Carlo Goldoni
Componimenti poetici

L’OMBRA DI TITO LIVIO

STRAVAGANZA

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STRAVAGANZA

 

Porgete, o donne, al mio sermone orecchio.

È l’Apologo mio di conio antico,

Reso però da nuovo stil men vecchio.

La carne, il mondo e l’infernal nemico

Attendevano al varco una donzella

Nata dell’Adria nel terreno aprico.

Ogni studio adoprando, ogni arte fella,

Bramosi di contar, fra mille prede,

Il cuore avvinto della vergin bella.

Lentamente Cupido il senso fiede,

Dicendole: Nemica di natura,

Odi quello che Dio comanda e chiede.

Nell’atto di formar la donna pura,

Non disse il Creator: Ti ho destinata

A viver casta fra solinghe mura;

Ma dell’uomo compagna i’ t’ho formata,

A solo fine che la specie umana

Rendasi dal tuo sen moltiplicata.

Iddio non ti fe’ già robusta e sana

Acciò t’avessi a seppellir tra i vivi,

O star rinchiusa in ozïosa tana.

Tutti diran che d’obbedir tu schivi,

Timida troppo, a quel divin precetto

Ad Eva imposto, e a chi da lei derivi.

Vedi le spose, che in giocondo aspetto

In pace stansi cogli sposi allato,

Amor nutrendo dolcemente in petto.

Ama, ché il casto amor non è vietato;

Natura il chiede, di cui sei tu parte;

Gradisci un ben che con te stessa è nato.

Appien scoperta la lusinga e l’arte,

Rigida la donzella: Va, risponde,

A tentar chi ti crede in altra parte.

Non mancan donne al secolo feconde.

Monaca voglio farmi a tuo dispetto;

Ogni gloria, ogni ben, cercar vuò altronde.

Nata son per servire al mio diletto;

Ah lo sento nel cor, che a sé mi chiama:

Carne, sei vinta dal divino affetto.

A tai ripulse svergognata e grama

Parte l’audace sensual nemica,

Rientrando il mondo a ritentar sua brama.

Odi, dicendo, o mia diletta amica,

Fai torto col fuggir alla Fortuna

E al prisco onor di tua magione antica.

Sai che dell’ampia veneta laguna,

Sperando dal tuo sen novelli eroi,

A te d’intorno il più bel fior s’aduna.

Non negare alla patria i figli tuoi:

Ella ricchi d’onor fe’ i tuoi maggiori,

Legge vuol che risponda ai doni suoi.

Mira gli antichi ed i novei splendori

Ove nata tu sei: viltà s’appella

Nutrir desio pei solitari orrori.

Inclita figlia, vezzosetta e bella,

Spoglia le , del tuo grado indegne:

Trista non farti nell’angusta cella.

Ecco degli avi le superbe insegne;

Rimira il genitor, che da te aspetta

Onor novello all’opere sue degne.

Dura vita menar vorrai negletta

Entro a cupo recinto, e soffrir mesta

La libertade al cenno altrui soggetta?

Leggi le sacre carte. Saggia e onesta

Ogni stato può farti, e al Ciel puoi gire

Senza quel vel che Religion ti appresta.

Puoi nel mondo patir, se vuoi patire;

Il matrimonio ha le sue croci ancora.

Regolato piacer non s’ha a fuggire.

Interrompe il fellon la Sacra Suora:

Tristo, dicendo, ti conosco appieno,

Ogni via tenti perch’i’ n’esca fuora;

Stolto sei, se lo speri: io stringo al seno

Altro Sposo, altra croce, e il piè non metto

Nel periglioso lubrico terreno.

Temo gli abusi e il secolo scorretto;

Odio le pompe e le ricchezze umane:

Iddio soltanto mi riscalda il petto.

Non usar meco tai malizie vane:

Va, che pur troppo troverai chi ascolte,

Ebbro di gioia, tue lusinghe insane.

Nero di rabbia, e colle luci svolte,

Esce, fremendo, il seduttor mendace,

Zelator empio delle genti stolte.

In sua vece sottentra il mostro audace,

Avido d’alme, regnator d’Averno,

Che abborrisce fra l’uomo e Dio la pace.

Ah vergine, dicendo, ah qual ti scerno

Prossima ad arrischiare il ben dell’alma,

Incontro andando al pentimento eterno!

T’adopri invan per rintracciar la calma:

Or bel ti sembra ciò che un parratti

Legge severa alla tua fragil salma.

Odimi: i’ ti vo’ far migliori patti.

Donna e giovane sei, vaga e gentile,

E sei vezzosa alla favella e agli atti.

Lascia degli anni tuoi fiorir l’aprile,

Dona alla fresca età gioia e diletto;

Offri poscia al rigor l’età senile.

Tepido or temi a divozione il petto,

Temi stancarti nella dura impresa:

Ornati, e godi, in più ridente aspetto.

Risponde allor la verginella accesa:

Con chi credi parlar, Demonio atroce?

A chi pensi la rete aver distesa?

Rapida fassi il segno della croce;

Lucifero sparisce, e si rimpiatta

Oltre al confin della tartarea foce.

Giubila nel suo cuor la sposa intatta,

Or che si vede fra le vie beate

Libera dalla ria triplice schiatta.

Donne gentili, se saper bramate

Ordita per chi sia sì gran fatica,

Nei capoversi il nome ricercate;

Io lascio che l’Acrostico vel dica.

 

 


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