Carlo Goldoni
Il tutore

ATTO PRIMO

SCENA VENTESIMA

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SCENA VENTESIMA

 

Pantalone e Lelio

 

PANT. Sior fio, son qua da ela.

LEL. Eccomi a’ vostri comandi. (Bisogna imbonirlo). (da sé)

PANT. Voleu pensar a muar vita, o voleu che mi pensa a farve muar paese?

LEL. Signor padre, vi domando perdono dei dispiaceri che finora vi ho dato. Conosco che ho fatto male. Ne sono pentito, e mi vedrete intieramente cangiato.

PANT. Distu dasseno, o xelo un dei to soliti proponimenti?

LEL. Dico davvero, e lo vedrete.

PANT. El cielo voggia che ti dighi la verità, e che ti pensi una volta al fin; che co son morto mi, ti pol deventar miserabile. Intrae ghe ne xe poche; bezzi no ghe n’ho, e se ghe n’avesse, i fenisse presto. Ti no ti sa far gnente, se no ti ghaverà giudizio, ti sarà un pitocco.

LEL. Pur troppo dite la verità. Conosco anch’io che la fortuna non mi ha finora molto assistito, e che dall’industria mia poco posso sperare. Voi, signor padre, potreste farmi felice.

PANT. Come? In che maniera?

LEL. Dandomi per moglie la signora Rosaura.

PANT. Siora Rosaura?

LEL. Sì, ha quattordici mila ducati di dote. Sarebbe la nostra fortuna.

PANT. Tocco de desgrazià; adesso capisso la rason, perché ti vien via facendo la gatta morta: Sono pentito, vi domando perdono, mi vedrete cangiato. Ti vorressi che te dasse sta putta per muggier, no miga per el so muso, ma per i quattordese mile ducati, per magnarghe la dota, per destruzzerla in pochi zorni, e po lassarla una miserabile e desperada. Con che cuor, con che conscienza, con che stomego me la vienstu a domandar? Credistu che no sappia el to proceder, le to belle virtù? A più de sie putte ti ha promesso, e ti le ha tutte impiantae, e a tutte, furbasso, ti gh’ha magnà qualcossa. Te piase le sgualdrinelle, e ti ghe n’ha una per tutti i cantoni. So tutto, tocco de infame; so i segreti che passa tra ti e mio compare chirurgo. Son to pare, xe vero, e son tutor de Rosaura, e poderia, se volesse, tirarme la dota in casa, e dartela per muggier. Ma son un omo d’onor, no vôi precipitar una putta per meggiorar la mia casa, per contentar un mio fio, un fio scavezzo, un fio relassà. Ti zioghi, ti va all’osteria, ti fa el bulo, ti è pien de donne; ti porti via quel che ti pol a to pare: ti gh’ha diese vizi un più bello dell’altro, e ti me domandi Rosaura per muggier? E ti me da intender, che da un momento all’altro ti t’ha cambià? No te credo, no te ascolto; mua vita, e te crederò; tendi al sodo, e te abbaderò. Ma se ti seguiti sta carriera, no solo no te vôi maridar, ma te scazzerò, te manderò in Levante, te saverò castigar: e ti imparerà a to spese, che la fortuna no xe per i baroni; che el cielo non assiste, no provede a chi gh’ha massime indegne, a chi deturpa el so sangue e la propria reputazion. (parte)

LEL. Ah! mio padre mi vuol rovinare del tutto. Egli potrebbe con questo matrimonio rimettermi, e non lo vuole; e mi vuol vedere precipitato. Perdere quattordicimila ducati di dote? Questa è una perfidia, è una vendetta che fa mio padre contro di me. Ma, giuro al cielo, non sono un balordo. Troverò io la maniera d’averla senza di lui. O col mezzo della madre, o con qualche inganno, giuro che l’avrò; e se mi riesce d’averla senz’opera di mio padre, io vorrò maneggiare la dote, e si pentirà di non avermi accordata una sì giusta, una sì onesta soddisfazione.



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