Carlo Goldoni
Lo spirito di contradizione

ATTO QUARTO

SCENA QUINTA   Il Conte Alessandro e detti

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SCENA QUINTA

 

Il Conte Alessandro e detti.

 

CON.

Come, signor Roberto! voi qui? chi vi ha condutto.

Vostro padre, gli amici, vi cercano per tutto.

Per concluder le nozze siete di aspettati. (a Roberto e a Camilla)

CAM.

Andiam.

DOR.

Non anderete senz'essere sposati.

CON.

Sposati?

DOR.

Eccovi, o Conte, svelato il mio disegno.

Di unirli in matrimonio preso da me ho l'impegno.

Vuò far vedere al mondo chi sono, e chi non sono:

Che facile mi sdegno, che facile perdono.

E voglio in mia presenza che porgansi la mano,

Senza de' genitori, senza di suo germano.

Conte mio, son certissima che voi mi loderete.

CON.

Libero, quel ch'io sento, dirò, se il permettete.

Veggo assai chiaramente quanto dalla passione

Ad essere offuscata soggetta è la ragione,

E che la mente umana, quantunque illuminata,

Talor ne' suoi consigli suol essere ingannata.

Come! legar volete di due persone i cuori

Senza il figlial rispetto dovuto ai genitori?

L'autorità paterna violare a voi non spetta.

Amor non vi consiglia. Vi sprona una vendetta.

E di acquistare in vece lode, rispetto e stima

Gli animi voi rendete più torbidi di prima.

Io della bontà vostra, io son garante al mondo,

Ma in simile sconcerto mi perdo e mi confondo.

Una donna s'è saggia, alle grand'opre avvezza,

Come mai può cadere in tanta debolezza?

Come mai una mentenobile e sovrana

Discendere ha potuto ad un'azion villana?

Ah, pur troppo egli è vero, tutti siamo in periglio,

Tutti bisogno abbiamo d'aiuto e di consiglio.

Cento ragion non bastano a autenticare un torto,

In voi un'ingiustizia non lodo, e non sopporto.

Tutte le ragion vostre difendere m'impegno,

Ma non difendo un atto del vostro cuore indegno.

Soffrite ch'io vi parli da cavalier qual sono,

O in balia degl'insulti vi lascio, e vi abbandono.

ROB.

(A un simile discorso rimane ammutolita). (da sé)

CAM.

(Non vi volea di meno per renderla avvilita). (da sé)

DOR.

(Fremo dentro me stessa). (da sé)

CON.

(Or convien raddolcirla;

Fra il dolce e fra l'amaro speranza ho di guarirla). (da sé)

Perdonate signora, se con soverchia ardenza

Vi ha parlato il mio labbro.

DOR.

Codesta è un'.

CON.

È ver, ma alle occasioni gli amici di buon core

Si lascian trasportare dal zelo e dall'amore.

Sull'onor mio vel giuro, parlai per vostro bene.

DOR.

In presenza degli altri farmi arrossir conviene?

Fansi da solo a sola le correzion discrete.

CON.

È ver, chiedo perdono. Voi che udito mi avete

Parlarcaldamente con lei degna di stima,

Non intendo per questo che il merito si opprima.

Questa è un'illustre donna, che ha sentimenti onesti,

Che di beneficare sol medita i pretesti:

Donna di mente eccelsa, di cuor schietto e sincero,

E se l'incolpa il mondo, il mondo è menzognero.

Solo per vostro bene con provido consiglio

Si espose incautamente di critiche al periglio.

E allor che l'intenzione provien da fondo buono,

È degno anche un inganno di scusa e di perdono.

Io della sua virtude ho un ottimo concetto.

Stimatela voi pure, portatele rispetto.

Ite dove vi aspettano entrambi unitamente;

Di quanto è qui seguito, altrui non dite niente.

Noi pur verrem fra poco; vi do la mia parola,

Ella farà cogli altri quel che volea far sola.

E far che si vergognino saprà quei maldicenti,

Che di lei non conoscono il merito e i talenti.

CAM.

Per me son persuasissima della di lei bontà.

Il Conte, a quel ch'io vedo, è un uom di abilità. (da sé e parte)

ROB.

Tutto saprò scordarmi, appena uscito fuore;

Per ora altro non penso, che a consolarmi il cuore. (parte)

 

 

 


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