Carlo Goldoni
Il mondo alla roversa

ATTO PRIMO

SCENA SESTA   Camera.   Giacinto collo specchio in mano, guardandosi con caricatura; poi Cintia

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SCENA SESTA

 

Camera.

 

Giacinto collo specchio in mano, guardandosi con caricatura; poi Cintia

 

GIAC.

Madre natura,

Tu m'hai tradito,

Ma t'ho schernito

Col farmi bello

Con il pennello,

Come le donne

Sogliono far.

 

Questa parrucca in vero,

Questo capel, che colla polve è intriso,

Fa risaltar mirabilmente il viso.

Al raggirar di queste

Mie vezzose pupille,

Spargo fiamme e faville; e questa bocca,

Che sembra agli occhi miei graziosa e bella,

Fa tutte innamorar quando favella.

Queste donne son tutte

Invaghite di me; schiavo son io

Di queste belle, è vero,

Ma sovra il loro cor tutt'ho l'impero.

Ecco la vaga Cintia. Presto, presto,

Il nastro, la parrucca, i guanti, tutto,

Tutto assettar conviene; e gli occhi e il labbro,

Colle dolci parole e i dolci sguardi,

Si prepari a vibrar saette e dardi.

CIN.

(Ecco il bell'amorino). (ironicamente)

GIAC.

Mia sovrana, mio nume, a voi m'inchino.

CIN.

E ben, che fate qui?

GIAC.

Qual farfalletta

D'intorno al vostro lume

Vengo, mia bella, a incenerir le piume.

CIN.

Parmi con più ragione

Vi potreste chiamare un farfallone.

GIAC.

Quella vezzosa bocca

Non pronuncia che grazie e bizzarrie.

CIN.

La vostra non sa dir che scioccherie.

GIAC.

Deh lasciate ch'io possa

Coll'odoroso fiato

De' miei caldi sospiri

Quelle belle incensar guancie adorate.

CIN.

Andate via di qui, non mi seccate.

GIAC.

Ah, se sdegnate, o bella,

I fumi del mio cor, porterò altrove

Il mio guardo, il mio piede,

Il mio affetto sincero e la mia fede.

CIN.

Olà, così si parla?

Voi staccarvi da me? Voi d'altra donna

Servo, schiavo ed amante?

Temerario, arrogante!

Voi dovete soffrir le mie catene.

GIAC.

Qual mercede averò?

CIN.

Tormenti e pene.

GIAC.

Giove, Pluton, Nettuno,

Dei tremendi e possenti,

Voi che udite gli accenti

D'una donna spietata,

Spezzate voi questa catena ingrata.

Sì, sì, Nettun m'inspira,

Giove mi valore,

Pluto mi furore;

Perfida tirannia,

Umilmente m'inchino, e vado via.

CIN.

Fermatevi: ed avrete

Tanto cor di lasciarmi?

Voi diceste d'amarmi,

Di servirmi fedel con tutto il core;

Ed ora mi lasciate? Ah traditore!

GIAC.

Ma se voi mi sprezzate;

Se voi mi dileggiate

Come s'io fossi un uom e vile,

E studio invan di comparir gentile!

CIN.

Senza studiar, voi siete

Abbastanza gentil, grazioso e bello.

Quell'occhio bricconcello,

Quel vezzoso bocchin, quel bel visetto,

M'hanno fatta una piaga in mezzo al petto.

GIAC.

Dunque, cara, mi amate?

CIN.

Sì, v'adoro.

GIAC.

Idol mio, mio tesoro,

Lingua non ho bastante

Per render grazie al vostro dolce amore.

Concedete il favore

Che rispettosamente

E umilissimamente

Io vi possa baciar la bella mano.

CIN.

Oh, signor no; voi lo sperate invano.

GIAC.

Ma perché mai? Perché?

CIN.

Queste grazie da me

Non si han sì facilmente.

GIAC.

Io morirò.

CIN.

Non me n'importa niente.

GIAC.

Dunque, se non v'importa,

D'altra bella sarò.

CIN.

Voi siete mio.

GIAC.

Che ne volete far?

CIN.

Quel che vogl'io.

GIAC.

Ah, quel dolce rigor più m'incatena!

Soffrirò la mia pena,

Morirò, schiatterò, se lo bramate:

Basta, bell'idol mio, che voi mi amiate.

 

In quel volto siede un nume,

Che fa strage del mio cor;

In quegli occhi veggo un lume,

Che mi fa sperare amor.

E frattanto vivo in pianto,

Ed un uomo sì ben fatto

Contrafatto morirà?

Se adorata esser volete,

Ecco qui, v'adorerò; (s'inginocchia)

Se al mio core non credete,

Idol mio, vel mostrerò.

Ma crudele, oh Dio! non siate,

Ed abbiate almen pietà. (parte)

 

 

 


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