Carlo Goldoni
Il raggiratore

ATTO TERZO

SCENA ULTIMA

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SCENA ULTIMA

 

Arlecchino e detti

 

ARL. Ercole fa umilissima riverenza a lor signori, e el ghe fa saver, che sior Conte bona testa in sto ponto l’ha trovà el cavallo del conte Nibio so padre, el gh’ha montà suso; l’è andà fora della porta della città, el va via de galoppo per paura de esser fermà.

NIB. Povero me! il temerario mi fugge; ma lo raggiungerò da per tutto, e almeno avrò ricuperato la figlia. Signori, compatite un pazzo; ma da quello che intesi dire di voi, prima d’entrar qui dentro, credo che siate pazzi voi pure, niente meno di lui.

ARL. L’ha dito una sentenza da Ciceron.

CLA. (Resto attonita, non so parlare). (da sé)

ARL. Lustrissima, me esebisso mi de esser el so cavalier. (a donna Claudia)

MET. Povera me! sono rovinata. Se non posso averlo come il conte Nestore, mi contenterei di averlo anche come Pasquale.

ARL. Co l’è cussì, la fazza capital de Arlecchin. (a donna Metilde)

CLA. Ecco il frutto della vostra condotta. (a don Eraclio)

ERAC. A me rimproveri? Chi faceva le grazie al Conte, io, o voi?

CLA. Avete ragione; non so che dire. Fra le vostre e le mie pazzie ci siamo entrambi precipitati.

ERAC. Signor Dottore, che sarà di me povero cavaliere?

DOTT. Male assai, il palazzo è perduto.

ERAC. Dove anderò a ricovrarmi?

ARL. V’insegnerò mi un logo seguro, un logo comodo.

ERAC. Dove mai?

ARL. All’ospeal dei matti.

ERAC. Ah sì, mi rimprovera ognun con ragione. L’ospedale de’ pazzi è luogo degno di me; luogo degno di un povero prosontuoso, che cercando nobilitarsi colla vanità del passato, si è rovinato in presente, e lo sarà peggio ancora nell’avvenire. Prendano esempio da me i pazzi gloriosi, che chi si crede di essere più di quello ch’egli è, si riduce alla fine nella disperazione in cui sono, ridicolo, miserabile, maltrattato e schernito.

 

Fine della Commedia

 

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