Carlo Goldoni
Il ricco insidiato

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA   Livia Contessina e donna Felicita

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ATTO SECONDO

 

 

 

SCENA PRIMA

 

Livia Contessina e donna Felicita

 

LIV.

Cara donna Felicita, se ancor non è tornato

Il Conte mio fratello, dev'essere impegnato.

Sapete quanti affari l'affollano al presente;

Vi prego accomodarvi, siate più sofferente.

FEL.

Di grazia, compatitemi. Mi par che, passeggiando,

La bile che ho di dentro, si vada minorando.

LIV.

Siete tanto collerica? sta fresco mio germano.

FEL.

Credetemi, Contessa, non è il mio sdegno insano.

Se mi scaldo, ho ragione. Quando son qua venuta,

Il Conte di lontano lo so che mi ha veduta.

Finse di non vedermi. Si ritirò alcun poco,

Mostrando sovvenirsi di andare in altro loco.

Io per veder se a torto formava un mio sospetto,

Mi ascosi nell'interno di un vicolo ristretto.

Attraversar lo vidi la via velocemente,

Con un che lo seguiva parlando bassamente;

E l'ho veduto entrare in certa porticciuola,

Ove abita una vecchia con giovane figliuola.

Voglia mi era venuto... ma so che non conviene

A giovane ben nata in pubblico far scene.

Ora ch'è in altro stato, non è qual era prima:

Di me non si ricorda, di me non ha più stima.

Esce di casa in tempo che avevami invitata;

Non ho ragion, Contessa, di dimostrarmi irata?

LIV.

Ancor non può sapersi dentro il mio germano

Per qual ragion sia entrato: può sospettarsi invano.

Chi sa che non abiti persona indifferente,

Che con quelle due femmine non abbia che far niente?

E poi, perché i suoi passi esaminar volete?

Compatitemi, sposa ancor di lui non siete.

FEL.

È ver, sposa non sono, ma meco ha tale impegno,

Che usarmi non potrebbe un trattamento indegno.

Priva de' genitori sotto una zia canuta,

Per grazia della sorte di beni provveduta,

Arbitra di me stessa, da tutti non sprezzata,

Per riserbarla al Conte la mano ho altrui negata.

Troppo sarebbe ingrato, se a pratiche segrete

Rivolgesse il pensiero.

LIV.

Perché non aggiungete,

Che mal vi pagherebbe de' benefizi vostri?

FEL.

Non vo' per questa parte che grato a me si mostri,

Di far quel ch'io poteva per lui non ricusai,

Ma tosto ch'io lo feci, di già me ne scordai.

Chiedo la ricompensa a un merito maggiore:

Non ai piccioli doni, ma al mio costante amore.

Vorrei, che quale un tempo chiedeva a me consiglio,

Or facesse lo stesso, che forse è in più periglio.

Nello stato infelice in cui si ritrovava,

Niun di lui facea conto, ciascun lo abbandonava.

Ora che la fortuna lo fa di beni adorno,

Tutti gli sono amici, tutti gli stan d'intorno:

Amici adulatori delle ricchezze sue,

Niuno può aver per esso l'affetto di noi due:

Voi per ragion di sangue, io per inclinazione,

Gelose del suo bene, di sua riputazione.

LIV.

Conosco il suo periglio, lo vedo anch'io con pena;

Dacché cambiò di stato la casa è ognor ripiena

Di gente, che può dargli sol dei consigli rei;

Se voi pensate ai vostri, io penso ai casi miei.

Non è di lui soltantoricca eredità;

A me pur si appartiene d'averne la metà.

E voglio che si faccia la stima e l'inventario,

E che il danar si metta in un pubblico erario.

Non basta ch'egli dica di darmi la mia dote;

Anch'io del zio defonto sono qual lui nipote.

FEL.

Voi così favellate? Insidiato, oppresso,

Dovrà vedersi il Conte fin dal suo sangue istesso?

Però mal consigliata credo che siate, amica;

Dubito che l'intento avrete con fatica.

Siete fratelli, è vero, figliuoli ambi di un padre,

Nati però non siete entrambi da una madre.

Della sua genitrice il morto era germano,

Onde con lui sperate di ereditare invano.

LIV.

Fra le altre sue fortune il Conte è ben felice

D'aver nelle sue litigran procuratrice!

FEL.

L'affliggerà piuttosto la sorte a lui contraria,

Trovando una sorella nemica ed avversaria.

LIV.

Se la ragion mi assiste, a lui non faccio un torto;

Ho delle pretensioni contro lo zio ch'è morto.

Egli di nostro padre in mano ebbe l'entrate,

E colle sue confuse le nostre ha ancor lasciate;

Onde non è ingiustizia, e non può dirsi affronto,

Se dei beni paterni mi faccio render conto.

FEL.

Siete assai bene istrutta ne' punti di ragione;

Questa di don Emilio dev'essere lezione.

Ei che a sposarvi aspira, vi vuol più fortunata,

E senza tal speranza vi avrebbe abbandonata.

LIV.

Lo stesso si può dire di voi, che coltivaste

L'amor di mio fratello per il ben che speraste.

FEL.

No, mal di me pensate. L'ho detto e lo ridico:

L'ho amato e l'amerei, se fosse ancor mendico.

Cento volte gli offersi la mano di consorte,

Incerta del suo stato, in dubbio di sua sorte.

E quasi bramerei vederlo sfortunato,

Per ismentir chi crede l'amore interessato. (s'alza)

LIV.

Non tanti eroici detti. Vi cal de' beni suoi, (s'alza)

Per rendere il suo stato più comodo per voi.

FEL.

Ciascuno altrui misura coi propri sentimenti.

LIV.

Vi è chi non corrisponde coll'animo agli accenti.

FEL.

Dalle parole vostre si vede il vostro cuore.

LIV.

Ed in voi l'interesse coperto è dall'amore.

FEL.

(Se in casa sua non fossi, risponderei qual merta). (da sé)

LIV.

(Se verrà don Emilio, dirò che stiasi all'erta). (da sé)

 

 

 


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