Carlo Goldoni
Il raggiratore

ATTO PRIMO

SCENA SECONDA

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SCENA SECONDA

 

Il conte, il dottore ed Arlecchino

 

CON. Eccomi, signor Dottore, da voi. Che c’è di nuovo intorno agl’interessi di don Eraclio?

DOTT. Le nuove sono cattive. Perderà il palazzo, io dubito.

CON. Se perde il palazzo, non gli resta altro da perdere.

DOTT. Suo danno; merita peggio la sua condotta. Pare a lui di essere il primo cavaliere d’Europa; crede che la sua testa sia la più brava testa del mondo.

CON. È vero, ma non lo vorrei vedere rovinato sì presto.

DOTT. Vossignoria ha della carità per lui.

CON. Sì, e non poca.

DOTT. Per lui, o per la figliuola?

CON. Ah Dottor malizioso! Ne sapete più d’amor che di legge, per quel ch’io sento.

ARL. Sior Dottor, no ve stè a intrigar in tel me mestier, che mi no m’intrigo in tel vostro.

CON. Taci, Arlecchino, che non si stimano quegli uomini che non sanno fare di tutto.

DOTT. Signore, mi maraviglio di voi... (al Conte)

CON. Caro il mio Dottore, non andate in collera.

DOTT. Io sono un uomo di onore.

CON. Tenete una presa di tabacco.

DOTT. E se vossignoria mi perderà il rispetto, in casa sua non ci verrò più.

CON. Eccovi un zecchino per i vostri passi di ieri.

DOTT. Ora, tornando sul nostro proposito...

ARL. E a mi no se me bada. No voio esser strapazzà in sta maniera.

CON. Anche voi siete in collera?

ARL. Dei passi ghe n’ho fatto anca mi, dei passi.

CON. Passi, parole, buoni uffizi, sì, caro Arlecchino.

ARL. E in sta casa no ghe vegnirò più.

CON. Ho capito. Eccovi mezzo scudo.

ARL. La se comoda col sior Dottor.

CON. Dunque va male la causa di don Eraclio? (al Dottore)

DOTT. I creditori vogliono in pagamento il palazzo.

CON. E don Eraclio dove anderà ad alloggiare?

DOTT. Per la figliuola non mancherà una camera in casa del signor Conte.

ARL. In cas de bisogno, a quella putta ghe posso esebir anca mi un tocco della me camera.

CON. Volete ch’io ve la dica? Senza oltraggiar nessuno, salve le debite proporzioni, siete due capi d’opera.

DOTT. Mi vorreste mettere con colui?

ARL. No ghe vol miga tropp, sala? Con un per de persutti me dottoro anca mi.

DOTT. Orsù, io non ho volontà questa mattina di precipitare.

CON. Bravo, signor Dottore, andate da don Eraclio; dategli la nuova dell’imminente perdita del suo palazzo e fategli la cosa ancora più disperata che non credete.

DOTT. Perché non volete almeno ch’io lo consoli?

CON. Perché verrò io a consolarlo.

DOTT. Vossignoria si farà merito presso di lui, e io non potrò sperar niente.

CON. Se avete da me, che volete sperare da lui?

ARL. El gh’ha un stomego forte el sior Dottor, capace de degerir tutto, se el magnasse anca da quattro.

DOTT.meglio ch’io me ne vada). Signor Conte, la riverisco.

CON. A rivederci da don Eraclio.

DOTT. La prego di venir presto. Non mi lasci combattere con quel capaccio.

CON. Cercate anzi di persuaderlo.

DOTT. Se non vi è pericolo che si persuada! Ha una testa di marmo, e vuol quel che vuole, e crede di saper solo più di quello potrebbono saper dieci. Più tosto che aver che fare con lui, vorrei, cospetto di bacco! aver che fare colla più ostinata donna di questo mondo.

CON. Oh diavolo, che dite mai? Non lo sapete che bestia è la donna ostinata?

DOTT. Lo so, ma vi è il suo rimedio ancora.

CON. Insegnatemelo, caro Dottore.

DOTT. Volentieri. In lege: Si mulier, Codice de obstinationibus, s’insegna così: Si mulier obstinata loquitur, verbera, ac verbera, iterumque verbera. (parte)

 

 

 


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