Carlo Goldoni
La pupilla

ATTO TERZO

SCENA UNDICESIMA   Nutrice, Panfilo

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SCENA UNDICESIMA

 

Nutrice, Panfilo.

 

NUT.

Dov'è messere?

PAN.

Se ti preme cercalo.

NUT.

Era egli qui, possa pigliarti il fistolo;

Non gli dicesti ancor quel ch'io desidero?

PAN.

Sì, glielo dissi, e ti ha mandata al diavolo.

NUT.

Salmisia, egli è impazzato.

PAN.

Tu se' astrologa.

Allo spedale ve ne son moltissimi

Meno pazzi di lui.

NUT.

Qual cosa strania

Ègli accaduta, onde a impazzare il misero

Siasi condotto?

PAN.

È innamorato fracido.

NUT.

In quell'età? forse non ha chi erediti

La roba sua?

PAN.

L'avrei per compatibile,

Se il facesse per questo. Al mondo è pubblico,

Ch'ei non ha figli.

NUT.

Non ha figli? oh stolido!

Tu non sai quel ch'io so.

PAN.

Che dici?

NUT.

Io dicolo

Con fondamento, che da queste viscere

Il latte uscì, che al parto suo diè il vivere.

PAN.

Ma tosto non morì?

NUT.

Morì i corbezzoli.

Ora ch'è andato il suo cugino in cenere,

Posso parlar.

PAN.

Dimmi: fu maschio, o femmina?

NUT.

A te nol deggio dir. Dirlo riserbomi

A messer Luca, se avrà mente lucida

Per ben capirmi.

PAN.

Ma in ciò solo appagami:

Di' se la prole del padrone ascondesi

In lontano paese.

NUT.

Non mi trappoli.

NUT.

Nulla vuò dir.

PAN.

Prendi uno scudo, e narrami

Qualche cosa in confuso.

NUT.

Oh curiosissimo

Che tu sei! Qua lo scudo.

PAN.

Eccolo, prendilo.

Ma ve', non mi gabbar.

NUT.

Il primo e l'unico

Parto di messer Luca vive ed abita

Nella sua propria casa.

PAN.

Qui?

NUT.

Ciò bastiti.

PAN.

Fammi spender lo scudo...

NUT.

Non si vendono

Mie parole per poco. Altro non dicoti,

Se mi dai cento scudi. Addio, conservati.

 

 

 


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