Carlo Goldoni
Il raggiratore

ATTO TERZO

SCENA DODICESIMA

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SCENA DODICESIMA

 

Don Eraclio e detti

 

ERAC. Conte, ho ordinato in tavola.

CON. Son qui a ricevere le grazie vostre.

ERAC. Dov’è la Contessina vostra, che non la veggo?

CON. Si è ritirata un poco, perché ancora è stanca dal viaggio. Andrò a chiamarla quando sia in tavola.

ERAC. Ho una bottiglia di Canarie vecchio di dodici anni. L’ho sempre serbata per un’occasione d’impegno; oggi in occasione della scoperta fatta de’ nuovi fregi della mia casa, si ha da bevere alla salute di Ercole.

CON. Prima che vadasi alla sboccatura della bottiglia, frattanto che si allestisce la tavola, vorrei, don Eraclio, che si tenesse fra noi un breve ragionamento.

ERAC. In giorno di tanta festa non mi parlate d’affari. (I mille scudi li ha dati?) (piano a donna Claudia)

CLA. (Non ancora). (piano a don Eraclio)

ERAC. È venuto l’amico vostro dei mille zecchini? (al Conte)

CON. Non si è veduto.

ERAC. (Vuol andar male, io dubito). (da sé) Che volevate voi dirmi? (al Conte)

CON. Spiacemi che le dame stieno in disagio.

CLA. Partirò, se il volete.

CON. Non signora, desidero che restiate, ma accomodata.

CLA. Sediam dunque; Metilde, andate.

MET. (Già me l’aspettava). (da sé)

CON. Permettetele in grazia mia, ch’ella resti.

CLA. Resti per compiacervi. Sediamo.

ERAC. Passate di qua, Conte, che starete meglio. (Ci ho da star io nel mezzo). (da sé)

CON. (Conosco il superbo). (da sé) Eccomi dove comandate. (siede all’ultimo luogo, e tutti siedono)

MET. (Son curiosa di sentire, se mi propongono quel che mi ha detto). (da sé)

CON. Don Eraclio, non fate che quello che ora vi dico, vi turbi l’animo, poiché alla fine resterete più consolato.

ERAC. Dite pure. (Se venissero i mille scudi!) (da sé)

CON. La causa del palazzo è perduta.

ERAC. Se non la posso perdere!

CON. Non la dovreste perdere; ma in oggi non si fa caso della nobiltà e del merito. Ve lo dico con dispiacere: questo palazzo non è più vostro.

ERAC. E dove anderà ad abitare un uomo del mio carattere?

CON. In una delle trentasette città.

ERAC. Ma perché darmi una sì trista nuova a quest’ora? Perché non lasciarmi almeno desinare con gusto?

CON. Voglio anzi che mangiate con maggior quiete, con maggior piacere.

ERAC. Consolatemi, amico. Fate che non mi paiano amari quei due capponi.

CLA. Già lo prevedeva io il precipizio nostro.

CON. Il precipizio è grande, ma vi può essere il suo rimedio.

ERAC. Voi ci potete aiutare. (al Conte)

CLA. Voi, Conte, colla vostra mente, coll’assistenza vostra.

CON. Sapete chi può essere il vostro risorgimento? Quella fanciulla, quella damina, quell’unica vostra figliuola!

ERAC. Come?

CLA. In qual modo?

MET. (Se fosse vero, non mi sgriderebbe più la signora madre). (da sé)

CON. Maritandola; assegnandole in dote il palazzo e la campagna ultimamente venduta: con un contratto anteriore ai debiti ed alla vendita respettiva. (piano, guardando che alcuno non senta) Tutto si salva, si stato alla figlia, e si patteggia col genero l’utile, il decoro, e la convenienza.

MET. Il consiglio non può essere più bello.

CLA. Tacete voi. (a donna Metilde)

ERAC. Non mi dispiace il progetto; ma dove ritrovare un partito, che degno sia del mio sangue?

CON. Se l’affare non si conclude dentro di oggi, domani non siamo in tempo, per il palazzo almeno.

ERAC. Non vorrei che mi si facesse un affronto.

CON. L’amicizia mia vi esibisce quanto vi può esibire. Il Dottore stenderà il contratto qui sul momento, ed io vi offerisco di essere, per assicurare il vostro interesse, il fortunato sposo di vostra figlia.

CLA. (Ah, questa sua esibizione mi desta un’orribile gelosia). (da sé)

MET. Il signor Conte mi prenderebbe soltanto per far piacere a mio padre?

CON. Anzi la mia inclinazione...

CLA. Acchetatevi, sfacciatella! Voi non meritate che il Conte s’induca a desiderarvi che in grazia nostra, e son sicura che il suo talento ritroverà qualche via migliore per preservare i beni di questa casa, senza il sagrificio del cuore.

CON. Non vi è strada migliore di questa, signora.

ERAC. Ah Conte, sapete voi chi sono?

CON. Lo so benissimo; ed io, malgrado lo stato vostro infelice...

ERAC. Sapete voi che ho il sangue degli Eraclidi nelle mie vene?

CON. Che vorreste dire perciò?

ERAC. Siete Conte, siete nobile, e voglio credere lo siate ancora più di quello che siete; ma la vostra nobiltà non averà poi l’originelontana da paragonarsi alla nostra.

CON. Non ho trentasette città ne’ miei titoli; ma posso avere trentasette migliaia di scudi, che mi rendono in istato di migliorare le cose vostre.

MET. È un bel feudo trentasette migliaia di scudi.

CLA. (Morirei dall’invidia, se ciò accadesse). (da sé)

ERAC. Caro amico, non vi è altro rampollo del sangue d’Ercole, che quest’unica figlia. (accennando donna Metilde) Sperava io collocarla con qualche illustre prosapia dei primi secoli. Non intendo oltraggiarvi se dubito darla a voi, quando anche foste discendente da Carlo Magno.

CON. Vi compatisco; la mia nobiltà non eccede tre secoli. Ma qual vergogna per voi sarebbe veder un giorno il sangue d’Ercole nell’estrema miseria? Vedere una figlia degli Eraclidi, obbligata dalla necessità, sposare un cittadino, un mercante, e forse un bottegaio ancora?

ERAC. Morirei disperato.

CON. Risolvetevi dunque di abbassarvi tre gradi meco, per non precipitare più al fondo.

ERAC. Nobilissima dama, che dite voi? (a donna Claudia)

CLA. Dico io, che piuttosto... (Ah, non so che mi dire). (da sé)

CON. (Signora, non perdete di vista le gioje vostre). (a donna Claudia)

CLA. (Come si potrebbono ricuperare?) (al Conte)

CON. (Coll’accasamento di vostra figlia, avendo luogo il divisato contratto).

CLA. Cavaliere, che risolvete? (a don Eraclio)

ERAC. Non saprei... Son confuso.

CON. Ricordatevi che le trentasette città che vi onorano, non vi daranno un tetto per ricoverarvi, né un pane per satollarvi. (a don Eraclio)

ERAC. Ah, la nobiltà è un gran bene! ma una buona tavola è la mia passione.

CLA. Costei non merita che a lei si pensi; ma lo stato nostro è infelice.

ERAC. Orsù, facciasi un’eroica risoluzione. (s’alza) Conte, il merito vostro è sì grande, che vi rende degno del sangue nostro. Soffri, Ercole, in pace la lieve macchia del grado illustre de’ tuoi figliuoli. Sì, Conte, si stipuli il gran contratto. Si salvi più che si può l’onore della famiglia: Metilde è vostra, e andiamo a solennizzare le nozze in un festoso convito. (parte)

CON. Potrò chiamarmi ben fortunato...

CLA. Non mi credeva mai, conte Nestore, che le attenzioni vostre usate alla madre, tendessero al possedimento della figliuola.

CON. Donna Claudia, se la presente disgrazia vostra non mi obbligasse...

CLA. Sì, c’intendiamo. Andate innanzi voi. (a donna Metilde)

MET. Signora, se deve essere mio sposo...

CLA. Ei non lo è per anche.

MET. Ma lo sarà. (parte)

CLA. Se ciò ha da essere, non vi lasciate mai più vedere dagli occhi miei. (al Conte)

CON. Mi credete indegno d’imparentarmi con voi?

CLA. Finora vi ho creduto degno della mia stima; ora sarete degno dell’odio mio.

CON. Signora, confidatemi l’arcano delle gioje vostre.

CLA. Ah! non so che dire, Conte, compatitemi. Alfin son donna, e non vi dico di più. (parte)

CON. Ora vedesi chiaramente, che la miseria avvilisce gli alteri, che l’ambizione può più dell’amore, e che una testa come la mia sa fabbricar da se stessa la sua fortuna. (parte)

 

 

 


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