Carlo Goldoni
Il raggiratore

L’AUTORE A CHI LEGGE

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L’AUTORE A CHI LEGGE

 

Questa è una di quelle Commedie sfortunate in Venezia, che succedendo all’altre che avevano grandemente incontrato, ebbero la disgrazia di decadere. Erasi, innanzi di essa, rappresentata l’Ircana in Zulfa, commedia in seguito della Sposa Persiana, e che si vedrà nel quinto Tomo stampata; e come quella aveva riscosso abbondantissime lodi, così il Raggiratore, che le successe, fu male dal Pubblico ricevuto. Lo stesso accadde al Vecchio bizzarro, nel precedente Tomo stampato, rappresentatosi sulle Scene dopo la felicissima Sposa Persiana suddetta; e similmente in quest’anno 1757, in cui scrivo la Prefazione presente, successe una cosa simile nella Rappresentazione della Donna sola, la quale precipitò, dopo lo strepitoso incontro della terza Commedia Persiana, Ircana in Ispahan intitolata, che si leggerà solamente nel Tomo settimo. Queste tre Commedie, queste tre Sorelle Asiatiche, le quali tanto felicemente hanno recato utile ai Comici, diletto al Pubblico, e decoro al Poeta, hanno potuto discreditare qualunque cosa che a loro immediatamente successe. Vedesi da ciò chiaramente, che il più delle volte l’esito delle Commedie dipende dalla prevenzione del Popolo, dal confronto di un’opera con un’altra opera, anche dell’Autore medesimo, dal desiderio di vedere dopo una cosa creduta buona, un’altra che comparisca migliore, e talvolta da sazietà di lodare, prendendo il biasimo per un bellissimo chiaroscuro della pubblica compiacenza.

Io non dirò, ad onta di quelli che l’hanno slodata, che la presente Commedia sia cosa buona. So che altrove non ebbe la mala sorte medesima, e in Mantova, ed in Milano, mi ricordo averla veduta ricevere con soddisfazione, e replicar con fortuna, e so che in Roma ebbe un incontro grandissimo, e fece la buona sorte di uno di quei Teatri.

Non mi affaticherò a far l’analisi, e molto meno l’apologia di quest’opera, ma avendola io inviata, così manoscritta, molte centinaia di miglia di qua lontano, ad un Cavaliere intendentissimo di tutto quello che può avere di buono e di cattivo il Teatro, mi onorò del suo sincero giudizio con lettera de’ 7 Giugno 1756, di cui vogl’io regalare il Pubblico, per soddisfazione di quelli che hanno il Raggiratore goduto, e per mia giustificazione verso di quelli che lo hanno severamente trattato. Ecco le precise parole dell’eruditissimo Cavaliere:

«A dispetto delle cattive relazioni avute della Commedia del Raggiratore, io confessar devo avermi apportato un gran piacere nel leggerla, e non so comprendere come ella sia caduta a terra, quando sembrami dovesse essere universalmente applaudita. Che cosa mai di male vi si può notare, onde essere disapprovata? Io trovo la Commedia ottimamente condotta con caratteri diversi, e tutti comici, abbenché non tutti nuovi, e questi ben sostenuti sino all’ultimo, senza uscir mai dal proprio confine. Il Povero Superbo, una Moglie Civetta, una Figliuola Innamorata, un Villano che si fa creder Nobile co’ suoi raggiri e colle sue imposture, ed una povera Contadina vestita da Dama, e imbarazzata per il nuovo supposto grado, sono i caratteri della Commedia medesima. Ora non saprei quale opposizione le potesse esser fatta. Forse che si confonda l’azione fra i due principali, il Povero Superbo e il Raggiratore? ma non è vero. Il solo Raggiratore è il Protagonista; questi con le sue imposture si fa credere quel che non è, vive alle altrui spese, e co’ suoi raggiri portasi in vicinanza a prendere Moglie nobile, con buona dote, e gli sarebbe riuscito il disegno, se non lo avesse sconcertato l’arrivo improvviso del di lui Padre, quale fa nascere la peripezia sul principale soggetto, caduto dall’alto di sue speranze mal concepite all’estremo della confusione e della vergogna; e come che mal si adatterebbe ad essa Commedia il titolo del Presontuoso, nel di cui carattere niente succede di nuovo, rimanendo egli nel fine della Commedia lo stesso che è nel principio, così benissimo le conviene quello del Raggiratore, sul quale si ravvolge tutta l’azione, e la catastrofe si conclude. Il suo discoprimento è bellissimo, ma permettetemi ch’io vi dica, che in esso Voi non avete altro merito, se non se quello di averlo saputo bene adattare ad una vostra Commedia, tolto avendolo intieramente dal Glorioso di Monsieur Destouches, e chi volesse criticarlo, converrebbe se la prendesse coll’Autore Francese.

«Per altro io dubito che quante Commedie sarete Voi per iscrivere in prosa, tutte riporteranno un eguale destino; il verso solletica le orecchie in guisa che ha resa languida la prosa, ed intollerabile. Questo è un male, che fatto ve lo avete da Voi medesimo. Ora conviene seguitar la corrente. Può darsi che anche del verso l’universale si stanchi, e Voi ritornerete alla Prosa, in cui non avete alcuno che vi pareggi».

Il Cavaliere che si compiace difendere la mia Commedia non mi risparmia il rimprovero d’aver tolto da altri lo scioglimento; piacemi infinitamente la sincerità, ed io ne sono sì innamorato, che da me medesimo so svelare i miei difetti, e i letterari miei furti. In fatti, nella Commedia che ha per titolo La Donna stravagante, succeduta in scena al Raggiratore, e che sarà stampata nel Tomo sesto, facendo una specie d’apologia al Raggiratore medesimo, dissi in pubblico fin d’allora, che se del fine erano malcontenti, si lamentassero col signore Destouches, da cui mi ero divertito di prenderlo. Quando mi arrogo le cose altrui, lo dico liberamente, ma grazie al Cielo, poche volte mi è accaduto di farlo, e plagiario non sono stato, e non sarò mai. Altro è il rubare, altro è l’imitare.

Una mutazione ho fatta dalla recita alla edizione. In quella il ridicolo era senza la maschera, in questa ho creduto bene adattarlo al personaggio dell’Arlecchino.

 

 

 


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