Carlo Goldoni
Il raggiratore

ATTO TERZO

SCENA SEDICESIMA

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SCENA SEDICESIMA

 

Il conte, Carlotta e detti.

 

CON. Eccoci qui a godere delle vostre finezze.

CARL. A quest’ora si desina? A quest’ora, in villa da noi...

CON. In campagna si fan le cose diversamente. (Finitela con questa villa). (piano a Carlotta)

ERAC. Venite qui, Contessina, sedete presso di me.

CON. Non vi prendete incomodo. (a don Eraclio)

ERAC. La voglio qui, vi dico.

CARL. Mettetemi dove volete; ma datemi da mangiare, che non posso più. (siedono don Eraclio e Carlotta vicino)

CLA. (Andiamo a mangiare tanto veleno). (da sé, e siede presso don Eraclio)

MET. (Non ci vorrei stare vicino alla signora madre). (da sé)

CLA. Venite qui, voi. (a donna Metilde)

MET. Starò qui, signora (un poco lontana)

CLA. Venga qui il Conte dunque.

MET. Ci verrò io, dunque. (Non lo voglio vicino a lei) (da sé, e siede)

ERAC. Conte, vicino alla sposa.

CON. Starò qui presso mia sorella. (Non vorrei che mi facesse delle male grazie). (da sé)

MET. Pazienza! Vedo il bell’amore che ha per me il signor Conte.

CON. (Ha ragione). (da sé) Son qui, signora; perdonate se non ardiva... (siede vicino a donna Metilde)

DOTT. Ed io qui, dunque. (siede vicino a Carlotta)

CARL. Chi siete voi signore?

DOTT. Sono il Dottore Melanzana per obbedirla.

CARL. Ho piacere di stare vicina al Dottore: ce n’era uno che mi voleva bene, in villa da noi.

CON. Via, Contessina. Non parlate ora del Dottor della villa.

ERAC. In principio di tavola non si parla. Tenete di questa zuppa. ( un tondino di zuppa a Carlotta)

CARL. Così poca me ne date? (a don Eraclio)

CON. (Oh povero me!) (da sé)

CLA. Ne volete dell’altra? (a Carlotta)

CARL. Sono avvezza a mangiarmene sei volte tanta.

CON. Contessina! (ironico)

ERAC. Eccovi dell’altra zuppa.

CARL. Questa pappa si ai bambini, in villa da noi... (mangia velocemente)

ERAC. Qual è la minestra che più vi piace?

CARL. Maccheroni, fagiuoli, cose di più sostanza.

CON. (Mi vuol far disperare costei). (da sé)

CLA. È molto delicata di gusto. (ironica)

CARL. Quando ho mangiata una buona minestra, non ci penso di altro.

CON. Le avvezzano così nel ritiro.

CARL. Datemi da bevere.

DOTT. Così presto?

CARL. Si quando si ha sete in villa da noi.

CON. (Non ce la conduco più per un pezzo). (da sé) (Servitore porta i capponi)

ERAC. Ecco i capponi; Conte, ecco i capponi. Eccoli, signor Dottore.

CARL. Anche da noi se ne mangiano di questi.

ERAC. Sapete trinciare voi? (al Conte)

CON. Non ho grande abilità, per dirla.

ERAC. Voi, Dottore, sapete trinciare?

DOTT. Non signore, dispensatemi.

CARL. Che vuol dir trinciare?

ERAC. Tagliare, far le parti, spezzare.

CARL. Nessuno sa far le parti, nessuno sa spezzare di voi? Siete bene ignoranti, taglierò io.

CON. Eh via, non fate di queste scene...

CARL. Sentite che caro signor fratello! Pare ch’io non sappia far niente. Ci vuol tanto a spezzare un cappone? Si fa così da noi. (prende il cappone per romperlo colle mani)

CON. Fermatevi, dico.

ERAC. Non me lo rovinate. (leva il piatto)

CLA. Che sorta di educazione ha avuto vostra sorella?

CON. La Contessa sua madre ha creduto far bene a porla sotto la direzione di alcune vecchie sue zie; ecco il profitto che ne ha ricavato.

CLA. Par impossibile ch’ella sia nata con civiltà.

MET. Quando sarà mia cognata, le insegnerò io il costume civile.

CARL. Ho da essere vostra cognata?

CON. Sì, certo. Non ve l’ho detto ch’io averò la fortuna di dar la mano a donna Metilde?

CLA. Don Eraclio, pensateci bene prima di farlo.

ERAC. Lasciatemi mangiare per ora.

CON. Signora, porreste in dubbio la nobiltà della mia famiglia? (a donna Claudia)

DOTT. Il contratto è steso, e dopo avere mangiato, noi lo stipuleremo.

MET. Spicciamoci presto, dunque.

 

 

 


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