Carlo Goldoni
Il ritorno dalla villeggiatura

ATTO SECONDO

Scena Sesta. Bernardino, poi Fulgenzio e Leonardo, poi Pasquale

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Scena Sesta. Bernardino, poi Fulgenzio e Leonardo, poi Pasquale

 

BERNARDINO: Ah, ah, il buon vecchio! se l'ha condotto con lui. Ha attaccato egli la breccia, e poi ha il corpo di riserva per invigorire l'assalto.

FULGENZIO: Ecco qui il signor Leonardo.

LEONARDO: Deh! scusatemi, signor zio...

BERNARDINO: Oh! signor nipote, la riverisco; che fa ella? Sta bene? Che fa la sua signora sorella? Che fa la mia carissima nipotina? Si sono bene divertiti in campagna? Sono tornati con buona salute? Se la passano bene? Sì, via, me ne rallegro infinitamente.

LEONARDO: Signore, io non merito di esser da voi ricevuto con tanto amore, quanto ne dimostrano le cortesi vostre parole; onde ho ragion di temere, che con eccessiva bontà vogliate mascherare i rimproveri che a me sono dovuti.

BERNARDINO: Che dite eh? Che bel talento che ha questo giovane! Che maniera di dire! che bel discorso! (A Fulgenzio.)

FULGENZIO: Tronchiamo gl'inutili ragionamenti. Sapete quel che vi ho detto. Egli ha estremo bisogno della bontà vostra, e si raccomanda a voi caldamente.

BERNARDINO: Che possa... in quel ch'io posso... se mai potessi...

LEONARDO: Ah! signor zio... (Col cappello in mano.)

BERNARDINO: Si copra.

LEONARDO: Pur troppo la mia mala condotta...

BERNARDINO: Metta il suo cappello in capo.

LEONARDO: Mi ha ridotto agli estremi.

BERNARDINO: Favorisca. (Mette il cappello in testa a Leonardo.)

LEONARDO: E se voi non mi prestate soccorso...

BERNARDINO: Che ora abbiamo? (A Fulgenzio.)

FULGENZIO: Badate a lui, se volete. (A Bernardino.)

LEONARDO: Deh! signor zio amatissimo... (Si cava il cappello.)

BERNARDINO: Servitor umilissimo. (Si cava la berretta.)

LEONARDO: Non mi voltate le spalle.

BERNARDINO: Oh! non farei questa mal'opera per tutto l'oro del mondo. (Colla berretta in mano.)

LEONARDO: L'unica mia debolezza è stata la troppa magnifica villeggiatura. (Sta col cappello in mano.)

BERNARDINO: Con licenza. (Si pone la berretta.) Siete stati in molti quest'anno? Avete avuto divertimento?

LEONARDO: Tutte pazzie, signore; lo confesso, lo vedo, e me ne pento di tutto cuore.

BERNARDINO: È egli vero che vi fate sposo?

LEONARDO: Così dovrebbe essere, e ottomila scudi di dote potrebbono ristorarmi. Ma se voi non mi liberate da qualche debito...

BERNARDINO: Sì, ottomila scudi sono un bel danaro.

FULGENZIO: La sposa è figliuola del signor Filippo Ganganelli.

BERNARDINO: Buono, lo conosco, è un galantuomenone; è un buon villeggiante; uomo allegro, di buon umore. Il parentado è ottimo, me ne rallegro infinitamente.

LEONARDO: Ma se non rimedio a una parte almeno delle mie disgrazie...

BERNARDINO: Vi prego di salutare il signor Filippo per parte mia.

LEONARDO: Se non rimedio, signore, alle mie disgrazie...

BERNARDINO: E ditegli che me ne congratulo ancora con esso lui.

LEONARDO: Signore, voi non mi abbadate.

BERNARDINO: Sì, signore, sento che siete lo sposo, e me ne consolo.

LEONARDO: E non mi volete soccorrere?...

BERNARDINO: Che cosa ha nome la sposa?

LEONARDO: Ed avete cuore d'abbandonarmi?

BERNARDINO: Oh! che consolazione ch'io ho nel sentire che il mio signor nipote si fa sposo.

LEONARDO: La ringrazio della sua affettata consolazione, e non dubiti che non verrò ad incomodarla mai più.

BERNARDINO: Servitore umilissimo.

LEONARDO: (Non ve l'ho detto? Mi sento rodere; non la posso soffrire). (A Fulgenzio, e parte.)

BERNARDINO: Riverisco il signor nipote.

FULGENZIO: Schiavo suo. (A Bernardino, con sdegno.)

BERNARDINO: Buondì, il mio caro signor Fulgenzio.

FULGENZIO: Se sapeva così, non veniva ad incomodarvi.

BERNARDINO: Siete padroni di giorno, di notte, a tutte le ore.

FULGENZIO: Siete peggio d'un cane.

BERNARDINO: Bravo, bravo. Evviva il signor Fulgenzio.

FULGENZIO: (Lo scannerei colle mie proprie mani). (Parte.)

BERNARDINO: Pasquale?

PASQUALE: Signore.

BERNARDINO: In tavola. (Parte.)

 

 


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