Carlo Goldoni
Il raggiratore

ATTO PRIMO

SCENA OTTAVA

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SCENA OTTAVA

 

Cappalunga e detti.

 

CAPP. Con permissione di vossignoria illustrissima.

ERAC. Che? non c’è nessuno de’ miei servitori?

CAPP. Perdoni; non ho trovato nessuno. Mi sono preso l’ardire.

ERAC. Quelle due corniole che l’altro giorno mi avete venduto, non le stimano niente. Dicono che ho gettato via il mio danaro.

CAPP. Non se n’intendono questi signori. Se vossignoria illustrissima non le avesse conosciute per antiche e buone, non le avrebbe comprate. Io non ne ho cognizione, ma ella che sa, le ha conosciute subito; non vi è nessuno in questa città, che abbia l’intelligenza delle cose antiche, come ha il signor don Eraclio. (al Dottore)

DOTT. Sì, certo. Egli è intelligente di tutto, specialmente poi delle liti.

ERAC. Sì, delle liti, delle antichità, delle cose rare, me ne intendo più di nessuno. E son sicuro che le corniole sono bellissime; e se le mando a Roma, me le pagano a peso d’oro.

DOTT. Se sono corniole antiche, vagliono altro che a peso d’oro!

ERAC. Tacete col vostro Salviano.

CAPP. Signor don Eraclio, ho una bella cosa da fargli vedere.

ERAC. Che cosa avete da farmi vedere?

CAPP. Due quadri di Raffaello.

ERAC. Di quel bravo, di quel celebre Veronese?

CAPP. Non signore, non sono di Paolo Veronese, ma di Raffaello d’Urbino.

ERAC. Voleva dire di quello. Lasciatemeli vedere.

CAPP. Ora subito. (s’accosta alla scena, e chiama un uomo che viene con due quadri)

ERAC. Li conoscerò io, se sono di Raffaello d’Urbino. (al Dottore)

DOTT. Badi bene, che non sieno copie.

ERAC. Volete insegnare a me a conoscere le copie dagli originali?

DOTT. Se mi permette, vado via. Ritornerò a desinare.

ERAC. Trattenetevi un poco; veggiamo questi due quadri.

CAPP. Eccoli, signore: questi sono due gioje.

ERAC. (Li va osservando con attenzione)

DOTT. (Povero sciocco: non sa niente). (da sé)

CAPP. Ha mai veduto i più belli? (a don Eraclio)

ERAC. Aspettate. (cava l’occhiale per vederli meglio)

DOTT. (Più che guarda, meno ne sa). (da sé)

ERAC. È vero, sono di Raffaello da Pesaro.

CAPP. D’Urbino, vuol dire.

ERAC. Da Pesaro a Urbino non ci sono che poche miglia.

DOTT. (Parmi che stia mal di memoria ancora). (da sé)

. Quanto vagliono questi due quadri di Raffaello?

CAPP. Non dica quanto vagliono, che non hanno prezzo. Sono di una vedova, che non sa più che tanto.

ERAC. Si possono aver per poco, dunque?

CAPP. Ma è stata un po’ maliziata, perché dietro alla tela vi ha ritrovato scritto il nome dell’autore, e si è informata, e ha inteso dire che le pitture di Raffaello sono rarissime.

ERAC. Sono rarissime, lo so ancor io. Lasciate vedere. (osserva per di dietro ai quadri) Ecco il nome dell’autore. Non si può negare che non sieno di Raffaello d’Urbino. (al Dottore)

DOTT. Chi se ne intende, non ha da cercare la sicurezza dietro del quadro.

ERAC. Qui non si tratta di Salviano, signor Dottore. Quanto vuole la vedova di questi due quadri di Raffaello d’Urbino? (a Cappalunga)

CAPP. Ella mi ha domandato dieci zecchini l’uno: ma se si potessero aver per otto...

ERAC. Per otto zecchini l’uno, sono assai piccoli, ne ho comprato uno l’altro ieri, grande sei volte tanto, per tre zecchini.

CAPP. Di Raffaello d’Urbino?

ERAC. Non so di che mano sia. Ma non è cattivo.

CAPP. Perdoni. I quadri non si apprezzano dalla grandezza...

ERAC. Lo so ancor io: dalla mano.

 

 

 


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