighi valorosi e chiari.

Ah qual ardire, ah qual furor m’accese?

Parlai, signor, senza mirarla in faccia,

Ma veggio ahimè che ’l mio parlar s’intese

Quel silenzio modesto è una minaccia

Che m’impone tacer. Direi pur tanto!

Ma vuol ragione e il mio dover ch’io taccia.

La sua rara bontà fu il dolce incanto

Che mi feo trattener più che non lice;

Poiché da Lei di congedarmi ho il vanto,

Partirò più contento, e più felice.

 

 


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