Carlo Goldoni
La pupilla

A SUA ECCELLENZA LA SIGNORA CORNELIA BARBARO GRITTI FRA LE ARCADI PASTORELLE ARISBE TARSENSE

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 A SUA ECCELLENZA

LA SIGNORA

CORNELIA BARBARO GRITTI

FRA LE ARCADI PASTORELLE

ARISBE TARSENSE

 

Io non vi parlerò, gentilissima Arisbe, con quello stile che potrebbe esigere il vostro grado dal mio, ma con quella umile fratellanza che Arcadia nostra ci accorda. Le campagne Tarsensi, che Voi possedete (riportandomi all'antica Geografia), sono molto più vaste delle Fegeje che io possedo, però le rendite sono eguali, consistendo in quattro foglie di alloro per coronarci la fronte. Del prodotto de' beni suoi ciascheduno suol fare gloriosa mostra, e preferire il frutto della propria coltivazione ad ogni altro più fertile e più saporito; quindi è che i Poeti apprezzano i loro carmi, non dirò soltanto sopra quelli degli altri, ma più dell'oro e dell'argento ancora, e con tanta sollecitudine ne fanno mostra, e con tanta ansietà vanno rintracciando persone che amino di sentirli, e diano loro in cambio una buona mercede di applausi e di congratulazioni: Voi per altro, graziosissima Pastorella, che del buon gusto della Poesia ottima siete conoscitrice, e alla cultura dell'arbore nostra contribuite, Voi non ne solete far quella pompa che altri ne fanno, e che a Donna molto più converrebbe. La povera Poesia di ciò a ragione si lagna, poiché potendo in Voi nel nostro secolo gloria trovare, che la pareggi a' secoli oltrepassati, pare non facciate di lei quella stima che merita, e poco grata a' suoi doni, trascuriate di renderla colle opere vostre più rispettata dal Volgo, e più amata dalle persone che la conoscono. Ma lo so io il perché la sfortunata non ha da Voi tutto quel bene ch'ella si merita, e che dall'ingegno vostro le potrebbe esser fatto: Voi avete una corona di preziosi meriti che vi adornano, e che vi rendono per ogni uno di essi degna di ammirazione, e volete a ciascheduno esser grata, e usare discretamente ora dell'uno, ora dell'altro, con che presso di tutti degna rendervi di rispetto, di ammirazione e di aore. Lasciamo il pregio del vostro sangue, che, solo, in chi che sia può ottener poco dal Mondo ; la bellezza della vostra persona e la vivacità dello spirito vostro son que' due pregi che coltivati da Voi con virtuosa discreta moderazione vi hanno incatenato a' piedi i più austeri conoscitori del merito. Il chiarissimo Compastore nostro Comante Egiaetico1, che immortale vi ha resa co' carmi suoi, si pregia tanto delle vostra amicizia, che vi rende degna d'invidia; ma egli non sarà meno invidiato per quella stima che di lui vantate, e nei vostri ragionamenti, e nei dolcissimi carmi vostri di manifestar non cessate. Soffra egli, a dispetto dell'amistà chi ci lega, soffra ch'io mi dichiari del numero di coloro che perciò lo mirano con invidia; ma si consoli però, che il merito suo ha sì bene in Voi le sue radici piantate, che né da me, che sono il più debole, né da cent'altri di me più valorosi emuli suoi, non potrà essere soverchiato. La miglior parte delle nostre conversazioni, valorosa amabile Pastorella, sarà sempre al buon Comante ed alle opere sue consacrata. Un bell'argomento ne porge ora il libro, che di ordine suo vi ho recato. Le Feste di Tersicore, in quattro Poemetti da lui soavemente descritte, mostrano chiaramente di quanto sia capace un ingegno Italiano, ornando delle più belle immagini e della più squisita poesia un argomento triviale, appunto come l'illustre Poeta Inglese ha sublimato un Riccio rapito. Il tempo che mi resta, allor ch'io sono con Voi, gentilissima Arisbe, non l'impiego senza profitto. Il mestiere ch'io faccio, ha bisogno d'aiuti, e le persone di spirito, come Voi siete, mi provvedono alla giornata. Voi siete una perfetta conoscitrice del buono e del cattivo del nostro Secolo, sapete assai bene filosofare sul cuore umano, levar la maschera alle passioni, e rendere buona giustizia all'amore per la Virtù. I scelti libri che Voi leggete, vi pongono in grado di far dei confronti, di coltivare le buone massime e di parlarne con fondamento, ed io che cerco sempre nell'esercizio mio di erudirmi, trovo ne' vostri succosi ragionamenti e l'erudizione e il diletto. La Virtù per se stessa rappresenta agli uomini un'imagine austera, ond'è che dalla maggior parte si sfugge di seguitarla, ma in Voi vestita da tante dolci attrattive, ed in sì bella spoglia rinchiusa, alletta gli animi a rintracciarla, e dolcemente li sforza a tributarle gli omaggi. Voi meritate di essere per tutto ciò riverita ed amata, ma permettete ch'io dica, che legami a Voi strettamente, e assai più, l'amor proprio. Sentirmi da Voi lodato, veder le opere mie da Voi, saggia, virtuosa Donna, approvate, sentirmi dire da una sì preziosa bocca: sei bravo, mi solleva dal basso della disistima che ho di me stesso, e mi lusinga di essere qualche cosa di più. Sarebbe ella codesta un'illusione al mio spirito, prodotta unicamente dalla vostra bontà? No, non lo credo. So che siete nemica dell'adulazione. Crederommi io dunque degno delle vostre lodi? Non posso farlo in buona coscienza. Come dunque conciliare si può il mio demerito colla sincerità delle vostre espressioni? Non altrimenti crederei di poterlo fare, se non che giudicando per ventura introdotta nell'animo vostro una favorevole prevenzione a vantaggio mio, in grazia forse dell'amico nostro Comante, che a Voi mi vuole raccomandato, in grazia dell'Arcadica Fratellanza, e per l'amore della Virtù ch'io coltivo, e che Voi volete animarmi a perfezionare. Qualunque sia la cagione che a mio vantaggio vi muove, conosco il bene che me ne deriva, e ve ne sono, e ve ne sarò sempre grato. Il segno della rispettosa mia gratitudine vi offro, nobilissima Pastorella, un frutto delle mie campagne d'Arcadia. Ei sarà forse men saporito degli altri miei, che avete in pubblico o dalle Scene, o dalle stampe gustati, ma almeno ha il merito delle primizie. Non fu veduto, non fu toccato da altri; Voi siete la prima ad accostarselo al labbro, e in quella guisa che i Numi stessi gradiscono dalle mani dell'innocente pastore le prime immature spiche e gli acerbi pomi, tal Voi gradite il dono di una Commedia escita ora dal torchio, non conosciuta dal Mondo, perché non ancora rappresentata. Io non ardirò prevenirvi ch'ella sia buona, e né tampoco affetterò di dire che sia cattiva. Il giudizio alle opere mie l'attendo dal pubblico, ma a questa da Voi sol tanto l'aspetto. Siccome io non l'ho fatta per commission di nessuno, ma solamente per supplire al numero delle cinquanta in questa Edizione promesse, così può essere non sia in alcun Teatro rappresentata, e fra i giudizi particolari che mi accaderà di sentire, il vostro sarà certamente il primo, e da me il più rispettato. Gentile, amabile Arisbe, come ho principiato la lettera, permettetemi che io la finisca, e colla frase di noi Pastori, tralasciando i titoli che a Voi si denno, faccia noto ad Arcadia nostra, ch'io sono

 

Della saggia vezzosa Ariste

 

L'umile fedel Pastore

Polisseno Fegejo


 





p. -
1 L'Abbate Frugoni poema celeberrimo.



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