Carlo Goldoni
Componimenti poetici

L’OMBRA DI TITO LIVIO

IN OCCASIONE CHE VESTE L’ABITO DI S. FRANCESCO NEL MONISTERO DI SANTA CHIARA DI PADOVA LA SIGNORA ELENA ZANON   CAPITOLO AL SIG. PROSPERO CARAMANI SPEZIALE

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IN OCCASIONE CHE VESTE L’ABITO DI S. FRANCESCO

NEL MONISTERO DI SANTA CHIARA DI PADOVA

LA SIGNORA ELENA ZANON

 

CAPITOLO

AL SIG. PROSPERO CARAMANI SPEZIALE

 

Signor PROSPERO mio, vi parlo schietto;

Tutto il giorno mi struggo al tavolino

E venite voi pur per un sonetto?

Sembra cosa da nulla un sonettino,

E pure il peso a me rassembra tale

Come il carico pesa ad un facchino.

Se non foste un degnissimo speziale,

Che più dell’interesse ama l’amico,

Direi lo fate acciò mi venga un male.

Son quattordici versi, anch’io lo dico;

Non è la quantità, ma l’argomento

E l’intenzion che mettemi in intrico.

Io che di novità vago mi sento,

Dover sempre ridir la stessa cosa,

Per monache, o per nozze, è il mio tormento.

È ver che quella santa religiosa

Figlia è di padre tal che mi vuol bene,

E dirvi un no la Musa mia non osa.

Anzi, a mia confusione, or mi sovviene

Ch’ei per altri mi chiese, un , i miei carmi,

Ed io mal corrisposi alla sua spene.

E questa occasïon saria di farmi

Degno del suo perdono, e il suo bel cuore

E l’amicizia sua riacquistarmi.

Onde, per dirla, reputo un favore

Chiesta mi abbiate una composizione,

Ma per fare un sonetto io non ho cuore.

Molto meno una lirica canzone,

Un’oda, un’elegia, ch’io non mi glorio

Star coi vati sublimi al paragone.

Quelle son cose per il conte Florio543

Che Italia nostra e i nostri tempi onora,

Che ha della dolce poesia l’emporio.

Ei, che il nobile vate ama ed onora,

Avrà carmi da lui sublimi, e degni

Di questa figlia, che il suo Cristo adora.

Sfugge la Musa mia dagli alti impegni:

La mia lira, il mio plettro è il colascione;

E del facile stil non passo i segni.

E se talvolta in simile funzione

Invitato a cantar mi feci onore,

N’ebbe il merto lo scherzo, e l’invenzione.

Ma stanco d’inaffiar col mio sudore

L’arbore che fruttava in quel giardino,

Consumate ho le frondi, e il frutto, e il fiore.

Mi è rimasto del tronco un fuscellino,

Che per ultima scorta avea serbato,

E di spremerne il succo destino.

E in avvenire, se verrò cercato

Ad inventar in argomento eguale,

L’arbore mostrerò bello e seccato.

Paragono la chiostra monacale,

Prospero mio, di semplici a un giardino,

Ch’è la vigna miglior dello speziale.

In quelle mura il santo Amor divino

È il giardinier che le celesti piante

Custodisce, e coltiva al lor destino.

Erbe dentro salutari e sante

Si veggono fiorir, che han la virtute

Di risanare infermità cotante.

Pien d’aconito è il Mondo, e di cicute;

Sono i farmachi suoi dell’arte inganno

Che la morte ci reca, e non salute.

Chi oppresso ha il sen d’orgoglïoso affanno,

Colga nel chiostro d’umiltate il fiore,

Della superbia a medicare il danno.

Chi d’avarizia macerato ha il cuore,

Trova di povertà, fra quelle soglie,

La bella pianta d’ogni ben maggiore.

Chi è circondato dalle triste voglie

Della scorretta umanità infelice,

Ecco di castità le sante foglie.

Se dell’invidia forsennata ultrice

Punger sentite crudelmente il seno,

Quivi d’amor fraterno è la radice.

Se della gola il perfido veleno

V’accende il cor, dell’astinenza il seme

Alle sordide brame impone il freno.

Chi d’ira acceso si distrugge e freme,

Di santa pace e carità fraterna

Vegga le piante a germogliare insieme.

E chi dall’ozio e dall’accidia eterna

Oppresso vive, se al giardin s’accosta,

Sentirassi cambiar la noia interna.

Ecco, mirate, al bel giardin si accosta

Vergine saggia, che nel proprio seno

Ogni bel fiore è a coltivar disposta.

Elena, trapiantata in quel terreno,

Arbor diventa dalla grazia eletto

A estirpar dalla terra ogni veleno.

Piena di santo amor la lingua e il petto,

Sarà di lutti medica pietosa

Coi dolci accenti e coll’umile aspetto.

Questa sarà la pianta prodigiosa

Che saprà col consiglio e coll’esempio

Guarir la piaga in ogni seno ascosa.

Farmaco per guarire il cuor di un empio

Ippocrate ci mostraGaleno,

Né d’Esculapio si ritrova al tempio.

Quanti mali nel mondo avria di meno

L’uomo a patir, se i cinque sentimenti

Colla sana ragion ponesse a freno!

E la farmacopea medicamenti

Quanti men spacceria, se i cristïani

Fossero più discreti e continenti!

Gli oppiati, le triache e gli orvietani,

Le confezion, le pillole, i sciroppi

Dar si potriano per minestra ai cani.

E se i vizi dell’uom non fosser troppi,

Tanti empiastri, cerotti e digestivi

Non vi sarian per istroppiare i zoppi.

E voi altri speziai sareste privi

Della fatica di prestare aiuto

Con i farmachi vostri ai corpi vivi.

Se quel vago giardin testé veduto

Fosse luogo per tutti, in mia coscienza,

Se non c’entrassi anch’io, diventi muto.

Ma di vergini sante è residenza.

Chiedo per grazia dalle sacre soglie

Qualche frutto al mio cuor di penitenza.

Elena pia, che in quelle rozze spoglie

Serbate ancora l’animo gentile,

Deh cambiate al mio cuor pensieri e voglie.

In avvenir più mansueto e umile

Soffrirò i pesi della sorte ingrata,

Virtute usando in superar la bile;

E la coscienza d’ogni mal purgata,

Non avrò più d’intorno alcun malanno:

Ecco, la medicina ho ritrovata.

Signor Prospero caro, vostro danno.

 

 





p. -
543 Colto e dottissimo cavaliere, ed eccellente poeta della città di Udine, che è la patria medesima del sig. Antonio Zanon, padre della monaca.



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