Carlo Goldoni
Il ritorno dalla villeggiatura

ATTO TERZO

Scena Prima. Fulgenzio, Leonardo ed un Servitore

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ATTO TERZO

 

Scena Prima. Fulgenzio, Leonardo ed un Servitore

 

Camera in casa di Filippo.

 

FULGENZIO: Quant'è ch'è andato a pranzo il signor Filippo? (Al Servitore.)

SERVITORE: È un pezzo, signore. Hanno messo in tavola i frutti e poco può tardar a finire. Se vuol ch'io l'avvisi...

FULGENZIO: No, no, lasciatelo terminar di mangiare. So che la tavola è la sua passione, e gli dispiace assaissimo d'incomodarsi. Non gli dite niente per ora; ma quando è alzato, avvisatelo allora ch'io sono qui.

SERVITORE: Sarà servita. (Parte.)

LEONARDO: Voglia il cielo che il signor Filippo non sappia i miei disordini, le mie disgrazie.

FULGENZIO: Sono poche ore ch'egli è arrivato in città. Non è uscito di casa, probabilmente non saprà nulla.

LEONARDO: Sono sì pieno di rossore e di confusione, che non ardisco presentarmi a nessuno. Quel sordido di mio zio ha terminato di avvilirmi, di mortificarmi.

FULGENZIO: Venga il canchero all'avaraccio.

LEONARDO: Ma non ve l'ho detto, signor Fulgenzio? Non v'ho io prevenuto di quel che si poteva sperare da quel cuore disumanato?

FULGENZIO: Non ho mai creduto una simil cosa. Pazienza il dire: non ne ho, non ne posso dare, non ne vo' saper niente. Mi è dispiaciuto la manieraccia impropria con cui ci ha trattati; quella derisione continua, quella corbellatura sfacciata.

LEONARDO: Ho incontrato questo dispiacere per voi, e l'ho sofferto per amor vostro.

FULGENZIO: Non so che dire. Me ne dispiace infinitamente; ma per l'altra parte questo tentativo doveva farsi, ed ho piacere che si sia fatto. Se è andato male, pazienza. Io non vi abbandonerò. Mi sono sempre più interessato nelle cose vostre. Sono in impegno d'assistervi, e vi assisterò. Ponetevi in quiete, rasserenatevi, che vi assisterò.

LEONARDO: Ah! sì, il cielo non abbandona nessuno. È una provvidenza per me il vostro tenero cuore, la vostra generosa bontà.

FULGENZIO: Facciamo ora questo secondo tentativo col signor Filippo. Io mi lusingo riuscirne. Ma in caso contrario non vi perdete d'animo, non vi lascierò perire sicuramente.

LEONARDO: Il progetto vostro non può essere meglio concepito, e il facile temperamento del signor Filippo ci può lusingare d'un esito fortunato. Preveggo bensì difficile il persuadere Giacinta a lasciar , e venir meco lontana dal suo paese.

FULGENZIO: Quando non vi siano maggiori obbietti per concludere le vostre nozze, ella, o per amore o per forza, sarà obbligata a venir con voi.

LEONARDO: È vero, ma vorrei ci venisse amorosamente; e dubito molto della sua resistenza.

FULGENZIO: Veramente la signora Giacinta è un po' capricciosa ed ostinatella. Me ne sono avveduto allora quando ha voluto seco per forza quel ganimede. Ditemi, come è poi passata in campagna?

LEONARDO: Non so che dire. Ho avuto delle inquietudini e dei dispiaceri non pochi. Finalmente poi il signor Guglielmo ha dato parola di sposar mia sorella.

FULGENZIO: Sì, sì, lo so, un altro frutto della villeggiatura. Se va bene, è un miracolo. (Oh libertà, libertà! Oh come in oggi si maritano le fanciulle!)

LEONARDO: Ecco il signor Filippo.

FULGENZIO: Ritiratevi, se volete. Lasciate che io introduca il discorso.

LEONARDO: Ne attendo l'esito con un'estrema impazienza. (Parte.)

 


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