Carlo Goldoni
Il raggiratore

ATTO PRIMO

SCENA QUINDICESIMA

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SCENA QUINDICESIMA

 

Donna Claudia, donna Metilde, Arlecchino

 

ARL. (Me despiase che le sia qua tutte do. Ma son capace anca de darghe ogni cossa, senza che una se ne incorza dell’altra). (da sé)

CLA. Vi ha mandato qui dunque la sorella del Conte?

ARL. (Questo mo l’è un altro imbroio). Siora sì, son vegnù, per dirla... per causa de un servitor che vorave andar a servir, e i m’ha dito che vussioria ghe n’aveva bisogno.

CLA. Sì, è vero. Dov’è costui?

ARL. El sarà de fora; l’è vegnù qua con mi. (finge guardar tra le scene)

CLA. (si volta verso la scena)

ARL. La tegna un regaletto de sior Conte. (piano a donna Metilde, e le l’astuccio)

MET. (Un astuccio? Mi aveva detto una tabacchiera). (da sé)

CLA. Dov’è costui? Non lo vedo.

ARL. Che el sia andà via? Menego, dov’estu? (s’accosta a donna Claudia)

MET. (Osserva l’astuccio) (Non vorrei che lo vedesse mia madre). (da sé)

ARL. (La tegna un regaletto de sior Conte). (piano a donna Claudia, e le la tabacchiera)

CLA. (Mi disse il Conte, che mi regalava un astuccio). (piano ad Arlecchino)

ARL. (Oh diavolo, ho fallà). (da sé) (La tegna per adesso questa). (a donna Claudia)

CLA. Ringraziatelo.

ARL. Siora sì, la sarà servida. Bisogna che Menego sia andà via, el tornerà.

CLA. Ditemi, è bella la Contessa?

ARL. Chi Contessa?

CLA. La sorella del conte Nestore.

ARL. Ah sì, no la xe brutta. (Mi no so gnanca che la sia a sto mondo). (da sé)

MET. È giovane?

ARL. Cussì e cussì.

CLA. È una bella figura?

ARL. Piuttosto.

MET. Parla bene?

ARL. Per quel che ho sentìo mi, no me descontento.

CLA. Somiglia al fratello suo?

ARL. Qualcossa.

MET. È bianca in viso?

ARL. Ghe vedo poco, no l’ho vista ben.

CLA. Com’è venuta?

ARL. La sarà vegnuda, come che la sarà vegnuda.

MET. Quando è arrivata?

ARL. Gier sera.

CLA. Come ieri sera, se ha detto il Conte che è arrivata questa mattina?

ARL. Siora sì, stamattina. (Adessadesso le me chiappa in rede). (da sé)

CLA. Chi l’ha accompagnata?

ARL. Sior, vegno subito. (verso la scena)

CLA. A Chi dite?

ARL. El sior Conte me chiama; con so bona grazia.

CLA. Riveritelo.

ARL. La sarà servida.

MET. (Ringraziatelo). (piano ad Arlecchino)

ARL. Padrona sì.

CLA. Se vedete la signora Contessa...

ARL. Ho capio. Se vederò siora Contessa, la saluderò da parte soa. (Mai più son stà in t’un imbroio più grando de questo. E per cavarse a tempo, no ghe voleva altro che una testa de bronzo co fa la mia). (da sé, e parte)

MET. (Ho curiosità di veder bene l’astuccio) (da sé)

CLA. (Non so come l’astuccio guernito d’oro siasi convertito in una tabacchiera di poco prezzo). (da sé)

MET. Con sua licenza, signora.

CLA. Andate, andate, che parleremo dappoi. (incamminandosi)

MET. Sì, signora, quando comanda. (incamminandosi)

CLA. Un poco più di rispetto alla madre. (incamminandosi)

MET. Un poco più di carità alla figliuola. (incamminandosi)

CLA. Le fanciulle non si prendono tal libertà cogli uomini.

MET. Io non credeva che ciò convenisse alle maritate.

CLA. Fraschetta!

MET. Ho detto male?

CLA. Levamiti dinanzi. (parte)

MET. Farò tanto, che mi mariterà per disperazione. (parte)


 

 

 


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