Carlo Goldoni
Il raggiratore

ATTO SECONDO

SCENA SETTIMA

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SCENA SETTIMA

 

Camera in casa del Conte.

 

Il conte Nestore, Carlotta vestita nobilmente, poi Spasimo servitore.

 

CARL. Fratello mio, voi mi volete veder crepare.

CON. Anzi desidero che stiate bene; e ho in traccia a quest’ora delle cose buone per voi.

CARL. Non ci durerò a far questa vita.

CON. Pare a voi di aver fatto una gran fatica a lasciarvi vestire con un poco di proprietà?

CARL. Due ore d’orologio mi ha tenuta sotto quel maledetto boia che m’ha rovinato la testa. Ho pianto come una bambina a vedermi a tagliare i miei capelli, che erano così belli, che tutta la villa soleva dirmi la Carlotta dai bei capelli.

CON. Guardatevi nello specchio, e vedrete quanto meglio ora state.

CARL. Sto meglio, eh? con questa farina sul capo, che pare sia stata ora al mulino? Mi ricordo, quando faceva il pane, mi copriva con un cencio i capelli per non imbrattarli, e ora qui mi convien soffrire di essere infarinata.

CON. Vi avvezzerete col tempo, e non ne saprete star senza.

CARL. Oh, non mi avvezzerò mai a sentirmi torcere i capelli nelle cartuccie, e poi con un ferro rovente sentirmi aggrinzar la pelle. Che facciano queste cose per comparire le vecchie, le brutte; non una giovane come me, che non faccio per dire, ma tutti mi correvano dietro.

CON. Colà, dov’eravate, vi correvano dietro i villani; qui dovete comparire tra i cavalieri, e conviene uniformarsi al costume.

CARL. Bel costume! Coprir il capello nero colla polvere bianca, sporcare il viso bianco colla terra rossa; stringer la vita che non si può respirare; tenere le gambe al fresco; stroppiarsi i piedi. Volete che ve la dica? Voglio il mio busto largo, le mie scarpe comode, e un secchio d’acqua da levarmi questi maledetti empiastri dal viso.

CON. Sì, tutto quel che volete, e un calesse di ritorno per la campagna, e una falce in mano per tagliar il fieno, e un villanaccio che vi sposi e vi faccia faticar come meritate.

CARL. Ma io non voglio partire da voi.

CON. Ma qui non si sta meco senza adattarsi alla civiltà, al piacer mio, alla situazione in cui mi ritrovo.

CARL. E ho da stroppiarmi?

CON. Vi .

CARL. E le mie povere carni hanno da essere tormentate così?

CON. Ci troverete gusto col tempo.

CARL. Può essere, ma non lo credo.

CON. Animo, coraggio. Su quella vita. Dritta, disinvolta, gaiosa. Quella testa snodata un poco più, ma con buona grazia. Che gli occhi girino. Ricordatevi quel che vi ho detto. Un poco di gravità, mista a tempo colla galanteria. Colle dame qualche riverenza gentile, qualche complimento conciso, per non imbrogliarvi. Coi cavalieri qualche sorriso vezzoso, qualche guardatina furbetta. Cogli inferiori serietà, gravità, disprezzo. Tutti vi crederanno sorella del conte Nestore; e voi medesima non passano due mesi che vi scordate la campagna, l’aratro, i bovi, e direte, e sosterrete, e giurerete di esser nata una dama.

CARL. Non saprei. Tutte le cose a principio paiono difficili. Mi proverò per riuscire.

CON. Soprattutto non vi lasciaste mai escir di bocca parole basse.

CARL. Sempre parole alte ho da dire?

CON. Oh alte! non facciamo delle arlecchinate. M’intendo parole proprie, non vili.

CARL. Io dirò quello che mi verrà alla bocca di dire.

CON. Basta, vi starò da vicino.

SPAS. Signore, manda a vedere la signora donna Claudia, se c’è la signora contessa Carlotta.

CARL. Che non ci sono io? non mi vedi?

CON. Piano, signora Contessa, potrebbe darsi che non ci voleste essere.

CARL. Per dir la verità, non ci vorrei essere.

CON. Senti? Ella non ci vuol essere. (a Spasimo)

CARL. Ma però ci sono.

SPAS. Ho da dir che ci è, dunque?

CARL. Che bestia! se ci sono.

CON. Via, la signora Contessa ci vuol essere. (a Spasimo)

SPAS. Le dirò che è padrona, dunque.

CARL. Sono padrona certo. Son sorella di mio fratello.

CON. Dice, che dirà a donna Claudia, che è padrona.

CARL. Padrona di che?

CON. Padrona di venire. (a Carlotta, mezzo arrabbiato) Dille che, se comanda, è padrona. (a Spasimo) (Conviene rompere questo ghiaccio). (da sé)

SPAS. (Mi pare quella commedia che dicono: l’Ortolana finta Contessa). (da sé, e parte)

CON. Imparerete un po’ per volta il costume.

CARL. Mi pare non ci voglia molto per dire ci sono, quando ci sono.

CON. Ma quando non si ha comodo, o non si ha volontà di ricevere, si fa dir: non ci sono.

CARL. In villa da noi questa si direbbe una mala creanza.

CON. Ma scordatevi della villa.

CARL. Se volete che me la scordi, insegnatemi qui delle cose buone e non a dire delle bugie.

CON. Con questa dama contenetevi con prudenza. Ella merita la mia stima, e poi ha una figliuola che merita ancora più della madre.

CARL. A voi chi preme più?

CON. Tutte due, per ora.

CARL. Tutte due. Bravo. In villa poi...

CON. Con questa villa mi volete far dar al diavolo. Ecco la dama.

CARL. (Il cielo me la mandi buona. Anderò regolandomi con mio fratello per non isbagliare. (da sé)

 

 

 


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