Carlo Goldoni
Il raggiratore

ATTO PRIMO

SCENA SETTIMA

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SCENA SETTIMA

 

Camera in casa di don Eraclio.

 

Don Eraclio e il dottore

 

DOTT. Si persuada, signor don Eraclio, che la cosa è così.

ERAC. Voi non mi venderete lucciole per lanterne. Di legge ne so ancor io quanto basta.

DOTT. Ella, per quel ch’io sento, mi crede ignorantissimo.

ERAC. Io non dico questo.

DOTT. O un ignorante, o un furbo.

ERAC. Né l’uno, né l’altro.

DOTT. Dunque sarà vero, che la di lei causa è in pericolo.

ERAC. Vi dico che la mia causa non la posso perdere.

DOTT. Favorisca. (Vorrei pur veder di convincerlo, se fosse possibile). (da sé)

ERAC. Ho esaminato bene l’articolo, e so che la causa non la posso perdere.

DOTT. Favorisca. Sa ella di essere debitore di Anselmo Taccagni di duemila scudi di capitale?

ERAC. È verissimo.

DOTT. E di sette anni di frutti al cinque per cento?

ERAC. Non lo nego.

DOTT. Dunque bisognerà soddisfarlo.

ERAC. Ma la causa non la posso perdere.

DOTT. Cospetto del diavolo! vossignoria debitore è certo.

ERAC. Va bene.

DOTT. Ha ella altro modo da pagare un tal debito, oltre la cessione del palazzo di cui si tratta?

ERAC. Lo sapete; io non so dove rivolgermi per pagarlo.

DOTT. Dunque la causa non si potrà sostenere.

ERAC. Ma questa causa non la posso perdere.

DOTT. Se avessi due teste, me ne vorrei tagliar una.

ERAC. Tagliatevi quel che volete; la causa non la posso perdere.

DOTT. Ma mi dica almen la ragione.

ERAC. Siete un bel Dottore, se avete bisogno ch’io vi suggerisca il come, il modo, il perché.

DOTT. Sarò un ignorante. Favorisca d’illuminarmi.

ERAC. In questa sorte di liti non procede il giudice more legalis.

DOTT. More legali, vorrete dire.

ERAC. Ecco qui, voi altri Dottori non sapete altro che stare attaccati alle lettere dell’alfabeto. Un esse di più, un esse meno, vi fa specie; ma non sapete il fondo della ragione.

DOTT. La sentirò volentieri da lei.

ERAC. Da me sentirete di quelle cose che vi faranno stordire. Troverete pochi cavalieri della mia nascita, del mio rango, della mia antichità, che sappiano, come me, di tutto quello che si può sapere.

DOTT. Mi premerebbe saper per ora la di lei nel proposito di questa causa.

ERAC. In materia di cause ne ho difeso più di voi, forse, per carità, per amicizia, per protezione. Il mio nome alla Curia è rispettato e temuto.

DOTT. S’adoperi dunque per sé, come si è adoperato per gli altri.

ERAC. A un cavalier mio pari non è lecito agire per me medesimo, come far saprei per un altro.

DOTT. Illumini me almeno, che sono il di lei procuratore. So il mio mestiere, per grazia del cielo; ma pure imparerò volentieri qualche cosa di più da un cavaliere del di lei talento.

ERAC. Noi abbiamo una causa... Come chiamate voi la causa che abbiamo?

DOTT. Questo è un giudizio di Salviano, intentato da un legittimo creditore ipotecario per intenutare l’effetto obnoxio.

ERAC. Questo obnoxio è un termine da Dottore; non lo capisco.

DOTT. Vuol dire obbligato.

ERAC. Bene dunque; noi abbiamo una causa di Salviano obnoxio.

DOTT. Non confondiamo i termini.

ERAC. Ed io vi dico, che la causa non si può perdere. (alterato)

DOTT. Se non mi dice la ragione, non ne sarò persuaso.

ERAC. La ragione è questa. Salviano non può portar via il palazzo obnoxio di un cavaliere ipotecario, che non ha altro che questo per il decoro della nobile sua famiglia. Né vi può essere, né vi sarà giudiceindiscreto, che dopo venti secoli di nobiltà voglia precipitare una famiglia come la mia, che discende da Eraclio, imperatore di Roma.

DOTT. Eraclio è stato imperatore di Costantinopoli.

ERAC. Questo non serve; ma la causa non si può perdere.

DOTT. Ora che ho inteso la ragione, me ne consolo con lei: vada dal giudice, mostri la discendenza di Eraclio...

ERAC. E gli farò vedere, che i miei antenati erano padroni del Po, dalla fontana Aretusa dov’egli nasce, sino all’Adriatico dove s’inselva.

DOTT. Il Po s’inselva nel mare?

ERAC. Voi non sapete altro che di Salviano.

DOTT. Tutti non possono avere una mente così felice.

ERAC. Dottore, parliamo di cose allegre. Già la causa non si può perdere. Oggi resterete a desinare con noi.

DOTT. Riceverò le sue grazie. (Convien pigliare quel che si può). (da sé)

ERAC. Abbiamo due capponi di Venezia, un allesso e un arrosto, e un pezzo di vitella mongana, e un piatto di ostriche, e due bottiglie esquisite, oltre il solito desinare che avrà ordinato la dama.

DOTT. La signora donna Claudia è ella, per quel che si dice, che bada all’economia della casa.

ERAC. Non si dice, che bada all’economia; queste sono ispezioni di gente bassa. Donna Claudia mia moglie bada allo splendor della casa, non all’economia.

DOTT. E vossignoria illustrissima non s’intrica nelle cose domestiche.

ERAC. I pari miei non hanno l’uso, non hanno il tempo. Altre cose maggiori occupano il mio talento.

DOTT. Per esempio le liti.

ERAC. Sì, anche le liti; ma non questa che abbiamo presentemente. Questa è una lite che non si può perdere.

 

 

 


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