Carlo Goldoni
La pupilla

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA   Messer Luca, Panfilo

Precedente

Successivo

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

ATTO PRIMO

 

 

 

SCENA PRIMA

 

Messer Luca, Panfilo.

 

LUCA

Vi è nessun che ci ascolti?

PAN.

No, certissimo.

Siamo soli, parlate.

LUCA

Odimi, Panfilo.

Sai se ti amo qual figlio, e se in te fidomi;

servo mai ebbe padron più docile

Di quel ch'io sono, né padron può esigere

Servo più fido.

PAN.

Sì, onorato veggomi

Dall'amor vostro assai più ch'io non merito.

LUCA

Ora vuò confidarti un duol che l'anima

Tienmi afflitta a tal segno, che se mancami

Pronto rimedio, mi conduco a perdere.

PAN.

Un uomo, come voi...

LUCA

Soggetti gli uomini

Sono a impazzare, e se nol fan da giovani,

Da vecchi il fanno e per lor peggio. Ascoltami.

La mia pupilla, Caterina amabile,

Cresciuta è meco, e la beltade aumentasi

In lei cogli anni, ed ogni giorno veggole

Accrescer grazie alla vezzosa immagine.

L'amai qual padre nell'età più tenera,

Né mi guardai dalle coperte insidie

D'amor, cui diede la pietade il mantice.

Volea tacer, ma il tempo ormai si approssima

Di collocarla. Un tal pensier mi lacera;

Cor non ho di veder da me dividere

Quella che il viver mio sostiene e modera.

Ma d'altra parte come mai difendermi

Posso da cento che costei mi chiedono,

Giovani, ricchi, poderosi e nobili?

Panfilo mio, ti apro il mio cuore: aiutami.

PAN.

Parmi il rimedio al vostro malfacile,

Che poco onor credo di farmi in dirvelo.

Caterina vi piace? e voi sposatela.

LUCA

Ci ho pensato ancor io; ma chi assicurami,

Ch'ella sia paga delle mie canizie?

Giovane è troppo.

PAN.

Siete voi decrepito?

Un uom che tocca appena il cinquantesimo

Anno dell'età sua, vecchio non chiamasi

Ond'abbia il mondo di sue nozze a ridere.

Anzi vi loderanno, che accasandovi

Con giovin vaga, morbidetta e tenera,

I beni vostri ai vostri figli passino,

Non gl'ingrati a saziar congiunti, ed avidi.

LUCA

Ecco un altro pensier che mi sollecita,

Forse quanto l'amor. Sai che di Panfila

Marito fui, ma che fu breve il termine

De' miei contenti, e che morì la misera

Nello sgravarsi del suo primo ed unico

Parto immaturo.

PAN.

Fece maschio o femmina?

LUCA

Nol so, nol seppi mai. Partii per ordine

Del nostro di Milano e in Bergamo

Ero nel della fatal mia perdita.

N'ebbi l'annunzio; a ritornar sollecito

Mi affrettai. Ma a che pro? La madre e il tenero

Parto trovai sotterra, e dalla stolida

Nutrice invano ricavar poterono

Cento parole mie del parto il genere:

Al cugin vostro (mi dicea) chiedetelo;

Poi sorrideva, e mio cugino Ermofilo

Mi consigliava a non cercar d'affliggermi.

Ciò mi fe' creder che di un figlio maschio

Padre stato foss'io, prima di stringerlo

Al sen paterno, già ridotto in cenere.

PAN.

In tempo siete di rifarvi al doppio

Dell'ingiuria di morte. Padron, giurovi,

Non passa un anno che la giovin tumida

Di voi vedete, e vi regala un bambolo.

LUCA

I miei congiunti che diran se prendomi

Questa per moglie, che pupilla affidami

La buona fede del cugino Ermofilo?

PAN.

È figlia sua?

LUCA

Sì, n'ebbe quattro, e in termine

Di due anni tre maschi a morte andarono.

Gli restò questa figlia, e a me più prossimo

Parente suo la consegnò, partitosi

Per Roma, ov'egli ancor finì di vivere.

PAN.

Tanto più, s'egli è morto, a voi sol spettasi

Di lei disporre, ed al suo ben provvedere.

E provvedendo al suo, sicuro e stabile,

Provvedete a voi stesso; e quei che dicono

Diversamente per invidia parlano.

LUCA

Tu dici bene e la ragion più facile

Penetra al cor, se a quel che uno desidera

Si uniforma e si adatta. Un forte ostacolo

Temo nel cor di Caterina. Io bramola,

È ver, quanto può mai bramar un'anima;

Ma a costo di penar, soffrire e fremere,

Non sarà mai ch'io la disgusti un atomo.

PAN.

Dunque soffrir volete in voi medesimo,

Senza tentar, senza parlar?

LUCA

Confidolo

A te per ora.

PAN.

Confidenza inutile.

Se mi potessi trasformare in femmina,

Vi direi: Sì signor, ma ciò è impossibile.

LUCA

Scherzi dal servo mio non mi abbisognano;

I consigli li ho intesi, e mi congratulo

Del tuo giusto pensar. Quel di che pregoti,

Panfilo, è questo, che tu voglia in opera

Porre l'ingegno tuo, perché discoprasi

L'inclinazione del suo cor. Se nubile

Brama restar, che minor mal parrebbemi;

Se vuol marito, e quale ella il desideri.

Se può sperarsi preferito a un giovane

Che può cambiarsi, un uom canuto e stabile.

In somma, pria di avventurarmi ad essere

Disprezzato e deriso, raccomandomi

A te, che mi apri la via certa e facile.

Hai talento che basta, altro non dicoti.

 

 

 


Precedente

Successivo

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA1) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License